John F. Kennedy a Comack, Long Island, New York, 6 novembre 1960 (AP Photo)
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  • domenica 8 Novembre 2020

Quando vinse Kennedy

L'8 novembre del 1960 fu eletto presidente contro Richard Nixon, con uno stretto margine nel voto popolare e dopo una campagna elettorale giocata molto bene

John F. Kennedy a Comack, Long Island, New York, 6 novembre 1960 (AP Photo)

L’8 novembre del 1960 il candidato Democratico John Fitzgerald Kennedy vinse, a 43 anni, le elezioni alla presidenza americana battendo il rivale Repubblicano, l’allora vicepresidente Richard Nixon. Per gli Stati Uniti, ma anche per il mondo intero, fu una svolta: il paese fece un balzo in avanti, svecchiò la sua immagine e il suo linguaggio e iniziò un mito che resiste ancora oggi e a cui si guarda come modello per i momenti d’oro della politica americana: quello di Camelot, un mondo giusto, giovane, prospero e pieno di speranza, guidato da un grande presidente.

Anche se J.F. Kennedy – con i suoi grandi discorsi, le foto con i figli che giocano nello Studio Ovale, l’eleganza della moglie Jacqueline Lee Bouvier – è diventato parte dell’identità americana, la sua elezione si impose per un soffio e fu decisa da qualche migliaio di voti ben distribuiti in pochi stati chiave. La campagna elettorale fu sapientemente orchestrata, con colpi di scena e prime volte di tradizioni che persistono: vale quindi la pena raccontare come si arrivò a quel giorno in cui votarono 69 milioni di americani, quasi il 63 per cento degli aventi diritto.

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Un futuro segnato
John Fitzgerlad Kennedy, detto Jack, nacque il 29 maggio del 1917 a Brookline, in Massachusetts, vicino a Boston. Era il secondo dei nove figli di Joseph Kennedy Sr. e Rose Fitzgerald, gli eredi di due ricche e influenti famiglie di irlandesi immigrati negli Stati Uniti: il nonno paterno fu deputato in Massachusetts, quello materno fu deputato al Congresso americano e per due volte sindaco di Boston. Anche per J.F.K. era previsto un futuro brillante e di primo piano, che divenne ancora più inevitabile dopo la morte, durante la Seconda guerra mondiale, del fratello primogenito Joseph Jr.: allora la famiglia riversò su John F. le ambizioni in politica.

Nel frattempo, Kennedy si era laureato a Harvard, si era arruolato volontario in guerra, era stato riformato per un difetto fisico e poi accettato in Marina grazie alle raccomandazioni del padre, e aveva partecipato ad alcune operazioni nel Pacifico che lo debilitarono molto fisicamente. Finita la guerra, tentò una breve carriera nel giornalismo e poi entrò in politica. Nel 1947 venne eletto deputato in una circoscrizione operaia di Boston e nel 1953 fu eletto in Senato. Nel 1956 pubblicò il libro Profiles in Courage, in cui raccontava di eminenti politici che erano andati contro le indicazioni del proprio partito pur di rispettare le proprie opinioni: vinse il premio Pulitzer per la sezione biografia.

Sempre in quegli anni Kennedy si impegnò a fabbricare quell’immagine di sé, piena di disinvoltura e glamour irraggiungibile, che lo avrebbe accompagnato in seguito. Nel 1953 il fotografo sportivo Hy Peskin venne invitato nella residenza di famiglia a Hyannis Port, in Massachusetts, per scattare un reportage su lui e sulla sua fidanzata Jacqueline, insieme in barca o impegnati a giocare a softball con i suoceri: qualche mese dopo le immagini finirono sulla copertina di LIFE, la più importante rivista di fotogiornalismo del tempo, e iniziarono a cementare il mito di Kennedy e il volto della sua nuova America.

Nel 1956 Kennedy si candidò come vice-presidente del candidato democratico alla presidenza, Adlai Stevenson II, che aveva lasciato alla Convention Democratica la libertà di determinare il suo vice. Perse contro il delegato del Tennessee Estes Kefauver, ma tenne un famoso discorso e diventò improvvisamente noto in tutto il paese, in modo non troppo diverso da quanto accadde a Barack Obama nel 2004.

