Hillary Clinton e Donald Trump al dibattito presidenziale del 19 ottobre 2016 (Drew Angerer/Getty Images)
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  • martedì 3 Novembre 2020

La storia dei sondaggi sbagliati nel 2016

Quattro anni fa i sondaggi contribuirono a far credere che Clinton avrebbe vinto, provocando una gran delusione: cosa andò storto, e cosa pensare di quelli di quest'anno

Hillary Clinton e Donald Trump al dibattito presidenziale del 19 ottobre 2016 (Drew Angerer/Getty Images)

La vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016 è ancora un problema per i sondaggisti americani. L’idea generale è che quattro anni fa i sondaggi che davano Hillary Clinton in vantaggio netto fallirono miseramente, non riuscirono a vedere quella che i trumpiani chiamano la «maggioranza silenziosa» e diedero false certezze non soltanto all’elettorato democratico, ma anche alla campagna elettorale di Clinton stessa. Per questo, oggi, la maggior parte degli elettori e degli osservatori tende a diffidare dei sondaggi. Benché la media dei sondaggi nazionali secondo il sito RealClearPolitics – un sito generalmente pro-repubblicani – dia Joe Biden in vantaggio del 6,7 per cento su Trump sul piano nazionale, e benché la stragrande maggioranza delle previsioni sostengano che Biden abbia maggiori probabilità di vittoria, si continua a temere che esista una maggioranza silenziosa che darà la riconferma a Trump, e gli elettori continuano a ritenere che il presidente abbia maggiori possibilità di vittoria.

Questo è un tema caro alla campagna elettorale trumpiana, un timore ricorrente per i Democratici e una parte importante del racconto delle elezioni del 2016: ancora la settimana scorsa, in uno sketch del programma tv satirico Saturday Night Live, un attore ha fatto l’imitazione di Nate Silver, uno degli esperti di sondaggi più famosi d’America e il direttore del sito FiveThirtyEight, ricordando a Joe Biden che i sondaggi possono sbagliare di nuovo.

Quanto erano sbagliati i sondaggi nel 2016
Se guardiamo ai numeri, i sondaggi nel 2016 non erano poi così fuori scala, e l’elezione era più combattuta di quelle che erano le aspettative diffuse tra le persone e i media. A livello nazionale, i sondaggi sostenevano che Clinton avesse circa tre punti di vantaggio su Trump, e Clinton vinse il voto popolare con un vantaggio di 2,1 punti percentuali: la previsione fu precisa. Ovviamente, però, le elezioni americane non si vincono grazie al voto popolare, ma superando la soglia dei 270 voti elettorali forniti dai vari stati. Anche in questo caso i sondaggisti sostengono che a livello degli stati le previsioni non furono poi così sballate. Come scrisse Sean Trende, un esperto che lavora per RealClearPolitics, i sondaggi avevano correttamente individuato tutti gli stati in bilico, dando una differenza percentuale tra Clinton e Trump che spesso era all’interno del margine di errore. Nate Silver ha calcolato che se soltanto il 2 per cento degli elettori in tutti gli stati avesse votato per Clinton anziché per Trump la candidata democratica avrebbe vinto con un margine confortevole.

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Questo però non significa che tutti i sondaggi fossero accurati. Ci furono errori, anche gravi, soprattutto negli stati del Midwest: in Iowa, Ohio, Pennsylvania, Michigan, Wisconsin e Minnesota — tutti stati che i sondaggi davano a Clinton ma che poi sono stati vinti da Trump — i sondaggi sottostimarono il candidato repubblicano di quattro punti o più.

Un problema ulteriore fu che prima delle elezioni questi stati in bilico non furono presentati come davvero in bilico: nella maggior parte dei casi i sondaggisti diedero per favorita Hillary Clinton, anche se con un margine ridotto. Inoltre, molti media avevano fatto delle previsioni generali, calcolando la possibilità che un candidato vincesse sull’altro, e queste previsioni attribuivano a Clinton un vantaggio estremamente ampio. Il giorno delle elezioni, per esempio, il New York Times dava a Trump soltanto l’11 per cento di possibilità di vittoria. Le previsioni più vicine alla realtà furono quelle di Nate Silver, che dava a Trump il 29 per cento di possibilità di vincere, circa un terzo. In generale, però, le aspettative erano che la vittoria di Clinton fosse quasi certa, e quando queste aspettative si rivelarono sbagliate la fiducia nei sondaggisti ne risentì pesantemente (anche perché tutti diedero la colpa ai sondaggisti, anche nella stampa). Alla fine è contato il fatto che tutti i sondaggisti, indipendentemente dai margini di errore, davano Clinton per vincente, e si sbagliavano.

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Cos’hanno sbagliato i sondaggi nel 2016
Sono state fatte moltissime analisi per cercare di capire cos’è andato storto nella previsione delle elezioni di quattro anni fa. La più completa, probabilmente, è quella dell’American Association for Public Opinion Research (AAPOR), l’associazione di categoria dei sondaggisti americani, che nel 2017 ha condotto un’indagine accurata e ha individuato tre ragioni importanti e due accessorie che hanno provocato il fallimento dei sondaggi del 2016.

