Un uomo israeliano è vaccinato a Tel Aviv (Amir Levy/Getty Images)
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  • domenica 17 Gennaio 2021

I palestinesi stanno aspettando il vaccino

Le organizzazioni internazionali dicono che dovrebbe occuparsene Israele, che però sostiene di non esserne responsabile

Un uomo israeliano è vaccinato a Tel Aviv (Amir Levy/Getty Images)

La campagna di vaccinazioni contro il coronavirus fatta da Israele fino a questo momento è stata la più efficace al mondo, ma ha escluso circa cinque milioni di palestinesi che vivono nei territori occupati in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Secondo le leggi internazionali, in quanto forza di occupazione Israele dovrebbe assistere dal punto di vista sanitario i palestinesi; ma, appellandosi agli accordi di pace di Oslo degli anni Novanta, Israele rifiuta questa responsabilità.

Grazie a una popolazione ridotta, a un sistema sanitario efficiente e a una buona capacità organizzativa, il paese ha di gran lunga il maggior numero di vaccinati sul totale della popolazione, e prevede di vaccinare tutti i suoi cittadini sopra i 16 anni entro la fine di marzo. In tutto il mondo, la campagna vaccinale di Israele è considerata come un caso di successo, e il primo ministro Benjamin Netanyahu sta godendo di un certo ritorno di popolarità grazie ai buoni risultati in questo campo.

Israele, la cui popolazione è di circa nove milioni, ha comprato otto milioni di dosi del vaccino di Pfizer-BioNTech, che è quello inoculato in queste settimane. Secondo stime dei media locali, la compagnia farmaceutica avrebbe già consegnato quattro milioni di dosi: per garantirsi la consegna, Israele è stato disposto a pagare Pfizer molto di più che altri paesi, 62 dollari a dose contro i circa 19 pagati dagli Stati Uniti. Israele ha comprato inoltre sei milioni di dosi del vaccino di Moderna e dieci milioni di quello di AstraZeneca.

Ci sono state molte polemiche, tuttavia, perché Israele ha escluso dalla campagna vaccinale i palestinesi che vivono nei territori occupati. Possono vaccinarsi, infatti, tutti i cittadini israeliani, siano ebrei, arabi o palestinesi, oltre che i palestinesi che vivono a Gerusalemme est, ma non possono farlo i circa cinque milioni di palestinesi che non hanno cittadinanza israeliana e che vivono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, due territori sulla cui giurisdizione ci sono moltissime controversie storiche e di diritto internazionale.

Finora, sono risultate positive al coronavirus circa 160 mila persone tra Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, e i morti sono circa 1.800.

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Secondo le principali istituzioni internazionali (l’ONU, la Corte di giustizia internazionale, l’Unione Europea, tra gli altri), la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sono da considerare territori occupati. Nella pratica questo vale per la Cisgiordania, di cui Israele controlla i confini e una parte consistente del territorio, mentre è più discusso per la Striscia di Gaza, che è autogovernata dal 2007 dal gruppo radicale Hamas e dove le autorità israeliane non hanno accesso (ma Israele, così come l’Egitto a sud, ha chiuso i confini della Striscia e di fatto li controlla). In ogni caso, gran parte della comunità internazionale considera entrambi i territori come occupati, mentre Israele lo nega. Secondo la Convenzione di Ginevra, le forze di occupazione, come in questo caso Israele, hanno l’obbligo di provvedere all’assistenza sanitaria delle popolazioni dei territori occupati.

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Israele, tuttavia, sostiene che quest’obbligo non gli spetti, perché gli accordi di pace di Oslo, stipulati negli anni Novanta, danno la responsabilità dell’assistenza sanitaria e delle campagne vaccinali all’Autorità palestinese, che peraltro non ha mai fatto una richiesta di aiuto formale a Israele per il reperimento e la distribuzione dei vaccini contro il coronavirus. I critici ribattono che gli accordi di Oslo, che prevedevano una risistemazione complessiva dei rapporti tra Israele e palestinesi, avrebbero dovuto essere soltanto temporanei, e inoltre non sono mai entrati appieno in vigore. Gli accordi, comunque, obbligano le due parti ad assistersi l’una con l’altra in caso di emergenza.

