(Tasos Katopodis/Getty Images)
  • martedì 22 Dicembre 2020

La riforma della polizia americana, attorno a Trump

Negli ultimi anni le accuse di violenza della polizia nei confronti dei neri sono diventate sempre più frequenti, ma i problemi vengono da molto lontano

di Alessandra Pellegrini De Luca
(Tasos Katopodis/Getty Images)

Da maggio a ottobre del 2020, imponenti manifestazioni contro il razzismo e la violenza della polizia hanno agitato la politica interna statunitense, portando al centro dell’attenzione globale il movimento Black Lives Matter, che protesta contro la violenza della polizia sugli afroamericani. Il razzismo della polizia è un problema enorme, ed è considerato una delle manifestazioni più evidenti del cosiddetto “razzismo sistemico”, connaturato alle istituzioni politiche e sociali statunitensi, ma la nascita di Black Lives Matter ha dato nuova forza ai tentativi di risolverlo. Ci sono state task force volute dal governo federale e tentativi di riformare o smantellare la polizia a livello locale. Alcuni di questi tentativi, iniziati tempo fa, si erano fermati nei primi anni del governo di Trump, ma sono ripresi dopo le proteste di quest’estate: cambiare le cose non è tuttavia semplice, perché il problema del razzismo nella polizia statunitense ha origini molto antiche. 

Il movimento Black Lives Matter
Black Lives Matter (in italiano “le vite dei neri contano”) è nato nel 2012 sui social network, dopo l’omicidio del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin, e si è trasformato in un movimento nel 2013, dopo l’assoluzione di George Zimmerman, il poliziotto che aveva ucciso Martin. Fondato dalle tre attiviste Patrisse Cullors, Alicia Garza e Opal Tometi, Black Lives Matter è diventato più visibile nel 2014, a seguito di altre due morti di afroamericani per mano della polizia. Le proteste di quest’estate, iniziate dopo dall’uccisione di George Floyd, l’uomo afroamericano morto a Minneapolis durante un arresto il 25 maggio, sono state le più numerose e partecipate della storia del movimento: anche se sono nate e si sono diffuse spontaneamente, basta un’occhiata alle foto per capire quanto Black Lives Matter abbia dato loro un’immagine e un vocabolario.

Una protesta a Boston, Massachusetts, il 31 maggio dopo la morte di George Floyd (Maddie Meyer/Getty Images)

Il New York Times ha definito le manifestazioni degli ultimi mesi, che sono state per la maggior parte pacifiche, «uno dei più clamorosi processi al razzismo americano dei tempi moderni». Le proteste per la morte di Floyd hanno infatti coinvolto milioni di persone (qui i dati sulle proteste raccolti dal Crowd Counting Consortium), raggiunto ogni singolo stato degli Stati Uniti e riempito piazze, parchi e strade non solo di grandi metropoli, ma anche di città piccole e contesti rurali, anche in posti con popolazione quasi totalmente bianca. Le dimensioni, la crescita rapidissima e la sorprendente diffusione territoriale della contestazione di quest’estate hanno portato alcuni esperti a definire Black Lives Matter il più grande movimento della storia degli Stati Uniti. Stando alle stime fatte fino ad ora, più del 3,5% della popolazione americana ha partecipato alle proteste contro la violenza razzista della polizia: secondo uno studio dell’Università di Harvard questo dà a Black Lives Matter la concreta possibilità di portare a un cambiamento politico. Ma non sarà semplice, e per capire la complessità di questo problema è necessario conoscerne l’origine storica. 

Il problema della violenza e del razzismo della polizia americana, infatti, si spiega in parte con la stessa storia degli Stati Uniti, una nazione dalle origini coloniali in cui lo schiavismo è stato legale fino al 1865. In quell’anno, finita la guerra di secessione, il presidente repubblicano Abraham Lincoln promulgò l’emendamento costituzionale che aboliva la schiavitù in tutti gli Stati Uniti, ma un aspetto ricorrente di questo paese è il suo fare regolarmente i conti con la promessa, mai completamente realizzata, di superare il problema del razzismo. Si parla infatti spesso di razzismo “sistemico”: cioè strutturale e intrinseco al sistema. Per capire il problema del razzismo nella polizia americana può essere utile guardarlo come parte di questo contesto. 

