Un dettaglio della mappa che mostra il riscaldamento climatico nei comuni europei (EDJNet)

La temperatura media è aumentata in quasi tutti i comuni italiani

E lo stesso vale anche nel resto d'Europa: sarà una tendenza difficile da fermare

Un dettaglio della mappa che mostra il riscaldamento climatico nei comuni europei (EDJNet)

Negli ultimi cinquant’anni la temperatura media è aumentata di almeno 1°C in 7.540 comuni italiani su 7.669, e a un ritmo di crescita preoccupante. Il clima sta ancora cambiando velocemente in tutto il mondo, nonostante gli impegni di governi e aziende per ridurre le emissioni di gas serra, soprattutto in Europa: il riscaldamento globale è un processo difficile da invertire e anche da rallentare, a causa delle sottovalutazioni del passato a cui adesso è complicato rimediare, e del fatto che ci sono paesi – come India e Cina – le cui emissioni continuano ad aumentare.

In Italia, come in Europa, le zone con l’aumento di temperatura maggiore sono quelle più fredde, soprattutto alcune delle regioni dell’arco alpino e molti dei comuni che si trovano nella zona dell’Appennino centrale. La provincia autonoma di Bolzano è dove c’è stata la crescita più evidente: +2,71°. Al secondo posto il Lazio con +2,60°, poi la Lombardia con 2,55° e il Friuli Venezia Giulia con +2,52°. Al contrario, la Toscana è la regione con la crescita meno netta rispetto a tutte le altre: 1,67°.

Il comune dove la temperatura media è cresciuta di più in assoluto è in provincia di Sondrio e si chiama Novate Mezzola: negli ultimi cinquant’anni la temperatura è aumentata di 4,1°. La provincia di Sondrio, con +2,98°, è quella che ha avuto la crescita più netta in Lombardia. Si trova in Piemonte, invece, il comune dove la temperatura è cresciuta meno: ad Airasca, a circa quaranta chilometri da Torino, il termometro segna in media +0,3° rispetto a cinquant’anni fa.

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I dati di tutti i comuni europei
È possibile analizzare tutti questi dati grazie al progetto Copernicus, un programma dell’Unione Europea che raccoglie informazioni da molte fonti come sensori di terra, di mare e satelliti: tutte queste informazioni vengono raccolte e messe a disposizione di cittadini, ricercatori e aziende per garantire dati affidabili e aggiornati su temi ambientali.

OBC Transeuropa e EDJNet, in collaborazione con Sheldon Studio, hanno analizzato milioni di dati per visualizzarli in una mappa che mostra la crescita della temperatura in Europa dagli anni Sessanta fino al 2019 in 100mila comuni: in due terzi dei comuni europei la temperatura media è aumentata di oltre due gradi nel periodo di tempo analizzato, con alcuni picchi che superano i 5°.

La mappa che mostra l’aumento di temperatura media in 100mila comuni europei (EDJNet)

Come si può osservare dalla mappa, anche in Europa esiste un problema di riscaldamento nelle aree più fredde, come le nazioni del nord Europa: otto dei dieci comuni dove la temperatura è aumentata in modo più significativo si trovano in Norvegia centrale. E il comune europeo dove c’è stato l’aumento maggiore è Reykjanesbær, in Islanda, dove la temperatura media è cresciuta di 5,8° in pochi decenni, anche se in questo caso la crescita è stata influenzata dalla presenza del principale aeroporto islandese, a circa 50 chilometri dalla capitale Reykjavík.

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Le zone colorate di rosso, quindi dove c’è stato un marcato aumento della temperatura, sono anche nell’Europa centro-orientale, soprattutto nelle aree intorno alle capitali o alle grandi città: Tallinn, Belgrado, Riga e Budapest sono le capitali che hanno registrato la crescita più significativa.

Le conseguenze sono già visibili e allarmanti: in tutta Europa ci sono alluvioni o lunghi periodi di siccità, il livello dei mari si sta alzando, i ghiacciai sulle Alpi si stanno sciogliendo e negli ultimi anni sono aumentati gli eventi climatici più estremi. Le ragioni del cambiamento climatico sono tante, così come le conseguenze.

Attenzione al mar Mediterraneo
Filippo Giorgi è direttore della sezione di Scienze della Terra del Abdus Salam International Centre for Theoretical Physics (ICTP) di Trieste, ed è stato membro del comitato esecutivo dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che nel 2007 ha vinto il Premio Nobel per la Pace. Ed è preoccupato dalle anomalie climatiche degli ultimi due anni. «Nel 2019 c’è stata un’ondata di calore nel nord Europa, che ha causato uno scioglimento dei ghiacci molto accentuato», ha detto. «Poi ci sono stati gli incendi nella zona dell’artico e in Russia. Sono segnali di un trend di cambiamento evidente negli ultimi quarant’anni e che sta continuando in modo sempre più accelerato».

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Secondo Giorgi, una delle zone più delicate dal punto di vista ambientale è tutta l’area del Mediterraneo, che si trova nella fascia di transizione tra il clima umido europeo e quello secco e caldo del nord Africa. «In queste aree particolari, anche piccoli cambiamento producono effetti molto forti», ha spiegato. «Pensiamo a quello che è successo nell’ottobre del 2018 sulle Dolomiti, dove si è abbattuta la tempesta Vaia che ha distrutto migliaia di ettari di foreste. Quella tempesta è stata causata dal riscaldamento delle acque del Mediterraneo, con un input di energia che ha incontrato una perturbazione e provocato quel disastro. Per questo motivo è importante monitorare la variazione della temperatura».

