(Alan Crowhurst/Getty Images)

Cosa faremo con tutto questo debito?

Quello italiano non era mai stato così alto e prima o poi dovremo farci i conti

(Alan Crowhurst/Getty Images)

Domenica 29 novembre il Consiglio dei ministri ha approvato il quarto decreto sugli aiuti economici per contrastare gli effetti della pandemia, il cosiddetto “Ristori quater”. Le nuove misure sono state finanziate grazie a uno scostamento di bilancio (cioè un’autorizzazione al governo a indebitarsi più del previsto nel triennio 2020-2022) di 8 miliardi di euro approvato dal Parlamento il 26 novembre, il quinto dall’inizio della pandemia.

Questo ulteriore scostamento porterà a circa 197 miliardi di euro il debito totale assunto dallo Stato per fronteggiare le spese straordinarie dovute al coronavirus. La cifra è però tutt’altro che definitiva e molto probabilmente è destinata a salire: in un’intervista del 19 novembre a SkyTG24, il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha già previsto un nuovo scostamento pari a 20 miliardi a inizio 2021.

Le misure anticrisi stanno quindi facendo notevolmente aumentare il debito pubblico italiano, che già a fine 2019 era di oltre 2.400 miliardi di euro, circa il 135% del Prodotto interno lordo (quello che il Paese riesce a produrre in un anno). E siccome nel frattempo il Pil sta scendendo perché produciamo sempre meno a causa del lockdown (l’Unione Europea stima per l’Italia una contrazione del 9,9% nel 2020), il rapporto debito/Pil quest’anno toccherà probabilmente livelli che non si vedevano dal dopoguerra: la stima è del 162%, in aumento di circa 27 punti percentuali rispetto all’anno scorso.

La crescita del debito a causa della pandemia è un problema globale, ma desta maggiore preoccupazione in Paesi come l’Italia, sorpresi da questa crisi con un debito pubblico già alto rispetto al proprio Pil.

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Il problema e il ruolo dell’Europa
Sebbene non manchi chi sostiene che il debito non sia un problema così gravoso, un alto rapporto debito/Pil è preoccupante per almeno due motivi. Primo perché, come affermano diversi studi, tende a ostacolare la crescita economica del Paese interessato nel lungo periodo: il governo potrebbe aumentare le tasse per ripagare il debito, scoraggiando così gli investimenti privati. Secondo, perché aumenta il rischio che il Paese non riesca a ripagare le proprie obbligazioni (il cosiddetto default) e perda la fiducia dei creditori che a quel punto chiederebbero tassi molto alti per prestargli altri soldi, peggiorando ancor più la situazione.

Al momento, per l’Italia quest’ipotesi è scongiurata dalla BCE, che con i suoi programmi APP (o Quantitative easing) e PEPP (il programma di acquisti d’emergenza introdotto dopo l’inizio della pandemia) si è impegnata a comprare titoli di Stato dei Paesi europei in grandi quantità sul mercato secondario (quindi non direttamente all’emissione, cosa che non può fare per legge, ma da investitori che li hanno sottoscritti e vogliono venderli).

Nell’intero 2020, la BCE avrà comprato titoli italiani sul mercato per un totale di 224 miliardi di euro. La garanzia di poter rivendere i titoli alla BCE in qualsiasi momento ha fatto sì che negli ultimi mesi il tasso richiesto dai creditori sui titoli italiani scendesse, e al momento l’Italia è in grado di indebitarsi a dieci anni pagando solo lo 0,56% annuale, meno di quanto paghino gli Stati Uniti. Il problema è che se la BCE smettesse di acquistare debito in così grandi quantità, gli investitori non sarebbero più altrettanto sicuri di poter rivedere i loro soldi e pertanto chiederebbero interessi più alti sul debito di nuova emissione, il che potrebbe diventare un grosso problema per le casse dello Stato.

Cancellare il debito?
Per queste ragioni, prima o poi bisognerà tentare di ridurre il rapporto debito/Pil. Su come fare è in corso un dibattito molto acceso: capire come ridurlo significa anche capire chi dovrà pagare il debito.

Una delle proposte avanzate è che la BCE cancelli semplicemente il debito da pandemia in suo possesso. Due settimane fa, in un’intervista a Repubblica, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli l’aveva definita «un’ipotesi di lavoro interessante», e mercoledì scorso anche un membro del governo italiano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, ha riproposto questa strada, che però era già stata categoricamente esclusa dalla presidente della BCE Christine Lagarde in risposta alle dichiarazioni di Sassoli, perché contraria ai trattati.

