Donald Trump. (Chip Somodevilla/Getty Images)
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  • mercoledì 13 Gennaio 2021

A cosa serve l’impeachment adesso?

I Democratici vogliono aprire un nuovo processo per rimuovere Trump, che però se ne andrà comunque il 20 gennaio: cosa vogliono ottenere e perché

di Francesco Costa – francescocosta
Donald Trump. (Chip Somodevilla/Getty Images)

I fatti straordinari accaduti il 6 gennaio negli Stati Uniti stanno continuando a dominare la cronaca politica americana e produrre grandi e rilevanti conseguenze, come faranno probabilmente per molto tempo ancora. Il Partito Democratico sta continuando a chiedere l’immediata rimozione di Donald Trump dalla Casa Bianca ed è pronto ad aprire una nuova procedura di impeachment, dopo quella tentata nel 2019. Trump però dovrà lasciare la Casa Bianca in ogni caso il 20 gennaio del 2021, alla fine naturale del suo mandato. A che serve quindi questo tentativo?

Cos’è l’impeachment
Innanzitutto è bene sapere di cosa parliamo. Negli Stati Uniti la procedura di impeachment serve a rimuovere da un incarico la persona che lo ricopre, che sia un governatore o un ministro o un giudice della Corte Suprema. Non è un procedimento giudiziario, ma politico: la persona oggetto della procedura di impeachment non viene condannata a pene come multe o il carcere, ma solo rimossa dal proprio incarico.

Nel caso del presidente degli Stati Uniti, la Costituzione stabilisce che possa essere rimosso dall’incarico qualora il Congresso – cioè il Parlamento composto dai rappresentanti della popolazione – lo giudichi colpevole di “gravi crimini e misfatti”: una definizione appositamente vaga, così da lasciare discrezionalità su cosa considerare tale. Non devono necessariamente essere azioni “illegali”: non si tratta appunto di una valutazione giudiziaria (che eventualmente andrebbe avanti separatamente e indipendentemente dall’impeachment per iniziativa delle autorità giudiziarie dopo la fine del mandato di Trump). Negli anni Novanta il presidente Bill Clinton fu messo sotto impeachment per aver mentito al paese su una sua relazione extra-coniugale.

Per avviare il procedimento di impeachment è sufficiente un voto a maggioranza semplice della Camera, motivato dalla descrizione dell’accusa. A quel punto il presidente è ufficialmente sotto impeachment e tutto si sposta al Senato, la più prestigiosa delle due camere americane, dove si mette in piedi una specie di “processo”. Una delegazione della Camera, avendo avviato il processo, rappresenta l’accusa. Il presidente può difendersi attraverso i suoi rappresentanti e avvocati, ma anche testimoniando direttamente. I membri della giuria sono i senatori. Al termine del processo, i senatori votano: un presidente può essere rimosso se lo decidono almeno i due terzi dei senatori, cioè 66. Non è mai accaduto nell’intera storia americana.

Perché i Democratici vogliono farlo
Il 6 gennaio un gruppo di estremisti violenti, diversi dei quali armati, ha assaltato il Congresso degli Stati Uniti mentre tutti i parlamentari, alla presenza del vicepresidente, erano riuniti per ratificare il risultato di un’elezione democratica e libera di cui gli insorti non accettavano il risultato. Cinque persone sono morte, tra cui un poliziotto. Un altro poliziotto si è ucciso il giorno dopo. Ed è ormai chiaro che soltanto pochi minuti hanno evitato violenze molto peggiori.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha perso le elezioni e da due mesi sostiene insistentemente e senza prove che il voto sia stato truccato, affermando che sia in corso un colpo di Stato ai suoi danni, prima dell’attacco era fuori dal Congresso con i manifestanti, che aveva convocato direttamente. «Sarà folle!», scriveva sui social; «verremo a prendervi», diceva suo figlio Donald Jr. durante la manifestazione. Parlando ai manifestanti, Trump aveva criticato i Repubblicani perché «lottano sempre con una mano dietro la schiena», accusandoli di «voler essere sempre carini e rispettosi» mentre i veri conservatori dovrebbero «combattere molto più duramente». «Combatteremo come indemoniati!», ha proseguito Trump. «Se non combatterete come indemoniati, non avrete più un paese!».

«Ne abbiamo avuto abbastanza!», ha detto Trump invitando i manifestanti a marciare verso il Congresso e promettendo di fare lo stesso anche lui. «Dobbiamo provare a dare ai più deboli tra i nostri politici Repubblicani l’orgoglio e la forza che serve per riprenderci il nostro paese». Poco dopo è iniziato l’attacco. Sembra che il presidente lo abbia seguito in televisione, venendone gratificato e divertito, ed è noto che per due ore non abbia risposto alle richieste di inviare la Guardia Nazionale, che è stata mobilitata tardivamente e solo su ordine del vicepresidente Mike Pence. Trump ha invece diffuso un video per dire ai violenti: «vi vogliamo bene, siete speciali».