Da dove viene la polizia americana
La polizia americana ha le sue radici nelle prime forme di controllo dell’America coloniale: nel Seicento c’erano gli “watchmen”, cioè privati che si alternavano per controllare le colonie prima solo di notte e poi anche di giorno. Negli stati del Sud, dove la schiavitù era molto diffusa, apparvero nel Settecento anche gli “slave patrol”, in tutto simili a quella che oggi chiameremmo polizia: era una forza militare istituzionalizzata, che serviva a controllare le numerose rivolte degli schiavi e che rimase in vigore fino all’abolizione della schiavitù nel 1865. La storica americana Sally Hadden ha scritto che, nella cultura della polizia americana, l’eredità degli “slave patrol” durò a lungo anche dopo il 1865, soprattutto nell’idea che il mestiere del poliziotto fosse per bianchi e che uno dei suoi compiti primari fosse quello di disciplinare i neri. 

Negli Stati Uniti la prima forma di polizia moderna, finanziata con risorse pubbliche, apparve nell’Ottocento in grandi città come Boston, New York e Philadelphia, quando l’industrializzazione e l’urbanizzazione crearono le prime esigenze di ordine pubblico strutturato. Era una polizia molto rudimentale, completamente bianca, spesso corrotta e senza addestramento né indicazioni sull’uso della forza per strada. Il concetto di “ordine pubblico” dipendeva molto dal potere politico del territorio, ed era quindi legato, soprattutto negli stati del Sud, al controllo sui neri, che continuarono a subire una discriminazione sistematica anche dopo la guerra civile, quando pochissimi di loro cominciarono a entrare nella polizia.

Per i neri la situazione non cambiò neanche nel Novecento, con l’arrivo di August Vollmer, da molti considerato il padre della polizia americana che conosciamo oggi. Vollmer era il capo della polizia di Berkeley, in California, e divenne poi il presidente dell’International Association of Chiefs of Police, un’organizzazione internazionale che esiste anche oggi e che si occupa di addestramento, formazione e ricerca nella polizia. Vollmer fu il primo a professionalizzare la polizia, introducendo nuove norme che stabilivano degli standard di addestramento ed educazione per i poliziotti e che riducevano l’influenza politica nei singoli dipartimenti. Durante il suo mandato nella polizia cominciarono a entrare le donne, anche se con ruoli molto limitati. Restava però quasi completamente ignorato il problema del rapporto tra la polizia e gli afroamericani.

Durante la cosiddetta “estate rossa” del 1919, ci furono una serie di attacchi razzisti dei bianchi contro i neri, spesso senza conseguenze legali per i bianchi; a Chicago il rifiuto della polizia di arrestare i responsabili di uno di questi attacchi scatenò una rivolta molto violenta in cui morirono una trentina di persone. A questi fatti seguì una commissione territoriale sul problema del razzismo, la “Commissione di Chicago sulle relazioni tra le razze”. Nel rapporto finale di questa commissione l’allora governatore dell’Illinois, il repubblicano Frank Orren Lowden, scrisse: «non esiste un problema, in America, che abbia dato più pensieri agli uomini assennati del problema del rapporto tra bianchi e neri». «È anche chiaro», scriveva Lowden rivolgendosi non solo a Chicago ma a tante altre città negli Stati Uniti, «che questo problema non potrà essere risolto con la violenza». Il rapporto affrontava la sistematica discriminazione dei neri negli arresti, le violenze dei poliziotti sui neri, e invitava a superare la stigmatizzazione del “nero criminale”, ma non ebbe grandi conseguenze. 