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Come divenne il candidato dei Democratici
Le sue ambizioni riemersero nel dicembre del 1959, quando trapelò una lettera indirizzata ad alcuni Democratici in cui annunciava che si sarebbe candidato alle primarie Democratiche per la presidenza. Lo fece, il 2 gennaio del 1960. Il presidente Repubblicano Dwight D. Eisenhower era al suo secondo mandato e non si sarebbe potuto ricandidare una terza volta, come stabilito dal 22esimo emendamento, appena entrato in vigore. La sua presidenza era stata tra le più prospere della storia americana, ma la recessione del ’58 poteva dare qualche speranza ai Democratici, insieme alla voglia di cambiare partito dopo otto anni. La strada per affrontare i Repubblicani, però, era ancora lunga e bisognava prima diventare il candidato dei Democratici battendo i rivali alle primarie.

I più pericolosi erano Adlai Stevenson II, governatore della Georgia e candidato alla presidenza nel 1952 e nel 1956; il senatore del Minnesota Hubert Humphrey, che poi divenne vicepresidente sotto Lyndon Johnson; e Lyndon Johnson, senatore del Texas e leader della maggioranza in Senato. La campagna elettorale di Kennedy fu largamente finanziata dal padre, venne coordinata dal fratello Robert – che nel 1968 si candidò a sua volta alla presidenza, prima di venire assassinato – e sostenuta da numerose apparizioni delle sue affascinanti sorelle e della moglie Jackie.

Due punti deboli di Kennedy si rivelarono presto elementi importanti del suo successo: la sua giovane età e la sua fede cattolica. Molti leader democratici lo consideravano troppo inesperto, una critica su cui puntarono poi anche i Repubblicani, ma Kennedy piaceva perché era un volto nuovo, unito a un carattere risoluto. All’epoca molti americani, in maggioranza protestanti, erano scettici verso i cattolici ma Kennedy mise subito in chiaro che avrebbe tenuto separato l’impegno politico dalla sua fede, che si rivelò invece decisiva nell’attirargli il sostegno di molte comunità cattoliche, che fino a quel momento si erano tenute in disparte dalle elezioni.

Il sostegno compatto dei cattolici gli valse la vittoria delle primarie in Wisconsin contro Hubert Humphrey, che non si ritirò ma decise di riprovarci nella protestante West Virginia. La vittoria di Kennedy fu garantita dalla sua giovinezza e dalla sua abilità comunicativa nel primo dibattito televisivo della campagna elettorale: Kennedy soverchiò Humphrey e si servì anche degli spot elettorali che il rivale, rimasto senza fondi, non poteva più permettersi. La corsa di Humphrey si fermò qui, mentre Kennedy dimostrò che un cattolico poteva vincere anche in uno stato a maggioranza protestante.

Kennedy arrivò alla Convention Democratica, che si tenne a Los Angeles dall’11 al 15 luglio, con il maggior numero di delegati ma senza la nomination in tasca: doveva riuscire ad assicurarsela al primo turno per evitare il ballottaggio, dove sarebbe stato quasi certamente favorito il suo rivale, Johnson o Stevenson. Ci riuscì, soprattutto grazie all’intenso lavorio di contrattazioni del fratello Robert, che convinse all’ultimo alcuni delegati: Kennedy venne scelto con il 52,89 per cento dei voti. Scelse come vicepresidente Johnson, andando contro il parere delle frange più a sinistra del partito e soprattutto del fratello, che avrebbe preferito qualcuno più vicino ai sindacati. Johnson era una figura più conservatrice ma veniva dal Texas e Kennedy sperava nel suo aiuto nel raccogliere i voti dagli stati del Sud: e così andò.