La cosa che avete appena letto non ha precedenti nella storia statunitense: c’è stata un’insurrezione violenta contro il Parlamento fomentata dal presidente degli Stati Uniti. L’ultima volta che il Congresso era stato attaccato era il 1814, durante la Guerra angloamericana, e il nemico erano gli inglesi. L’attacco del 6 gennaio sarà raccontato nei libri di storia nei decenni e nei secoli a venire: per la prima volta negli Stati Uniti il trasferimento dei poteri da un presidente a un altro non è avvenuto in modo pacifico, bensì in modo violento.

Le accuse contro Trump non riguardano soltanto i fatti del 6 gennaio ma anche i due mesi precedenti, durante i quali ha ingannato milioni di americani sulla legittimità del risultato elettorale del 3 novembre, mentendo quotidianamente e alimentando cinismo e sfiducia nella democrazia, ed è arrivato a minacciare i funzionari statali perché truccassero i voti a suo favore. I Democratici accusano quindi Trump di avere «deliberatamente incoraggiato le azioni illegali al Congresso».

L’attacco al Congresso del 6 gennaio. (Samuel Corum/Getty Images)

Ne vale la pena?
La grandissima parte dei politici del Partito Democratico spiega l’intenzione di mettere Trump sotto impeachment semplicemente giudicandola inevitabile. Fatti come quelli del 6 gennaio non possono non provocare una reazione: nei libri di storia, dopo il racconto di come un presidente all’inizio del 2021 istigò una rivolta armata dopo il Congresso, bisognerà leggere quale fu la reazione del Congresso. Se anche Mike Pence dovesse diventare presidente soltanto per dodici ore, sarebbe abbastanza perché anche a decenni di distanza da oggi si noti che all’inizio del 2021 accadde qualcosa di molto grave, che il Congresso volle sanzionare.

Inoltre, i Democratici considerano Trump pericoloso e capace di altri gesti violenti e senza precedenti, ora che il 20 gennaio si avvicina, ovunque gli alleati lo abbandonano e non può più sfogarsi attraverso Twitter. Nancy Pelosi ha chiesto rassicurazioni sui codici nucleari, mentre alcune sue decisioni recenti sono state giudicate come il tentativo di complicare inutilmente la vita del suo successore Joe Biden a danno del paese. Altri temono che possa istigare ancora disordini e violenze.

Anche per questa ragione, quello che chiedono i Democratici non è tanto l’impeachment di Trump quanto l’immediata rimozione di Trump dalla Casa Bianca, giudicandolo inadeguato all’incarico e straordinariamente pericoloso. Dal momento però che Trump non sembra intenzionato a dimettersi, e il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere stanotte che non intende invocare il Venticinquesimo emendamento per rimuoverlo dall’incarico, mercoledì i Democratici faranno partire ufficialmente il procedimento di impeachment.

Se il processo di impeachment si concludesse con la rimozione di Trump dalla Casa Bianca, il Congresso potrebbe decidere anche delle sanzioni accessorie: per esempio privarlo del vitalizio che spetta agli ex presidenti e soprattutto interdirlo dai pubblici uffici, impedendogli di ricandidarsi alle elezioni presidenziali nel 2024.

Ci sono possibilità di riuscita?
I Democratici hanno i voti per mettere Trump sotto impeachment: la maggioranza dei deputati ha già firmato la necessaria risoluzione, che la speaker Nancy Pelosi deciderà quando presentare e sottoporre all’esame dell’aula. Se la risoluzione dovesse passare, Trump diventerebbe il primo presidente di sempre a essere sottoposto all’impeachment per due volte: all’inizio del 2020 era stato processato – e assolto dal Senato – per aver fatto pressioni sul presidente ucraino perché aprisse un’indagine contro Joe Biden.

Al Senato la partita è molto diversa: in questo momento i Repubblicani controllano 50 seggi contro i 48 dei Democratici, perché i due senatori Democratici eletti da poco in Georgia devono ancora insediarsi. Servono 66 voti per rimuovere Trump. Ma la posizione dello stesso Trump è ben più fragile di un anno fa, quando fu assolto dal Senato e l’unico Repubblicano a votare per il suo impeachment fu Mitt Romney. Altri due senatori Repubblicani hanno già chiesto le sue dimissioni, mentre molti altri stanno dicendo che prenderebbero in considerazione di votare a favore della sua rimozione.

La cosa più significativa su questo fronte è che sembra che le figure più potenti del partito abbiano mollato Trump. Liz Cheney, la terza deputata più importante alla Camera del Partito Repubblicano, ha detto che voterà per rimuovere Trump. Il capo dei Repubblicani alla Camera, Kevin McCarthy, lascerà i parlamentari votare secondo coscienza e non farà pressioni perché scelgano una cosa o l’altra. Ma soprattutto: Mitch McConnell, il potentissimo capo dei Repubblicani al Senato, 78 anni e all’inizio di quello che sarà probabilmente il suo ultimo mandato, sembra accogliere favorevolmente l’impeachment ed essere disposto a votare a favore. Il suo voto da solo può spostarne parecchi.