Un uomo arrestato durante proteste per i diritti civili a Rochester, nello stato di New York nel luglio del 1964 (William Lovelace/Express/Getty Images)

Gli anni ‘60: il primo vero tentativo di riforma
Il primo vero tentativo di riformare la polizia arrivò negli anni ’60, nel decennio del movimento per i diritti civili dei neri, della legge sui diritti civili, e negli anni in cui Martin Luther King pronunciò il celebre discorso “I have a dream”. Negli anni ‘60 una serie di rivolte anche molto violente, tra cui la cosiddetta “lunga estate calda” del 1967, spinsero le istituzioni americane a porsi il problema dell’emarginazione sociale dei neri.

In quegli anni il presidente democratico Lyndon Johnson mise insieme la “Commissione Kerner” per indagare le ragioni delle rivolte: il rapporto finale è uno dei primi studi dettagliati sul razzismo sistemico americano e contiene un intero capitolo sulla polizia e alcune raccomandazioni per risolvere il problema della violenza razzista. Johnson creò anche una task force dedicata esclusivamente alla polizia: nel rapporto finale si legge che nelle città medio-grandi i neri, soprattutto giovani maschi, tendevano a vedere nella polizia soprattutto un nemico. Oggi alcuni vedono la Commissione Kerner come un tentativo fallito, una “lotta incompleta”, una “opportunità mancata”, oppure, come l’ha definita un istituto di ricerca dell’Università di Berkeley citando un verso di Robert Frost, una “strada non presa”. 

Le indagini “pattern or practice”
Comunque la si veda, i decenni che seguirono alternarono tentativi di risolvere il problema del razzismo della polizia a sue ricadute. Aumentarono le assunzioni di poliziotti neri, ma, come hanno raccontato gli stessi poliziotti neri, le discriminazioni sono rimaste frequentissime. Nel 1994, dopo il pestaggio di un tassista afroamericano da parte della polizia di Los Angeles, il Congresso americano (l’organo legislativo degli Stati Uniti) ha approvato le cosiddette indagini “pattern or practice”, che in italiano si può tradurre con “prassi o abitudine”. Queste indagini servono infatti a valutare l’esistenza di comportamenti abitualmente violenti da parte della polizia, di ricorrenti episodi di razzismo, o di altre sistematiche violazioni dei diritti garantiti dalla costituzione. In caso di esito positivo, queste indagini permettono la firma di accordi vincolanti tra il dipartimento della Giustizia, che è federale, e le agenzie di polizia, che sono locali, per fare delle riforme. 

Per come è conformata la polizia americana, le indagini “pattern or practice” sono uno strumento importante: anche se esistono organi di sicurezza federali come l’FBI, negli Stati Uniti la polizia è gestita soprattutto a livello locale, con più di 15.000 entità di polizia locali tra città, contee e singoli stati, e questo rende più complicata una riforma della polizia su tutto il territorio statunitense. Si tratta di un modello ereditato in epoca coloniale dagli inglesi, la cui tradizione liberale voleva meno intervento statale possibile, che rende la polizia americana frammentata e decentralizzata, fatta di entità autonome e molto soggette alla cultura politica locale, con i capi della polizia municipale e statale rispettivamente nominati dal sindaco e dal governatore, e le decisioni prese rispettivamente nei consigli comunali e nei governi statali.

Alla luce di questo la possibilità di un intervento federale con le indagini “pattern or practice” è uno strumento potenzialmente efficace, anche se alcuni dipartimenti lo considerano un’invasione federale nell’autonomia locale. In alcuni casi queste indagini hanno funzionato di più, in altri di meno, ma gli episodi di violenza razzista sono ancora tanti, spesso senza nessuna conseguenza per i responsabili e, anche se questi numeri stanno calando, gli uomini neri vengono arrestati cinque volte di più di quelli bianchi pur rappresentando una minoranza della popolazione. 

