(Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Che attore era Steve McQueen

Morto 40 anni fa e noto come "king of cool" fu di certo un grandissimo personaggio e, forse, anche un grande attore

(Keystone/Hulton Archive/Getty Images)

Steve McQueen era nato il 24 marzo 1930 a Beech Grove, in Indiana, e morì il 7 novembre 1980 a Ciudad Juárez, in Messico. In mezzo, ebbe una vita effettivamente spericolata e piena di guai. Il padre, uno stuntman pilota di aeroplani, lasciò la madre – secondo diversi racconti alcolizzata – prima che lui nascesse. Lui crebbe in una fattoria in Missouri con i nonni, negli anni della Grande Depressione, e poi tornò a stare con la madre e un patrigno che a quanto pare lo picchiava. Abbandonò presto la scuola e passò un po’ di anni in quelle che le sue biografie definiscono “gang di strada”, e poi di nuovo con la madre e un nuovo patrigno anche lui violento, e infine in riformatorio. Si unì per un po’ a un circo, fece svariati lavori manuali – compreso il marinaio – e a 17 anni entrò nei Marines. Ci restò per tre anni, anche lì avendo diversi problemi e atteggiamenti ribelli, ma si distinse anche per alcuni atti meritevoli, per esempio salvare la vita ad altri cinque Marines durante un’esercitazione nell’Artico. Dopodiché, senza nessuna esperienza o particolare studio, fu ammesso all’Actor’s Studio di New York e, infine, divenne un attore, e anche un pilota.

Forse non era chiaro nemmeno a lui cosa fosse di più tra le due cose, visto che pare abbia detto una volta: «Non so se sono un attore che fa il pilota o un pilota che recita».

McQueen iniziò a recitare a Broadway e come tanti attori di quegli anni a un certo punto prese un aereo per Hollywood, perché era lì che si facevano la televisione e il cinema. In televisione fece il cowboy e il cacciatore di taglie, nel cinema esordì a trent’anni con una piccola parte in Lassù qualcuno mi ama, che come protagonista aveva Paul Newman. E a trent’anni fu uno dei Magnifici sette nel film di John Sturges, uno dei suoi film più ricordati, nonostante le poche battute del suo personaggio.

Gli altri film che proprio non si possono non citare, tra i circa trenta in cui recitò, furono: La grande fuga, forse il suo più famoso; Cincinnati Kid, sul poker; Quelli della San Pablo, dove fu un sottufficiale della Marina; Il caso Thomas Crown, dove fu un ladro gentiluomo e recitò con Faye Dunaway; il poliziesco Bullitt, il quasi documentaristico Le 24 Ore di Le Mans; e poi Getaway!, Papillon e L’inferno di cristallo.

Tutti film che contribuirono, un pezzo per volta, a far diventare McQueen il “king of cool”, il re dello stile, ma anche di qualcosa che andava oltre al semplice stile o alla sua semplice, seppur notevolissima, bellezza. Qualcosa che, anche andando oltre i suoi ruoli, lo rese un personaggio raccontato e celebrato, allora e – a differenza di tanti altri attori di quegli anni – ancora oggi. Del quale si parlò per le tante relazioni, per i tre matrimoni, per certi suoi atteggiamenti spavaldi (sui set ma non solo), perché sarebbe dovuto andare (e evidentemente invece non andò) a casa di Sharon Tate la notte in cui venne uccisa. E perché, di nuovo, oltre a essere un attore era un pilota e un collezionista, sia di auto che di moto.

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McQueen fu un personaggio così grande e celebrato che spesso si fa fatica a capire se fu davvero un grande attore oppure solo un grande personaggio e un attore normale, il cui carisma era talmente imponente da essere quasi autosufficiente.

Com’è ovvio, non c’è una risposta, ma ci si può ragionare. Lo fece, per primo, lui stesso: «Devo stare attento» disse una volta «perché sono un attore limitato, nel senso che la gamma di cose che so fare non è granché. Ci sono molte cose che non posso fare, quindi devo cercare personaggi e situazioni che vadano bene. E anche lì, quando trovo qualcosa che va bene il lavoro da fare è infernale. Non sono un attore serio. C’è qualcosa nei miei occhi da cagnaccio che fa credere alla gente che io sia bravo. Ma non lo sono poi granché».

In effetti, pur con alcune eccezioni e con qualche variazione sul tema, McQueen – che com’è ovvio per uno con la sua fama e il suo successo, rifiutò molti ruoli – si scelse sempre personaggi di un certo tipo. A volte più puri ed eleganti, altre volte più ribelli e rudi. Quasi sempre erano personaggi scaltri, spregiudicati e determinati, duri ma non impenetrabili.

I personaggi di McQueen erano di poche parole e quindi richiedevano una recitazione prevalentemente fisica, fatta di sguardi e movimenti a volte molto piccoli. McQueen praticava – a suo dire per necessità più che per scelta – una sorta di minimalismo nella recitazione. Come ricordò qualche anno fa Peter Yates, che lo diresse in Bullitt, McQueen diceva sempre di essere un “reactor”, più che un “actor”: reagiva, non recitava. E, come scrisse il giornalista Geoffrey Macnab «non aveva le qualità introspettive o nevrotiche di Montgomery Clift o James Dean, ma non era nemmeno monolitico come John Wayne». Sempre secondo Macnab, quello che rendeva McQueen inimitabile erano «gli occhi e l’intensità», sicché quelli che provano a imitarlo «rischiano di risultare opachi».

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Un’ottima spiegazione di chi fosse McQueen è una video-analisi di circa un quarto d’ora pubblicata una decina di anni fa su Vimeo. Il video spiega e mostra come fosse «devastante nei primi piani», quanto fosse abile a concentrasi su certi gesti, nel guidare, ma anche nel maneggiare le pistole. Si dice a questo proposito che sul set dei Magnifici sette Yul Brynner, allora molto più noto di lui, fosse infastidito da come McQueen, pur senza battute e anche se in secondo piano, continuasse a fare cose con il suo cappello o la sua pistola finendo per rubargli la scena.

Una cosa strana, per un attore-pilota (o ancora di più per un pilota-attore) è che quella che è probabilmente la sua scena più famosa (il salto del filo spinato alla guida di una moto, nella Grande fuga) fu in realtà girata da uno stuntman: a quanto pare McQueen la fece una prima volta, ma gli fu poi impedito di rifarla per paura che si facesse male. In realtà, in diversi altri suoi film, fu lui a fare la maggior parte delle altre scene d’azione, specialmente quelle di guida spericolata.

Ed è davvero lui a saltare dalla scogliera alla fine di Papillon.