Montgomery Clift il 27 gennaio 1949 (Express/Express/Getty Images)

Montgomery Clift, vincitore e vinto

Era nato un secolo fa: con Marlon Brando e James Dean cambiò il cinema, ma ebbe una vita tormentata, soprattutto negli ultimi anni

Montgomery Clift il 27 gennaio 1949 (Express/Express/Getty Images)

Insieme a Marlon Brando e James Dean, Montgomery Clift – nato un secolo fa oggi – è uno degli attori belli, ribelli e dannati che nel secondo dopoguerra cambiarono Hollywood, e quindi il cinema. E c’è chi pensa che Clift fosse addirittura il più bravo, tra i tre: «Migliore di Brando e più tragico di Dean», come ha scritto il giornalista David Gritten. Clift ebbe una carriera breve – poco più di vent’anni e un po’ meno di venti film – ma piena di grandi ruoli, con nomination all’Oscar per Vincitori e vinti, Da qui all’eternità, Un posto al sole e Odissea tragica – e una vita tormentata, segnata da un grave incidente stradale e finita a 45 anni, al termine di quello che, seppur senza esserlo davvero, è stato definito “il più lungo suicidio della storia di Hollywood”.

Montgomery Clift (è il suo vero nome, seppur di certo molto cinematografico) era nato il 17 ottobre 1920 a Omaha, nel Nebraska: la stessa città in cui quattro anni più tardi sarebbe nato Marlon Brando. Da ragazzo studiò e viaggiò molto, anche in Europa, e imparò bene sia il francese che il tedesco. Dopo la crisi del 1929 si trasferì a New York insieme alla famiglia al seguito del padre, che dopo essersi arricchito nel settore bancario si era trovato senza lavoro. A New York, Cliff si appassionò alla recitazione e già da adolescente iniziò a lavorare a Broadway, dove restò per una decina di anni.

Clift, che non andò in guerra a causa di problemi fisici avuti da ragazzo, arrivò nei cinema poco prima dei trent’anni, grazie a Odissea tragica di Fred Zinnemann (un film drammatico ambientato nella Germania del dopoguerra) e recitando con John Wayne in Il fiume rosso, il primo western di Howard Hawks. Nel frattempo, aveva iniziato anche a frequentare, insieme a Brando, l’Actors Studio di New York, aperto nel 1947.

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Nel 1949 la fama di Clift si consolidò ancora di più grazie al suo ruolo in L’ereditiera, un film drammatico ispirato al romanzo Piazza Washington. E nel 1951 arrivò quello che forse è il suo ruolo migliore, oltre che più noto, per Un posto al sole di George Stevens: nel film – ispirato al romanzo Una tragedia americana e definito da Charlie Chaplin «il più grande film mai fatto sugli Stati Uniti – Clift recitò con la diciottenne Elizabeth Taylor, che divenne sua grande amica.

Rifiutandosi sempre, come invece usava allora, di firmare contratti che lo avrebbero legato per diversi anni e diversi film a una sola casa cinematografica, Clift riuscì – anticipando quello che anni dopo sarebbe diventata la norma – a negoziare i suoi contratti un film per volta, mantenendo una libertà non comune per quei tempi. Rifiutando tra l’altro molti ruoli, per esempio quello da protagonista maschile in Viale del tramonto. 

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Negli anni Cinquanta, Clift recitò per Vittorio De Sica in Stazione Termini, di nuovo per Zinnemann in Da qui all’eternità e per Alfred Hitchcock interpretando per Io confesso un prete falsamente accusato di omicidio che ha ascoltato la confessione del vero omicida. Ma tra Clift e Hitchcock la coesistenza non fu facile, perché il regista era noto per voler guidare molto gli attori, lasciando loro pochi spazi di improvvisazione, e Clift era invece un attore che, basandosi sulle teorie del method acting, tendeva a prendersi molte libertà nel decidere cosa far fare o dire ai suoi personaggi.

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Già nei primi anni Cinquanta, con nemmeno dieci film alle spalle, Clift era un grande attore: conosciuto, apprezzato e raccontato per la sua bravura, ma anche per la sua vita fuori dal cinema. Qualche anno fa, la giornalista Anne Helen Petersen ne parlò nel dettaglio nel capitolo a lui dedicato del suo libro Scandals of Classic Hollywood:

La  vita privata di Clift era noiosa: non usciva e non erano note le sue relazioni. E la sua immagine pubblica era molto confusa, non allineabile alle categorie preesistenti della Hollywood di quegli anni. […] Quando i giornali parlavano di lui, parlavano delle sue capacità e della sua bellezza, ma anche di quanto fosse strano e fuori dagli schemi. Perché continuava a vivere a New York, passando a Hollywood meno tempo possibile. Perché mangiava solo due volte al giorno, spesso combinando bistecche, uova e spremute d’arancia, e perché – evitando bar e locali notturni – passava il tempo libero leggendo Chekov, opere classiche di storia ed economia, e Aristotele. […] Quando non stava leggendo o non si dedicava anima e corpo alla preparazione di un ruolo, frequentava i tribunali solo per guardare l’umanità che li frequentava.