Nell’accettare la nomination, Kennedy pronunciò uno dei suoi discorsi più noti, quello sulla “Nuova Frontiera”: «Oggi alcuni diranno che le lotte sono finite, che tutti gli orizzonti sono stati esplorati, che tutte le battaglie sono state vinte, che non c’è più nessuna frontiera in America. Ma spero che nessuno in questa vasta assemblea condivida quei sentimenti. Perché non tutti i problemi sono stati risolti, non tutte le battaglie sono state vinte e oggi ci troviamo sul margine di una Nuova Frontiera, la frontiera degli anni Sessanta, fatta di opportunità e pericoli sconosciuti, fatta di speranze non realizzate e di minacce. […] La nuova frontiera di cui parlo non è un insieme di promesse: è un insieme di sfide. Non tiene insieme quello che intendo offrire al popolo americano, ma quello che intendo chiedergli. Fa appello al suo orgoglio, non al suo portafoglio, sopravvive alla promessa di nuovi sacrifici anziché di maggiore sicurezza».

Contro Nixon
Era arrivato il momento di battere i Repubblicani, che nel frattempo avevano scelto il vicepresidente Richard Nixon come loro candidato. Nixon cercò subito di screditare Kennedy descrivendolo come inesperto, anche se aveva soltanto 5 anni più di lui, e si presentò come il continuatore dell’epoca di «pace e prosperità» che Eisenhower aveva assicurato negli anni Cinquanta. Kennedy rispose alla prima accusa accentuando la portata del suo nuovo mondo, cercando l’appoggio di celebrità come Henry Fonda e Harry Belafonte e parlando alla gente usando i mezzi all’avanguardia dell’epoca, dalla fotografia alla tv, in modo non diverso da come potrebbe fare oggi un presidente con Instagram, YouTube o TikTok; Nixon, invece, era un uomo di partito e su quello poggiava la sua forza. L’altra strategia di Kennedy fu di accusare il partito Repubblicano di aver perso terreno rispetto all’Unione Sovietica nella Guerra Fredda, dal punto di vista economico, militare e nella corsa allo spazio: Eisenhower aveva fondato la NASA nel 1958 senza sfruttarne a pieno le capacità e Kennedy promise che i Democratici avrebbero dato rilevanza e priorità ai suoi progetti.

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Ad agosto Nixon era dato in lieve vantaggio, poi le cose si rovesciarono a fine mese, dopo un’infelice battuta in tv del presidente Eisenhower: quando un giornalista gli chiese quale fosse stata la migliore idea di Nixon, rispose «Se mi dà una settimana di tempo per pensarci, potrebbe venirmi in mente». Eisenhower disse subito che stava scherzando, ma la frase sgretolò l’idea che Nixon voleva dare di sé: risoluto e in grado di prendere decisioni contro un inesperto Kennedy. I Democratici ne approfittarono e trasformarono la battuta in uno spot elettorale. Un altro aiuto arrivò a Kennedy dall’arresto di Martin Luther King, durante una protesta per i diritti civili in Georgia. Nixon si limitò a chiedere a Eisenhower di graziare King, che rifiutò, mentre Kennedy, probabilmente intravedendo l’opportunità, chiamò le autorità locali per farlo liberare e la moglie e il padre per rassicurarli. Il risultato fu che il padre di King disse che avrebbe votato per Kennedy, trascinando con sé un pezzo della comunità afroamericana.

Kennedy seppe anche impostare la campagna elettorale in modo più strategico di Nixon. Dopo la Convention Repubblicana, Nixon aveva promesso che avrebbe visitato tutti i 50 stati americani, ma prese un’infezione, venne ricoverato in ospedale e iniziò il tour in ritardo, perdendo tempo: secondo molti, questa decisione fu uno dei motivi principali della sua sconfitta. Kennedy invece si concentrò sugli stati chiave, più popolosi e in bilico – come la California, l’Arizona, il Texas, l’Illinois, New York e il New Hampshire – e modificò i programmi in base ai sondaggi e all’opportunità del momento. Per esempio, quando Nixon visitò la Georgia, uno stato del Sud tradizionalmente Repubblicano, e ricordò che da 25 anni nessun Democratico si degnava di andarci, Kennedy vi si precipitò; a Warm Springs, dov’era radunata una folla molto numerosa, si avvicinò a stringere le mani di un gruppo di malati di poliomielite.

