(Michael Ciaglo/ Getty Images)
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  • mercoledì 16 Dicembre 2020

Troppe dosi di vaccino per pochi paesi

Metà delle dosi del vaccino contro il coronavirus è stata prenotata dai paesi più ricchi, che hanno il 14 per cento della popolazione mondiale: per gli altri è un problema

(Michael Ciaglo/ Getty Images)

La maggior parte dei paesi più ricchi del mondo ha prenotato milioni di dosi dei vaccini contro il coronavirus alle aziende farmaceutiche che li producono, e questo potrebbe avere conseguenze sulle dosi a disposizione dei paesi più poveri. Secondo alcuni studi, mentre i cittadini degli Stati Uniti o dell’Unione Europea potrebbero essere vaccinati entro il 2021, nello stesso arco di tempo molti altri paesi potrebbero riuscire a vaccinare al massimo il 20 per cento della loro popolazione.

Il New York Times ha fatto un’analisi dei dati relativi ai contratti per la fornitura dei vaccini stipulati da diversi paesi, raccolti dalla Duke University (del North Carolina), da Unicef e dalla società di analisi di dati scientifici Airfinity. Se tutte le dosi che sono state prenotate dai paesi più ricchi fossero consegnate, entro l’anno prossimo l’Unione Europea potrebbe vaccinare tutti i suoi abitanti due volte e il Regno Unito e gli Stati Uniti quattro volte.

Inoltre secondo un rapporto dell’organizzazione People’s Vaccine Alliance, che raduna associazioni come Amnesty International, Oxfam e Global Justice Now, i paesi ricchi o con economie forti, che rappresentano il 14 per cento della popolazione globale, hanno comprato il 53 per cento dei vaccini più promettenti. Dal momento che i paesi ricchi hanno fatto tutte queste scorte, il 90 per cento della popolazione dei paesi poveri potrebbe non avere accesso ai vaccini con la stessa tempestività: almeno 67 dei paesi più poveri riuscirebbero a vaccinare solo una persona su 10. Per dare l’idea, in cinque di questi 67 paesi – Kenya, Myanmar, Nigeria, Pakistan e Ucraina – sono stati accertati in totale un milione e mezzo di casi di coronavirus.

Come ha spiegato Steve Cockburn, responsabile che si occupa di economia e giustizia sociale per Amnesty International: «L’accumulazione di scorte di vaccini contribuisce a mettere a rischio gli sforzi globali per assicurare che tutti possano essere protetti dal COVID-19, ovunque».

Le cose da sapere sul coronavirus

Per avere qualche numero di riferimento, prima dell’estate gli Stati Uniti avevano prenotato 100 milioni di dosi del vaccino di Pfizer-BioNTech – che ha iniziato a essere distribuito lunedì, dopo essere stato autorizzato soltanto il 12 dicembre dall’agenzia governativa statunitense che si occupa di farmaci (FDA) – e 200 milioni del vaccino di Moderna. In più avevano preordinato 810 milioni di dosi di altri vaccini sviluppati da AstraZeneca, Johnson & Johnson, Novavax e Sanofi, e hanno messo in conto di poterne comprare altre centinaia di milioni, arrivando fino a un miliardo e mezzo di dosi. Il Regno Unito ha prenotato 357 milioni di dosi da tutte queste società e da un’azienda più piccola, Valneva, ne sta opzionando altri 152 milioni, mentre l’Unione Europea ha prenotato 1,3 miliardi di dosi.

Quasi tutti i vaccini richiedono la somministrazione di due dosi per persona. Gli Stati Uniti hanno circa 330 milioni di abitanti, il Regno Unito 67 milioni e l’Unione Europea quasi 450 milioni. Il Canada, che ha 38 milioni di abitanti, è il paese che in proporzione finora ha prenotato più dosi: abbastanza da poter vaccinare i suoi cittadini fino a sei volte. La ricercatrice della Duke University, Andrea Taylor, ha detto al New York Times che i paesi più sviluppati «si sono messi per primi in fila» e hanno «ripulito gli scaffali».

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Per questa ragione la People’s Vaccine Alliance si è rivolta alle aziende farmaceutiche che hanno sviluppato i principali vaccini contro il coronavirus per chiedere che condividano le loro tecnologie e la proprietà intellettuale di modo che il vaccino possa essere prodotto e distribuito a chiunque ne abbia bisogno. Per garantire una distribuzione equa dei vaccini a 92 paesi tra i più poveri si sta adoperando anche la Covax Alliance, un’organizzazione messa in piedi dalla GAVI Alliance che comprende l’OMS, la Banca Mondiale, l’Unicef e la Bill & Melinda Gates Foundation. Finora il programma Covax è riuscito a prenotare 700 milioni di dosi dei 2 miliardi che vorrebbe ottenere e distribuire entro la fine del 2021.

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Tra i paesi meno ricchi c’è però qualche eccezione. L’India per esempio l’anno prossimo dovrebbe produrre più vaccini di ogni altro paese grazie alla collaborazione che AstraZeneca e l’Università di Oxford hanno avviato con il Serum Institute of India, un produttore di farmaci immunobiologici che ha promesso al governo indiano la metà dei vaccini che produrrà. Il miliardario messicano Carlos Slim ha invece contribuito a finanziare un contratto sempre con AstraZeneca per la distribuzione di 150 milioni di dosi in America Latina, che verranno prodotte in paesi come Argentina e Messico.

Peraltro circa 1 miliardo e mezzo di dosi del vaccino di AstraZeneca dovrebbero essere destinate ai paesi poveri o con redditi medio-bassi, anche perché sarà un vaccino meno costoso e facile da conservare rispetto ad altri. Anche Johnson & Johnson, che ha sviluppato un vaccino che va somministrato in un solo dosaggio, ha promesso 500 milioni di dosi ai paesi più poveri, senza specificare quali. Nel frattempo a gennaio in Indonesia dovrebbero arrivare 1 miliardo e 800 milioni di dosi del vaccino prodotto dall’azienda biofarmaceutica cinese Sinovac, che verrebbe usato per una campagna di vaccinazione di massa e che però deve ancora concludere l’ultima fase di sperimentazione. Intanto la società ha stretto accordi per distribuire il proprio vaccino anche in Turchia, Brasile e Cile.

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C’è poi un altro grosso problema. Infatti, non è certo che le aziende farmaceutiche riusciranno a produrre tutte le dosi che sono state prenotate entro tempi brevi: ingrandire la produzione comporta «sfide e rischi significativi», ha spiegato il responsabile di Coalition for Epidemic Preparedness Innovations, che partecipa al programma Covax, Richard Hatchett. Per esempio, Pfizer aveva annunciato che avrebbe prodotto 100 milioni di dosi entro la fine del 2020, ma poi aveva dovuto dimezzare la previsione. Per questa ragione alcuni esperti citati dal New York Times ritengono che ci saranno vaccini sufficienti per tutti soltanto nel 2024, mentre altri credono che le scorte saranno adeguate alla richiesta soltanto alla fine del 2022, quando la situazione dovrebbe essersi stabilizzata e la domanda per il vaccino sarà quindi diminuita.

Per questa ragione l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le ong che aderiscono al programma Covax hanno chiesto ai paesi che hanno prenotato grandi dosi di vaccino di donarne una parte ai paesi poveri o a quelli più a rischio adesso, e in Canada si sta già discutendo di questa possibilità e di come metterla in pratica. A ogni modo, anche se i paesi ricchi donassero parte dei vaccini prenotati in eccesso, gli esperti ritengono che non ci saranno abbastanza vaccini per tutti i paesi del mondo entro la fine del 2021.