Certo, i trattati si possono modificare, ma il processo non è agevole e dovrebbe esserci la volontà unanime di tutti gli Stati membri; il che appare poco probabile, perché la BCE, che di solito compra titoli di Stato dei diversi Paesi in proporzione alla loro quota di capitale nella banca centrale (la cosiddetta capital key), con il PEPP ha abbandonato temporaneamente questo vincolo comprando relativamente più titoli di Stato dei Paesi più colpiti dalla pandemia. Cancellare questo debito vorrebbe dire dunque favorire questi Paesi, tra cui l’Italia, rispetto agli altri, e quindi far pagare indirettamente parte dei costi della pandemia dei Paesi che più hanno beneficiato del programma PEPP a quelli che ne hanno beneficiato meno.

C’è poi chi mette in dubbio l’efficacia di una simile mossa, come gli economisti Lorenzo Codogno e Giampaolo Galli, che sul Sole 24 Ore del 22 novembre ne mettevano in luce due falle principali.

Primo, bisogna tenere conto che la BCE restituisce i proventi dai titoli che detiene alle banche centrali nazionali, che li versano ai rispettivi Stati. Perciò, cancellare parte di questi titoli vorrebbe dire sì far pagare meno interessi e quote capitali ai Paesi, ma anche privarli dei proventi che ne derivano. Insomma, sarebbe una partita di giro senza alcun impatto sul conto economico degli Stati. Per quanto riguarda il loro patrimonio poi, cancellare questi titoli diminuirebbe sì il loro debito, ma anche il loro attivo, perché al contempo si svaluterebbe il patrimonio della BCE, di cui possiedono una quota.

Secondo, bisogna ricordarsi che la BCE usa i titoli che detiene per regolare la quantità di moneta nell’economia. Quando vuole stimolarla con più moneta, come negli ultimi anni, compra sul mercato titoli che paga con moneta nuova di zecca, aumentando la quantità di euro in circolazione. Al contrario, se la moneta nel sistema si rivelasse troppa facendo così salire l’inflazione (cioè l’aumento dei prezzi), per controllarla, la BCE dovrebbe vendere titoli in suo possesso per drenare gli euro di troppo dal sistema. Se una parte di questi titoli venisse cancellata, la BCE non ne avrebbe abbastanza da rivendere per controllare l’inflazione.

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Congelare il debito
Cancellare il debito non sembra quindi un’ipotesi realistica. Un’alternativa avanzata da altri è che la BCE si impegni a “congelare” i titoli del debito pandemico nel proprio bilancio ricomprandoli alla loro scadenza sotto forma di debiti perpetui, cioè che non scadono, e sollevando di fatto gli Stati dall’obbligo di ripagarli.

Il problema qui è che un tale impegno potrebbe minare la credibilità della BCE. Al momento, la banca centrale sta detenendo questi titoli in via discrezionale e straordinaria. A seconda di come andranno le cose, potrebbe anche continuare a detenerli molto a lungo, ma il fatto che abbia la possibilità di disfarsene quando necessario assicura la sua capacità di governare la stabilità dei prezzi. Se la BCE fosse obbligata a detenere questi titoli, cosa farebbe in caso le servisse venderli per eliminare moneta in eccesso dal sistema? I mercati potrebbero pensare che la BCE non sia attrezzata a combattere una possibile inflazione, il che potrebbe far perdere valore all’euro e innescarla.

A questo proposito, c’è chi sostiene che un po’ di inflazione aiuterebbe a ridurre il debito, perché aumentando prezzi e salari aumenterebbero anche le tasse che il governo incassa, mentre il valore nominale del debito resterebbe quello. Ma l’inflazione è di fatto una tassa che grava su chi ha prestato soldi allo Stato (quindi sui risparmi di tante famiglie), che si vede restituire meno in termini reali, e più in generale sul potere d’acquisto delle persone, colpendo in proporzione molto più i poveri dei ricchi e aumentando così le disparità. In questo caso perciò, i costi della pandemia graverebbero principalmente su risparmiatori e persone meno abbienti.