La tempesta Vaia di fine ottobre 2018 ha abbattuto 5.918 ettari di bosco (Ansa/Provincia di Bolzano)

I fattori che incidono con un impatto maggiore sul clima sono l’aumento dei gas serra e l’utilizzo di combustibili fossili, a livello globale. Ma ci sono anche tante altre cause a livello locale, come l’alta densità abitativa, il consumo di suolo e la conseguente diminuzione degli spazi verdi che servirebbero come filtro per limitare l’effetto delle radiazioni solari.

Una volta innescato, il processo di riscaldamento è difficile da rallentare. La colpa è della retroazione positiva, o feedback: in un’atmosfera calda cresce la concentrazione del vapore acqueo, che è un gas serra e a sua volta determina una crescita delle temperature. Un altro feedback climatico riguarda le aree polari, dove lo scioglimento dei ghiacci diminuisce la superficie che riflette il calore esponendo alle radiazioni solari il suolo o l’acqua che a loro volta, scaldandosi, provocano lo scioglimento dei ghiacci.

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Lo scioglimento dei ghiacciai sulle Alpi
Il fenomeno dello scioglimento dei ghiacci non è rilevante solo nelle zone polari, ma anche sulle catene montuose e in particolare sulle Alpi, come dimostrano i dati pubblicati da Copernicus. Giorgi è tra gli autori di una ricerca che mostra l’evoluzione di circa quattromila ghiacciai alpini a partire dal 1901 e con proiezioni fino al 2100. L’indicatore da valutare con più attenzione per verificare le condizioni dei ghiacciai è la ELA (Equilibrium-Line Altitude), cioè la linea di equilibrio dei ghiacciai, che dipende da parametri climatici come le temperature estive e le precipitazioni invernali, e identifica la quota che separa la zona di accumulo di un ghiacciaio e la zona detta di “ablazione”, dove la neve sparisce completamente in estate.

Il ghiacciaio dei Forni, a Santa Caterina Valfurva (Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Nel più ottimistico degli scenari, la ELA salirà di circa 100 metri, in quello intermedio di 300 metri e nel terzo scenario, il più estremo, di 700 metri. Significa che entro il 2100 potrebbe scomparire il 92% dei ghiacciai alpini, nella peggiore delle ipotesi. I ghiacciai più a rischio sono quelli che si trovano sotto i 3500 metri di quota: rischiano di sciogliersi completamente entro i prossimi 30 anni. Secondo Giorgi è impossibile invertire questo trend: forse si potrà rallentare. «Il massimo che si può fare nei prossimi anni è adottare misure per cercare di limitare le emissioni per mantenere la crescita del riscaldamento al di sotto della soglia di pericolo. Ma più passa il tempo e più è difficile limitare gli effetti», conclude.

Le promesse degli stati
Per cercare di limitare l’aumento del riscaldamento globale, nel 2015 quasi tutte le nazioni hanno firmato l’accordo di Parigi con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2°C in più rispetto ai livelli preindustriali e di proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C attraverso piani d’azione per ridurre le emissioni.

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A distanza di cinque anni, non si può dire che gli obiettivi siano stati raggiunti. Il 12 dicembre si è tenuto un “Climate Ambition Summit” virtuale a cui hanno partecipato presidenti di ogni parte del mondo. Tra i paesi che non hanno partecipato ci sono il Brasile e gli Stati Uniti, che nel 2017 si sono ritirati dall’accordo di Parigi per volere dell’ex presidente Donald Trump, e che nei prossimi mesi rientreranno, dopo l’insediamento del nuovo presidente Joe Biden.

Gli attivisti per il clima marciano nel tentativo di occupare la miniera di carbone a cielo aperto di Garzweiler, in Germania (Sascha Schuermann/Getty Images)

Alok Sharma, ministro dell’Energia britannico e presidente della conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, è stato molto diretto nei confronti dei leader mondiali chiedendo se fosse stato fatto il necessario per mantenere le promesse di Parigi: «Amici, dobbiamo essere onesti con noi stessi», ha detto. «La risposta al momento è: no. Per quanto incoraggiante sia tutta questa ambizione, non è abbastanza». Durante il “Climate Ambition Summit” è stato più volte ribadito che allo stato attuale l’andamento del riscaldamento globale porterà a una crescita della temperatura media globale tra i 3,5° e 4° C, rispetto ai livelli pre-industriali, entro il 2100.

Secondo i dati forniti dall’ONU, sono 71 i paesi che hanno annunciato nuovi piani climatici nazionali per contrastare il cambiamento climatico. Durante un vertice organizzato a Bruxelles l’11 dicembre, i 27 capi di Stato dell’Unione Europea si sono impegnati a ridurre le emissioni inquinanti del 55 per cento rispetto al 1990.

Per raggiungere questo obiettivo, secondo le prime bozze e anticipazioni l’Italia investirà il 37 per cento dei fondi assegnati dal Recovery Fund, quindi 73,4 miliardi di euro, prevedendo interventi per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica degli immobili, a partire da scuole e ospedali, e promuovere nuove e sostenibili forme di mobilità locale. Le bozze indicano azioni specifiche per migliorare la qualità dell’aria nei centri urbani, favorire l’economia circolare, mitigare i rischi di dissesto idrogeologico e ripulire le acque interne e marine.