Quali sono i tempi
Non ci sono tempi fissi: decide il Congresso. In momenti normali, prima di arrivare al voto dell’aula si tengono audizioni, interrogatori, discussioni, presentazioni di atti che possono durare anche alcuni mesi. Ma non è obbligatorio che vada così. In questo caso, poi, il “grave crimine” di cui parliamo è avvenuto letteralmente sotto gli occhi dei membri del Congresso, che il 6 gennaio sono scappati da una stanza all’altra barricandosi negli uffici e indossando maschere antigas. Anche quanto accaduto negli scorsi due mesi è stato sotto gli occhi di tutti. Insomma, il voto della Camera per mettere Trump sotto impeachment potrebbe arrivare già mercoledì o comunque entro questa settimana.

Nancy Pelosi, speaker della Camera. (Drew Angerer/Getty Images)

Sarebbe la Camera a decidere poi quando inviare gli atti al Senato, che non partirebbero automaticamente dopo il voto. E qui le cose si complicano. Dal 20 gennaio la maggioranza al Senato sarà del Partito Democratico, grazie ai ballottaggi vinti in Georgia. Fino ad allora però la maggioranza resterà formalmente in mano ai Repubblicani, che quindi possono decidere cosa sottoporre all’aula e cosa no. Mitch McConnell ha detto che è molto difficile calendarizzare l’inizio del processo al Senato prima del 19 gennaio. Il giorno prima dell’uscita di Trump dalla Casa Bianca.

Se non si dovesse fare in tempo, si può mettere Trump sotto impeachment anche dopo che ha lasciato la Casa Bianca?
La Costituzione non parla esplicitamente di questa possibilità, né per ammetterla né per escluderla. Non esiste consenso totale fra i costituzionalisti, ma la maggioranza pensa che sia possibile mettere sotto impeachment un presidente anche dopo che ha lasciato il suo incarico, e nel tempo diversi politici lo hanno suggerito (anche Repubblicani). Ci sono due antichi precedenti, per quanto non riguardino presidenti: nel 1797 un senatore fu espulso dal Senato e poi messo sotto impeachment; nel 1879 il segretario della Guerra si dimise mentre il procedimento di impeachment era in corso, ma il procedimento andò avanti e si concluse con la sua condanna.

Il punto è che l’impeachment in quanto tale ha un grande valore politico, e all’impeachment possono accompagnarsi una serie di sanzioni accessorie come l’incandidabilità o il taglio del vitalizio. Se le dimissioni interrompessero la procedura di impeachment, quindi, un imputato potrebbe teoricamente dimettersi dal suo incarico un minuto prima di ricevere la condanna, così da far saltare l’impeachment e mettersi al riparo dalle sanzioni accessorie.

Chuck Schumer, capo dei Democratici al Senato. (Tasos Katopodis/Getty Images)

A chi conviene?
Anche la risposta a questa domanda non è così semplice. La risposta istintiva sarebbe: conviene ai Democratici, che si sono opposti a Trump per quattro anni e troverebbero nell’impeachment una sanzione pesantissima contro un presidente Repubblicano e sostenuto a lungo in modo compatto dagli stessi parlamentari Repubblicani, nonché una conferma di quanto hanno sempre sostenuto su Trump. I Democratici poi non potrebbero che avvantaggiarsi anche dalle prevedibili divisioni che un impeachment sta già innescando nel Partito Repubblicano. Ed è tutto vero, ma le cose sono più complicate di così.

Il 20 gennaio si insedierà infatti un presidente del Partito Democratico, Joe Biden, che durante la campagna elettorale ha molto insistito sulla necessità di pacificare il paese, promettendo di fare il massimo per guarire le ferite del passato. Inoltre, Biden ha un’agenda ambiziosa e urgente, vista la necessità di contenere la pandemia e far ripartire l’economia. Un processo di impeachment contro il presidente uscente potrebbe distrarre il Congresso dalle questioni legislative e trascinare una contesa che dividerebbe il paese ancora di più.

Per questo alcuni influenti parlamentari Democratici, come il deputato Jim Clyburn, propongono di iniziare il procedimento di impeachment alla Camera ma inviare gli atti al Senato soltanto dopo qualche mese, per dar modo nel frattempo al presidente Biden e al Congresso di concentrarsi sulle cose più urgenti da fare.

Dall’altra parte, se un pezzo del Partito Repubblicano sicuramente osteggerà l’impeachment contro Trump, un altro pezzo potrebbe considerarlo un modo per dissociarsi tardivamente da un presidente difeso a lungo ma oggi molto impopolare, che nell’arco di quattro anni ha fatto perdere al partito il controllo della Casa Bianca, della Camera e del Senato. Alcuni potrebbero giudicarla un’opportunità per far dimenticare il loro sostegno compatto al presidente Trump, trattarlo come un corpo estraneo e in qualche modo, cacciandolo, “lavarsi la coscienza”.