• Scienza
  • domenica 13 Dicembre 2020

Nell’Artico fa sempre più caldo

A causa del cambiamento climatico, c'è sempre meno ghiaccio nel Mar Glaciale Artico con conseguenze per l'intero pianeta, dice un nuovo rapporto internazionale

Martedì 8 dicembre, la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA, l’agenzia governativa statunitense che si occupa di clima) ha diffuso un nuovo rapporto sulle condizioni dell’Artico, segnalando un marcato cambiamento che lo sta portando a essere ancora più caldo. I ghiacci e la neve sono meno presenti nella regione, sempre più caratterizzata dalla presenza di piogge e da ampi tratti di mare aperto dove un tempo si concentravano enormi piattaforme di ghiaccio.

Da 15 anni, gli esperti del NOAA pubblicano ogni anno l’Arctic Report Card, contenente dati e analisi raccolti su una delle aree del pianeta più esposte ai fenomeni del cambiamento climatico, causato in buona parte dalle attività umane. Al rapporto di quest’anno hanno collaborato oltre 130 ricercatori di 15 paesi. I risultati del loro lavoro sono stati pubblicati online e presentati alla conferenza annuale dell’Unione Geofisica Americana (AGU).

Il cambiamento climatico è un fenomeno globale, ma in alcune aree l’aumento della temperatura si sta verificando più rapidamente che in altre. L’Artico si sta scaldando a circa il doppio della velocità rispetto a buona parte del resto del Pianeta.

L’aumento della temperatura media nella regione artica porta con sé diversi effetti collaterali: aumento dei livelli dei mari e modifica nelle correnti oceaniche, per citare solo due fenomeni che influiscono sulla vita in interi ecosistemi portando a numerosi squilibri per milioni di specie viventi. I cambiamenti nell’Artico sono inoltre una delle cause degli eventi atmosferici sempre più estremi che si manifestano ogni anno, secondo le ricerche scientifiche e i modelli più recenti.

La quantità di ghiaccio che ricopre parte del Mar Glaciale Artico varia a seconda delle stagioni, con una diminuzione della calotta nel corso dei mesi estivi. Quella di quest’anno è stata più marcata del solito ed è stata la seconda più evidente da quando viene rilevata l’estensione del ghiaccio marino con le rilevazioni satellitari. La perdita di ghiaccio sopra la media ha interessato anche la calotta glaciale della Groenlandia e i principali ghiacciai dell’Alaska.

La temperatura estiva più alta della media ha comportato uno scioglimento piuttosto esteso del permafrost, lo strato di suolo che in condizioni normali è perennemente ghiacciato. Il fenomeno viene rilevato da diversi anni e con crescenti preoccupazioni per i suoi effetti sulla flora e sulla fauna, senza contare il maggior rischio di rilascio nell’atmosfera di grandi quantità di anidride carbonica e altri gas serra, che si liberano dopo lo scioglimento del permafrost.

Estensione della banchisa (linee continue) e andamento (linee tratteggiate) per i mesi di marzo (nero) e di settembre (rosso) tra il 1979 e il 2020 (NOAA)

Inoltre, nel Bacino euroasiatico la quantità di neve ha raggiunto un minimo record lo scorso giugno, nonostante le nevicate fossero state abbondanti: il caldo anomalo ha accelerato disgelo ed evaporazione. La conseguente minore quantità di acqua disponibile ha comportato un prolungato periodo di siccità, con incendi su larga scala che hanno interessato svariate migliaia di chilometri quadrati. Soprattutto in Siberia, gli incendi hanno distrutto numerose foreste di conifere, liberando nell’atmosfera circa il 30 per cento di anidride carbonica in più rispetto all’anno precedente.

Nel Circolo polare artico la temperatura media al suolo rilevata da ottobre 2019 a settembre di quest’anno è stata di 1,9 °C superiore alla media calcolata tra il 1981 e il 2010. È stata inoltre la seconda più alta mai rilevata e indicata nei registri dell’ultimo secolo.

La variazione nella temperatura sta avendo un effetto tangibile sulla quantità di ghiaccio nell’Artico. La più grande riduzione fu registrata nel 2007 e da allora non si è mai tornati ai livelli precedenti, nonostante le oscillazioni rilevate annualmente. In queste condizioni la possibilità di tornare indietro appare remota, se non impossibile, come segnalato da una ricerca pubblicata lo scorso settembre da due ricercatori statunitensi sui cambiamenti nella quantità di ghiaccio marino.

Una trentina di anni fa, il ghiaccio di almeno 4 anni costituiva da solo circa un terzo della calotta artica alla fine dell’inverno. Secondo le ultime rilevazioni del NOAA, ghiaccio così vecchio costituisce ora meno del 5 per cento della banchisa. Il ghiaccio di recente formazione è meno compatto ed è di solito più sottile, quindi molto più esposto allo scioglimento dovuto alle temperature più alte. Ciò influisce sul volume complessivo di ghiaccio disponibile, come è stato riscontrato con le misurazioni degli ultimi anni, che hanno fatto rilevare nuovi minimi storici.

La mappa di sinistra mostra l’estensione del ghiaccio marino tra il 12 e il 18 marzo 1985, quella di destra tra l’11 e il 17 marzo 2020. I diversi colori mostrano l’età del ghiaccio nelle varie zone dell’Artico, riportate anche nel grafico sottostante (NOAA)

Le condizioni complessive dell’Artico sono ritenute preoccupanti anche alla luce dell’andamento complessivo del riscaldamento globale, e degli scarsi risultati ottenuti finora per contrastarlo, nonostante le promesse di numerosi governi negli ultimi anni. Rick Thoman, uno degli autori del rapporto, ha dato una descrizione piuttosto allarmata del nuovo documento: “Descrive una regione artica che continua a diventare più calda, meno ghiacciata e modificata dal punto di vista biologico in modi che erano difficilmente immaginabili solo una generazione fa. Praticamente tutto nell’Artico, dal ghiaccio alla neve alle attività umane, sta cambiando a una tale velocità che non ci sono motivi per pensare che tra trent’anni ci possa essere ancora qualcosa paragonabile a oggi”.