La riforma della polizia durante Obama
Il movimento Black Lives Matter è arrivato alla fine di questo lungo percorso, dopo un’ulteriore crisi nel rapporto tra polizia e comunità afroamericana tra il 2014 e il 2016. La storia di questo problema ci aiuta a capire come Black Lives Matter faccia i conti con una situazione complessa, di uguaglianza mai completamente realizzata e di razzismo radicato nella cultura della polizia, che politici di diversa provenienza hanno tentato di risolvere, ma che è rimasto in larga parte irrisolto. Il primo a raccogliere la richiesta di cambiamento di Black Lives Matter è stato Barack Obama, il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti, Democratico ed eletto nel 2008. Black Lives Matter nacque durante il suo secondo mandato e in un articolo di quest’estate il giornale americano Politico ha parlato di una “era Obama” nella riforma della polizia. 

L’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama e Terry Cunningham della International Association of Chiefs of Police durante un incontro sulla giustizia sociale e sul ruolo della polizia nelle comunità, luglio 2016 (Alex Wong/Getty Images)

Nel 2014, pochi mesi dopo le prime grosse proteste di Black Lives Matter per la morte dei due afroamericani Eric Garner e Michael Brown durante due arresti, Obama creò una task force dedicata esclusivamente alla polizia. In sette occasioni, undici esperti incontrarono un centinaio di persone tra capi della polizia, poliziotti, politici locali, cittadini, attivisti, ricercatori e accademici, discutendo anche molte testimonianze scritte oltre a queste interviste. Barry Friedman, professore di legge alla New York University e direttore dell’organizzazione Policing Project, che si occupa del rapporto tra polizia e democrazia nella stessa università, ha detto che la task force di Obama è stata una delle indagini più estese condotte su questo problema dagli anni ’60. Il rapporto finale, pubblicato nel 2015, conteneva delle indicazioni per migliorare la polizia sia dal punto di vista operativo, con un maggiore coinvolgimento presidenziale e delle proposte per l’addestramento, la maggiore trasparenza e responsabilità individuale dei poliziotti, che della cultura. 

Obama fece anche un’altra cosa per provare a cambiare la polizia: usò i mezzi già esistenti a sua disposizione e aprì, secondo dei dati di Reuters, almeno 20 indagini “pattern or practice”. È un numero alto se pensiamo che, secondo gli stessi dati, George W. Bush ne aveva aperte 14 e Trump ne ha aperta solo una. In 14 città, distribuite su 13 stati, le indagini si sono concluse con degli accordi per riformare la polizia: le città si sono impegnate a introdurre limitazioni sull’uso della forza e delle armi, norme per aumentare la responsabilità individuale dei poliziotti, e a formare gli agenti su modalità di arresto e interrogatorio non discriminatorie. Queste entità di polizia locali sono solo una piccola parte delle più di 15.000 esistenti sul territorio statunitense. Ma tenendo conto del fatto che ci vogliono mediamente più di cinque anni per attuare le riforme richieste, Politico ha definito gli accordi stabiliti durante il mandato di Obama il maggior tentativo di riforma della polizia attualmente in corso negli Stati Uniti. 

Gli anni di Trump
La tendenza riformista di Obama ha avuto una battuta d’arresto durante il mandato di Donald Trump, il presidente Repubblicano eletto nel 2016. Secondo Reuters, il Guardian e Vox, Trump ha sostanzialmente smantellato l’unico programma federale esistente per riformare la polizia, riducendo drasticamente l’uso delle indagini “pattern or practice”. Negli anni di Trump è stata avviata una sola indagine, nel dipartimento di polizia di Springfield, in Massachusetts. L’indagine ha rivelato che gli agenti dell’unità antidroga erano soliti picchiare gli arrestati con ripetuti calci e pugni in faccia, provocando fratture e contusioni di vario tipo. Ad oggi, l’indagine non ha ancora portato ad alcun accordo di riforma.