Metodi alternativi di congelamento del debito sono stati proposti da diversi economisti, compreso l’ex ministro Vincenzo Visco, che ne ha scritto martedì sul Sole 24 Ore. Queste opzioni prevedono quasi tutte di far comprare il debito in eccesso a un soggetto che non sia la banca centrale, come il Fondo Monetario Internazionale, il Mes, o un altro fondo creato appositamente. Questo fondo si finanzierebbe emettendo titoli di debito a lunghissimo termine che sarebbero garantiti da tutti i Paesi partecipanti, venendo perciò percepiti dagli investitori come molto sicuri e permettendo al fondo di finanziarsi a tassi nulli o quasi. Insomma, questo fondo trasformerebbe il debito eccessivo dovuto alla pandemia in un debito perpetuo o comunque a lunghissima scadenza senza interessi, sollevando i Paesi dal suo giogo.

Allo stato attuale però, queste sono tutte proposte. Quel che potrebbe succedere con più probabilità è quindi che la BCE mantenga il debito pandemico nel suo bilancio a lungo ma sempre in via discrezionale, per mantenere la possibilità di controllare l’inflazione, che è il suo obiettivo principale. Anche se la stessa presidente della BCE Christine Lagarde ha detto che la situazione del debito “a un certo punto andrà affrontata”.

Tagliare la spesa o aumentare le tasse
Se accantoniamo cancellazioni o congelamenti del debito e inflazione, restano due modi per ridurre il rapporto debito/Pil: uno è quello di aumentare gli avanzi primari, cioè la differenza tra entrate e spese dello Stato al netto degli interessi sul debito; l’altro è quello di aumentare la crescita del Pil.

Per far salire l’avanzo primario, o si taglia la spesa pubblica, o si aumentano le tasse: entrambe misure che tendono a sopprimere la crescita economica e perciò non possono essere prese verosimilmente in considerazione prima che ci sia una ripresa. La Commissione europea stessa ha sospeso temporaneamente i vincoli del Patto di stabilità e del Fiscal Compact, consentendo agli Stati membri di superare un disavanzo del 3% annuale per far fronte alla crisi (l’obiettivo del governo italiano nel 2020 è un disavanzo del 10,8%). La sospensione, valida per l’anno in corso, sarà estesa al 2021 e forse anche al 2022, come anticipato dal commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni, ma poi bisognerà rimettersi in carreggiata.

Se i governi imporranno nuove tasse, la distribuzione dei costi della pandemia dipenderà dalle persone che ne saranno maggiormente colpite. Al momento è impossibile fare previsioni al riguardo ma le proposte non mancano. Una è come sempre la tassazione dei patrimoni. Nel passaggio parlamentare della nuova Legge di Bilancio, i deputati Nicola Fratoianni (Leu), Matteo Orfini (PD) e altri hanno presentato un emendamento che propone di sostituire Imu e imposta di bollo su conti correnti e di deposito titoli con un’aliquota progressiva minima dello 0,2% sui patrimoni netti al di sopra dei 500 mila euro. All’emendamento si sono però opposti fermamente M5S e Forza Italia, e anche il PD ne ha preso le distanze. Un’altra proposta fiscale, promossa dall’economista Michele Boldrin su Econopoly lo scorso aprile, sarebbe invece di tassare temporaneamente i redditi (non i patrimoni) di chi non è stato colpito dalla crisi per dare un credito d’imposta a chi ha visto il proprio reddito ridursi.

L’ultimo modo per rendere il debito sostenibile è quello della crescita: più in fretta cresce il Pil, prima si ridurrà il debito relativo. Questa sarebbe la via meno gravosa per tutti e la migliore da perseguire secondo tanti, incluso il ministro dell’Economia Gualtieri. Il problema è che crescere, per l’economia italiana, è più facile a dirsi che a farsi: nel 2019, prima della pandemia, il Pil è cresciuto dello 0,3% (praticamente nulla), mentre negli ultimi vent’anni, tra alti e bassi, il tasso di crescita non è mai salito sopra al 3,8%, valore registrato nel 2000. Per il 2021, l’UE prevede che il Pil italiano cresca del 4,1%, un rimbalzo verosimile dopo il drastico calo di quest’anno. Ma dopo?

Sarà fondamentale investire i 209 miliardi che arriveranno dal programma europeo NextGenerationEU in misure che aumentino la produttività (sempre che a Bruxelles si trovi un accordo con Ungheria e Polonia, che al momento hanno posto un veto sul pacchetto di aiuti). Secondo l’ex presidente della BCE Mario Draghi, intervenuto sul tema ad agosto, questo significa investimenti in istruzione, innovazione e ricerca.