Nel suo libro, Petersen ha scritto che si raccontava che Clift possedesse un solo abito, che girava con un’auto vecchia di dieci anni e che non aveva quasi nessun amico nel mondo del cinema. Un giorno, a chi gli aveva chiesto se avesse degli hobby, Clift rispose «sì, le donne». Eppure, sia allora che nei decenni successivi, molte sue biografie hanno parlato della sua presunta omosessualità. Come ha scritto Petersen, ovviamente, «oggi è impossibile conoscere i dettagli della sua sessualità».

Petersen ha scritto anche di come, «nonostante fosse stato inquadrato come un ribelle» o quantomeno come un tipo solitario e forse anche un po’ cupo, Clift non voleva essere etichettato come il simbolo o il sintomo di qualcosa di più grande e generazionale. Una volta disse: «Non sono – ripeto: non sono – un membro della Beat Generation. Non sono un “giovane arrabbiato“. Non sono un giovane ribelle, un vecchio ribello, un ribelle stanco o un ribelle e basta». Un’altra volta disse: «Ho imparato che alla maggior parte degli intervistatori non interessa parlare di me, sembra che arrivino con le loro storie già scritte prima».

Nel 1956, nel periodo in cui stava girando L’albero della vita – in cui era tornato a recitare con Taylor – Clift, che arrivava da una festa a casa di Taylor, ebbe un grave incidente stradale, ferendosi al volto. Fu soccorso, tra gli altri, da Taylor e si racconta che quando sul posto arrivarono anche i fotografi Taylor disse loro che se avessero fatto fotografie lei si sarebbe impegnata per non farli mai più lavorare. In effetti, non ci sono foto del viso di Clift nei momenti immediatamente successivi all’incidente.

Dopo l’incidente, Clift non si fece vedere per alcuni mesi, sottoponendosi a diversi interventi di ricostruzione e chirurgia facciale e tornando poi sul set di L’albero della vita, per terminarne le riprese. Petersen ha scritto che «in realtà, il suo volto non era sfigurato» ma anche che, quando gli spettatori lo rividero nei cinema, erano passati anni dal suo precedente film e risultava comunque più vecchio di come molti se lo ricordavano. Inoltre, forse per le sofferenze dovute alla ricostruzione facciale, Clift aveva iniziato a usare – o quantomeno intensificato – l’uso di antidolorifici e il consumo di alcolici. «Sembrava fosse invecchiato di dieci anni in un colpo solo», ha scritto Petersen.

Dalla seconda metà degli anni Cinquanta iniziò quindi “il più lungo suicidio della storia di Hollywood”, sebbene è probabile che già da prima dell’incidente Clift avesse problemi di alcolismo. È stato raccontato che – un po’ per le conseguenze dell’incidente, un po’ per via delle sue dipendenze – Clift diventò un attore peggiore, meno variegato nelle sue espressioni e spesso problematico per chi si trovava a collaborarci, anche solo per il fatto che, si dice, facesse fatica a ricordarsi le sue battute, anche quando erano semplici e brevi.

Nel 1958 recitò per la prima volta con Brando in I giovani leoni, nel 1959 con Katharine Hepburn e – di nuovo – con Taylor in Improvvisamente l’estate scorsa, nel 1960 nell’atipico, cupo e malinconico western Gli spostati con Clark Gable e Marilyn Monroe, che aveva a sua volta una serie di problemi e che si racconta disse di lui che era «l’unica persona che conosco che è messa peggio di me». Petersen ha scritto: «Le immagini di quel set sono intense e dolorose: come se tutti e tre [Clift, Monroe e Gable] stessero meditando sui loro rispettivi declini, con una triste e arrendevole rassegnazione alla differenza tra quello che i loro corpi potevano fare e come la gente voleva ricordarli». Gable sarebbe morto pochi mesi dopo, Monroe nel 1962, Clift nel 1966.

Prima di morire, Clift recitò in Vincitori e vinti, L’affare Goshenko e Freud, passioni segrete mostrando ancora, a volte, il suo talento, e ricevendo ancora una nomination all’Oscar.

Intanto, però i suoi problemi, e le sue difficoltà sul set crescevano. E fu probabilmente solo grazie all’intercessione di Taylor che fu scelto per recitare in Riflessi in un occhio d’oro. 

Clift, però, non ci recitò mai, perché il 23 luglio 1966, a 45 anni, morì di arresto cardiaco nella sua casa di New York. In Riflessi in un occhio d’oro la parte da protagonista fu quindi assegnata a Brando. Parlando di Clift dopo la sua morte, Taylor disse: «Monty sarebbe potuto essere la più grande star al mondo, se solo avesse fatto più film».

Di Clift parlano la canzone “Monty got a raw deal” dei R.E.M e la più nota “The Right Profile” dei Clash, contenuta nel disco London Calling.

That’s Montgomery Clift, honey