Quello che sta succedendo, almeno per ora, è che mentre la campagna vaccinale di Israele è a pieno regime, nei territori le vaccinazioni contro il coronavirus sono praticamente a zero. Israele sta sì facendo vaccinazioni in Cisgiordania, ma soltanto ai coloni israeliani lì stabiliti. L’Autorità palestinese, che di fatto governa soltanto in alcune aree della Cisgiordania, ha fatto alcuni sforzi per garantirsi delle dosi, che per ora hanno dato scarsi risultati. Lunedì il ministero della Salute palestinese ha autorizzato l’utilizzo del vaccino russo Sputnik V, le cui dosi, però, saranno disponibili per l’esportazione non subito, ma nel corso del primo trimestre di quest’anno.

Il ministero della Salute ha detto anche di aver comprato due milioni di dosi di vaccini dalla società farmaceutica AstraZeneca, che sarebbero sufficienti per vaccinare un milione di persone, ma si aspetta che arrivino non prima di marzo.

L’Autorità palestinese spera di ottenere almeno il 60 per cento del suo fabbisogno di vaccini da Covax, un programma dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per rifornire di vaccini i paesi più poveri. I vaccini provenienti da Covax dovrebbero andare al 60 per cento alla Cisgiordania e al 40 per cento alla Striscia di Gaza, ma ancora non si sa con certezza quando arriveranno. Funzionari dell’OMS dicono che Covax non invierà nessun vaccino prima di marzo.

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I problemi dell’Autorità palestinese nell’approvvigionamento sono anzitutto economici: i fondi a disposizione non sono sufficienti per garantire a tutta la popolazione l’acquisto di vaccini sul mercato. Poi ci sono problemi logistici e tecnologici: vaccini come quello di Pfizer, per esempio, hanno bisogno di essere conservati a temperature bassissime e in Cisgiordania non ci sono i freezer adatti. Il problema è ancora più grave nella Striscia di Gaza, dove c’è elettricità soltanto per otto ore al giorno. L’ultimo impedimento riguarda il fatto che Israele controlla i confini di entrambi i territori palestinesi: qualsiasi vaccino dovesse arrivare, sarebbero gli israeliani a decidere se può entrare o no.

Il dottor Ali Abed Rabbo, che è il capo della medicina preventiva del ministero della Salute palestinese, ha detto a Sky UK che «come forza di occupazione, penso e credo che Israele abbia l’obbligo di procurare i vaccini alla popolazione palestinese». Diverse ONG, come per esempio Amnesty International, hanno sostenuto che Israele ha un obbligo legale nei confronti dei palestinesi, e che la mancata vaccinazione sarebbe una prova di «discriminazione istituzionalizzata». Anche una commissione di esperti dell’ONU ha chiesto a Israele di garantire ai palestinesi l’accesso ai vaccini.

Il ministro della Salute di Israele, Yuli Edelstein, sostiene che il paese ha aiutato «i nostri vicini palestinesi fin dalle prime fasi di questa crisi», ma che potrebbe decidere di contribuire con le vaccinazioni soltanto quando la campagna per i suoi cittadini sarà completa: «Non penso che ci sia nessuno in questo paese, qualunque sia la sua visione, che possa immaginare che io prenda un vaccino destinato a un cittadino israeliano e lo dia ai nostri vicini». «Se, a Dio piacendo, arriveremo alla situazione in cui non ci sarà praticamente più bisogno in questo paese, saremo in grado di condividere». Parlando con il Wall Street Journal, Edelstein ha detto che «penseremo a come cooperare con i palestinesi sulla questione delle vaccinazioni, non perché abbiamo un qualche tipo di responsabilità o di impegno, ma perché è nell’interesse di Israele». Migliaia di palestinesi della Cisgiordania tutti i giorni attraversano il confine per lavorare in Israele, soprattutto nel settore delle costruzioni.