Jeff Sessions, il primo procuratore generale nominato da Trump (il procuratore generale è il direttore del dipartimento della Giustizia e il suo ruolo è simile a quello del ministro della Giustizia italiano), ha definito gli accordi firmati durante l’amministrazione Obama una «dannosa intrusione federale». Sessions ha poi ordinato la revisione degli accordi esistenti, opponendosi ad alcuni di essi, e ha anche cambiato le regole per fare questi accordi, rendendoli molto più complicati.
Trump ha poi sostituito
Sessions con William Barr, conservatore, ex consulente del presidente repubblicano Ronald Reagan e già procuratore durante il mandato di George H.W. Bush. Secondo Barr, che si è appena dimesso, il problema del razzismo sistemico non riguarda la polizia americana, e non bisogna fare l’errore di confondere un atto di violenza individuale con la cultura di un’intera istituzione. Barr ha anche detto che sono stati fatti molti progressi rispetto al problema del razzismo nella polizia e che le indagini “pattern or practice” non sono uno strumento utile per risolvere i problemi della polizia, quando ce ne siano. 

Trump, durante gli anni del suo mandato, ha esplicitamente fatto capire in più occasioni di non considerare la violenza della polizia un problema, anzi. Circa tre anni fa, durante un incontro con la polizia nello stato di New York, rese chiara la sua idea di cosa sia la polizia quando disse ai poliziotti di «non essere troppo gentili» con gli arrestati e di non preoccuparsi troppo di non far loro del male durante l’arresto. Questo settembre, durante un comizio elettorale, Trump ha anche detto che vedere la polizia che strattona i giornalisti durante le manifestazioni «come se fossero dei sacchetti di popcorn» è «uno spettacolo meraviglioso».

Trump ha mostrato in più occasioni il suo disinteresse anche verso il problema del razzismo. Rispondendo a una domanda sulla morte di George Floyd, aveva detto che la polizia americana uccide più bianchi che neri, senza però ricordare che la popolazione bianca è molto più ampia di quella nera; anche se in valore assoluto ci sono più vittime tra i bianchi, rispetto alla popolazione americana il numero di vittime afroamericane è sproporzionato. Trump, inoltre, ha un seguito di suprematisti bianchi da cui si è sempre distanziato poco e timidamente, interagendo con loro sui social network in più di un’occasione e mostrandosi molto vicino a loro anche dopo strage di Charlottesville del 2017.

Le riforme dopo la morte di George Floyd, e Biden
L’ultimo capitolo di questa lunga storia è arrivato con la morte di George Floyd, alla fine del mandato di Trump. Le enormi proteste seguite a questo episodio hanno avuto diversi effetti. Per prima cosa hanno rimesso in moto molti tentativi di riforma della polizia locale: i consigli comunali di molte città americane hanno votato provvedimenti per ridurre l’uso di pratiche controverse da parte della polizia, come lo schiacciare il ginocchio sul collo degli arrestati (Floyd è morto così), l’uso dello spray al peperoncino o dei gas lacrimogeni (un’immagine caratteristica delle proteste di quest’estate ritrae i manifestanti che si versano taniche di latte sugli occhi). 

Un uomo si versa del latte sul volto per lenire gli effetti del gas lacrimogeno sparato dalla polizia durante una manifestazione a Denver, in Colorado, il 30 maggio 2020 (Michael Ciaglo/Getty Images)

Con una legge che l’ACLU (American Civil Liberties Union, un’organizzazione non governativa che si occupa di diritti civili) ha definito storica, il Colorado è stato uno dei primi stati a togliere l’immunità legale ai poliziotti colpevoli di cattiva condotta. Le riforme hanno coinvolto sia dipartimenti di polizia piccoli che alcuni dei più grandi negli Stati Uniti, come Philadelphia, New York (non solo la città ma anche lo stato) e Washington. In totale, a giugno 16 stati avevano intrapreso dei percorsi di riforma, e una lista completa aggiornata a ottobre 2020 si può trovare qui

