In Bolivia ci sono già proteste contro il governo che si è insediato sei mesi fa
È partito tutto da una riforma agraria voluta dal centrodestra, in mezzo a una crisi economica che va avanti da tempo

Da settimane in Bolivia ci sono grosse proteste contro il governo di Rodrigo Paz, il primo di centrodestra da vent’anni, in carica da poco più di sei mesi. Le ragioni sono legate alle politiche economiche di Paz, che hanno creato malcontento tra i ceti più fragili in un periodo già di crisi. Le proteste non arrivano dal niente: dalla fine del governo di Evo Morales, lo storico ex presidente di sinistra che ha governato il paese tra il 2006 e il 2019, la Bolivia è politicamente instabile. Oggi sta attraversando anche una grave crisi economica che ha ridotto molto il potere d’acquisto della popolazione.
I manifestanti hanno bloccato decine di strade, non solo nelle aree dove l’attività prevalente è l’agricoltura, ma anche nella capitale La Paz. Ci sono stati scontri in cui è stata uccisa almeno una persona e altre tre sono morte perché i blocchi stradali hanno impedito i soccorsi. Centinaia di persone sono state arrestate. Sono stati assaltati palazzi governativi e molti negozi hanno dovuto chiudere. Nei mercati e nei supermercati della capitale faticano ad arrivare cibo e carburante e i prezzi sono duplicati o triplicati.
Il governo ha chiesto aiuto al Cile e all’Argentina per portare cibo nella capitale con gli aerei.
La ragione scatenante di queste proteste è stata una proposta di riforma agraria, poi ritirata, molto contestata tra le comunità indigene e appoggiata dai grandi imprenditori agricoli. Avrebbe dovuto introdurre una riclassificazione delle terre per permettere ai piccoli contadini di usare i terreni sotto i 500 ettari come garanzia per chiedere prestiti. Allo stesso tempo la riclassificazione avrebbe privato i piccoli proprietari di alcune importanti tutele, come l’esenzione dalle tasse, il divieto di vendita, divisione o pignoramento. Secondo i contadini questo avrebbe incoraggiato pratiche commerciali aggressive da parte dei proprietari più grandi e favorito la svendita.
A fine aprile, dalle regioni rurali, i contadini avevano marciato verso la capitale bloccando le strade. A metà maggio il governo si era rimangiato la riforma ma le proteste erano proseguite perché nel frattempo avevano coinvolto altri settori.

Un manifestante a La Paz, 18 maggio 2026 (Photo by Jorge Mateo Romay Salinas/Anadolu via Getty Images)
Anzitutto nelle ultime settimane si sono uniti alle proteste gli insegnanti, che hanno iniziato a chiedere un adeguamento del proprio stipendio all’altissima inflazione boliviana (a dicembre del 2025 era del 20 per cento: per un paragone, in Italia era intorno all’1,2). Poi anche i trasportatori, che hanno cominciato a protestare per l’eliminazione dei sussidi e perché i distributori in Bolivia distribuiscono carburante di scarsa qualità, con residui tossici che danneggiano i mezzi di trasporto. Infine i minatori. Le singole rivendicazioni sono quindi confluite in una sola: la richiesta delle dimissioni di Paz.
Contadini, trasportatori e indigeni sono categorie che hanno goduto di molte tutele durante il governo di Movimento al Socialismo (MAS), il partito di Evo Morales, lui stesso un sindacalista del settore agricolo. Negli ultimi anni però una grave crisi economica causata anche dalle politiche energetiche di Morales e uno scontro interno avevano molto indebolito il partito, la cui guida nel frattempo era passata a Luis Arce, che non aveva mai goduto dello stesso sostegno di Morales.
A novembre era stato eletto Paz, che prevedibilmente aveva spostato più a destra le politiche del governo, riducendo lo spazio per le comunità più fragili e aumentando quello di imprenditori e grandi aziende agricole. Giovedì, dopo settimane di proteste, Paz ha promesso un rimpasto, per aggiustare le cose e garantire più inclusione.

Il presidente Rodrigo Paz, 31 marzo 2026 (Photo by Jorge Mateo Romay Salinas/Anadolu via Getty Images)
Nel frattempo Morales è rimasto rinchiuso per mesi per sfuggire all’arresto, protetto dai suoi sostenitori, che sono ancora molti nonostante gli scandali in cui è stato coinvolto: è accusato di aver avuto rapporti sessuali regolari con una ragazzina di 15 anni e ha provato a ricandidarsi a oltranza nonostante i limiti costituzionali.
Il governo di Paz ha cercato di delegittimare le proteste, sostenendo che fossero architettate dai narcotrafficanti o da MAS, nel tentativo di rovesciare il suo governo. Non ha fornito prove, ma la tesi ha raccolto alcune adesioni importanti, una su tutte quella degli Stati Uniti.
Martedì il vice segretario di Stato Christopher Landau ha sostenuto che quello in corso in Bolivia sia un tentativo di colpo di stato «finanziato da una perversa alleanza tra politica e crimine organizzato». Il segretario Marco Rubio ha detto che gli Stati Uniti non lo permetteranno. Anche il presidente argentino Javier Milei, ultraliberista e di destra, ha appoggiato questa versione.
Al contrario i manifestanti hanno ottenuto il sostegno internazionale di un presidente di sinistra, quello colombiano Gustavo Petro, che si è offerto di fare da mediatore con il governo. Paz lo ha accusato di interferire negli affari interni della Bolivia e ha espulso l’ambasciatrice colombiana; Petro ha risposto facendo lo stesso.
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