Infine, un momento chiave della campagna elettorale diventato ormai leggendario – anche se forse fu più simbolico che decisivo per la vittoria – fu il primo dei quattro dibattiti televisivi in cui si affrontarono i due candidati. Si tenne il 26 settembre a Chicago, Illinois e fu seguito da 70 milioni di persone. Nixon era reduce da una brutta infenzione, apparve pallido e deperito, aveva lo sguardo annebbiato, sudava copiosamente e non si era fatto truccare. Kennedy, che non era certo tipo da sottovalutare la presenza scenica, si presentò abbronzato, sicuro di sé e perfettamente a proprio agio.

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Secondo un sondaggio, chi aveva visto il dibattito in tv era convinto che avesse vinto Kennedy, chi l’aveva seguito alla radio propendeva invece per Nixon (pur essendo molto citato, molti lo misero in dubbio, perché condotto su un campione esiguo e perché non guardò l’incontro in tv solo chi abitava in zone remote e rurali). Comunque sia, da quel momento i sondaggi diedero Kennedy in leggero vantaggio. Nei successivi tre dibattiti, Nixon cambiò atteggiamento, si mostrò agguerrito e si fece truccare, ma era troppo tardi: furono visti da 20 milioni di persone ognuno. Il dibattito provò anche la forza del mezzo televisivo: passarono 16 anni e tre elezioni presidenziali prima che due candidati accettassero di incontrarsi in un nuovo dibattito.

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La notte elettorale
Nixon passò la notte dell’8 novembre nella sua suite all’hotel Ambassador di New York, mentre Kennedy si riunì con il suo clan nella residenza di famiglia a Hyannis Port, in Massachusetts. I primi risultati arrivarono dalle grandi città del Nordest e del Midwest, come Boston, New York, Philadelphia, Detroit e Chicago, schierate con Kennedy; poi si aggiunsero quelli dalle zone rurali, dalle Montagne Rocciose e dalla costa sul Pacifico, che riaccesero le speranze di Nixon.

Poco prima di mezzanotte, il New York Times mandò in stampa la prima pagina titolandola “Kennedy Elected President” basandosi solo sulle proiezioni. La distanza tra i due candidati si assottigliò e in redazione si diffuse il terrore di ricalcare la figuraccia del Chicago Tribune, che 12 anni prima aveva dato per vincente Thomas Dewey contro Harry Truman. Alle 3 del mattino Nixon disse alla stampa che probabilmente Kennedy aveva vinto ma concesse la vittoria soltanto nel pomeriggio del giorno dopo. Kennedy fu eletto con 303 voti dei grandi elettori contro i 219 di Nixon e, secondo gli esperti, ebbe un margine dello 0,17 per cento nel voto popolare. Lo storico Thomas Reeves spiegò nel suo libro A Question of Character states che «solo 112.803 voti separarono i due candidati, il margine più esiguo del secolo. Se solo 4.500 elettori in Illinois e 24.000 in Texas avessero votato diversamente, Nixon sarebbe stato presidente. In 11 stati, uno spostamento inferiore all’1 per cento dei voti avrebbe ribaltato il risultato elettorale».

Dopo che fu proclamato vincitore, Kennedy tenne un breve discorso, in cui disse:
«I prossimi quattro anni saranno difficili e una sfida per tutti noi, sarà necessario un supremo sforzo nazionale per condurre questo paese negli anni Sessanta in modo sicuro. Chiedo il vostro aiuto e vi assicuro che tutto il mio spirito sarà dedicato agli interessi a lungo termine degli Stati Uniti e alla causa della libertà in tutto il mondo». Concluse dicendo che «io e mia moglie ci prepariamo per una nuova amministrazione e per un nuovo figlio»: John Fitzgerald Kennedy Jr., John-John, che nacque 17 giorni dopo l’elezione.

Kennedy giurò da presidente il 20 gennaio del 1961 e rimase in carica fino al giorno del suo omicidio, il 22 novembre del 1963. Il 6 dicembre, LIFE uscì con un’intervista fatta dal giornalista Theodore H. White a Jackie Kennedy, in cui lei associò per la prima volta i mille giorni di presidenza del marito al mito di Camelot (che oltre a una leggenda medievale era anche un musical allora in voga): «Non dimentichiamo che ci fu un momento, un istante fulgido e fugace, noto come Camelot. Ci saranno di nuovo grandi presidenti, ma non ci sarà mai un’altra Camelot, non sarà mai più come allora».