Le proteste per la morte di Floyd hanno anche scatenato un dibattito molto acceso sui fondi pubblici dati alla polizia. A Minneapolis, la città in cui è morto Floyd e che ha una tradizione di violenza razzista nella polizia, il consiglio comunale ha votato per togliere 8 milioni di dollari (circa il 4,5% del budget complessivo) alla polizia e trasferirli ad altri servizi per la città. Questa decisione è significativa, perché è quella che si avvicina di più alle richieste del movimento “defund the police” (in italiano “tagliare i fondi alla polizia”). 

Questo movimento, che è minoritario ma esiste in America da alcuni anni, pensa che la spesa pubblica americana per la polizia sia eccessiva, che questo provochi dei danni, e chiede di togliere dei fondi per darli ad altri servizi pubblici, come medici o assistenti sociali, che possono gestire meglio situazioni attualmente gestite dalla polizia. Philip Atiba Goff, professore alla Yale University, co-fondatore di un centro di ricerca su polizia e democrazia, e consulente del consiglio comunale di Minneapolis, ha spiegato che il taglio dei fondi alla polizia non punta alla sua abolizione e che, se usato con intelligenza, potrebbe funzionare. Atiba Goff ha detto che il 911 (il numero generico di emergenza negli Stati Uniti) prevede già tante opzioni, dai pompieri all’ambulanza, e che si tratterebbe solo di renderle più operative, dato che capita spesso che sia la polizia a gestire casi che competono a questi servizi, a volte portando le stesse persone in ospedale. Atiba Goff ha anche detto che il taglio dei fondi è utile solo se si tagliano fondi nei punti giusti e con delle strategie pensate, reinvestendoli: togliendo fondi in modo generico, per esempio, i primi licenziati sarebbero i poliziotti più giovani e con meno anzianità, che sono più probabilmente quelli più progressisti o aperti alle trasformazioni culturali della polizia stessa. Sia Obama che Biden, comunque, sono contrari a questa opzione, ed è troppo presto per sapere se e come funzionerà a Minneapolis.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump mostra l’ordine esecutivo che ha appena firmato per introdurre alcune riforme sulle forze di polizia degli Stati Uniti (Alex Wong/Getty Images)

Le proteste di quest’estate hanno prodotto risultati anche a livello federale: dopo due settimane di manifestazioni i Democratici hanno annunciato una proposta di legge per una riforma federale della polizia negli Stati Uniti, che prevede limitazioni sull’uso di forza e armi, corsi di aggiornamento per i poliziotti, e più strumenti per perseguire i poliziotti accusati di violenza. Per ora resta una proposta: per diventare legge, dovrebbe essere approvata sia dalla Camera che dal Senato: ma mentre i Democratici controllano la Camera, il controllo del Senato è in bilico, ed è probabile che resti in mano ai Repubblicani, che difficilmente approveranno questa legge. Un segnale di apertura, però, è arrivato anche da loro: dopo tre settimane di proteste lo stesso Trump ha firmato un ordine esecutivo per limitare l’uso della forza da parte della polizia. 

Bisognerà aspettare il mandato di Joe Biden per vedere se, e in che modo, la polizia americana cambierà. Neil Gross, un ex poliziotto e professore di sociologia, ha scritto che è possibile cambiare la polizia, ma che Joe Biden dovrà avere un piano più preciso per farlo; Philip Atiba Goff (che è afroamericano) ha detto la riforma della polizia americana non riguarda solo la polizia, ma l’intero sistema, e che una riforma riuscita sarebbe il “pagamento arretrato di un debito mai saldato, in quattrocento anni, per le morti dei neri”. 

Questo e gli altri articoli della sezione L’America che ha lasciato Trump sono un progetto del corso di giornalismo 2020 del Post alla scuola Belleville, pensato e completato dagli studenti del corso.