Gli elettori dell’ultimo minuto
I sondaggi delle elezioni del 2016 furono resi traballanti dall’enorme quantità di indecisi: al momento della pubblicazione degli ultimi sondaggi nazionali, il 12 per cento degli americani ancora non sapeva chi avrebbe votato. Nel 2012 gli indecisi erano soltanto il 3 per cento, e quest’anno sono l’8 per cento. Questi elettori, alla fine, decisero in maggioranza a favore di Trump, soprattutto negli stati in bilico: secondo l’AAPOR Trump superò Clinton tra gli elettori indecisi del 30 per cento in Wisconsin e del 17 per cento in Florida e Pennsylvania.

Un elemento importante che contribuì a spostare gli elettori indecisi fu la lettera che James Comey, allora capo dell’FBI, inviò al Congresso per comunicare che erano state trovate delle email compromettenti che avrebbero potuto riaprire un’indagine già chiusa sull’uso improprio di materiale classificato da parte di Clinton e dei suoi collaboratori. Comey inviò la lettera a pochi giorni dal voto, e i media ne parlarono ampiamente. Secondo Nate Silver, la diffusione delle notizie sulla lettera corrispose «a un netto declino dei sondaggi di Clinton, grande abbastanza da cambiare il risultato delle elezioni».

I sondaggisti non hanno sentito le persone giuste
Quando si prepara un sondaggio telefonico (come sono quasi tutti sondaggi negli Stati Uniti e nel resto del mondo), una delle cose più importanti da fare è creare un campione rappresentativo dell’elettorato: le persone contattate devono rispecchiare in maniera più precisa possibile quelle che poi andranno a votare. Secondo l’AAPOR, e secondo la stragrande maggioranza delle analisi, questo non successe nel 2016, soprattutto perché i sondaggi si persero gli elettori bianchi non laureati, che avrebbero poi votato in massa per Donald Trump, soprattutto negli stati in bilico.

Questo avvenne per due ragioni. La prima fu che quasi tutti i sondaggi, nella formulazione di un campione rappresentativo, non tennero in considerazione il titolo di studio come criterio per selezionare chi chiamare, e questo impedì loro di andare a cercare attivamente le persone non laureate o poco scolarizzate. La seconda ragione fu il cosiddetto “nonresponse bias”: le persone poco istruite (e anche le persone sospettose del governo e delle istituzioni, un altro bacino elettorale di Trump) rispondono ai sondaggi telefonici molto meno dei laureati, e ciò portò a una sovra-rappresentazione di questi ultimi.

I trumpiani sono timidi
La terza ragione individuata dall’AAPOR come importante per l’insuccesso dei sondaggi fu la cosiddetta ipotesi “Shy Trump”, e riguarda il fatto che molti elettori di Trump mentirono ai sondaggisti e non si identificarono come tali. L’idea è che molte persone sentite dai sondaggisti furono portate a dare le risposte considerate più politicamente corrette o socialmente desiderabili, e a negare che avrebbero votato per Trump, facendo sballare i sondaggi.

Le due ragioni accessorie
Altre due ipotesi fatte dall’AAPOR, ma considerate meno sicure, riguardano l’una una previsione scorretta dell’affluenza: i sondaggi sovrastimarono la partecipazione al voto degli afroamericani in favore di Clinton e sottostimarono quella dei bianchi in favore di Trump. L’altra ipotesi riguarda il cosiddetto “ballot order effect”: nelle schede elettorali di molti stati, il nome di Trump era presentato sopra a quello di Clinton, e secondo alcuni studi questo potrebbe avere avuto un effetto sulle preferenze degli elettori.

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E come sono messi i sondaggi quest’anno?
Secondo tutti gli analisti, i sondaggi del 2020 sono più affidabili di quelli del 2016, perché chi li fa ha imparato dai propri errori. FiveThirtyEight ha pubblicato un lungo articolo due settimane fa per spiegare cos’è cambiato da allora: i sondaggisti adesso tengono in considerazione il titolo di studio, sono molto più attenti al Midwest e hanno aggiornato e rafforzato le loro metodologie. Inoltre, e questo è un elemento da non sottovalutare, il vantaggio di Joe Biden è molto più alto di quello che era attribuito a Hillary Clinton. Il New York Times ha calcolato che anche se i sondaggi si sbagliassero quest’anno tanto quanto si sbagliarono nel 2016, Biden vincerebbe comunque.

Ma tutti i sondaggisti si sono fatti più cauti, e ricordano in continuazione che Trump può ancora vincere. In un’intervista recente al New Yorker, Sean Trende ha notato che il tasso di approvazione del presidente è di due-tre punti sopra ai suoi sondaggi elettorali: questo due-tre per cento di popolazione che non risulta dai sondaggi potrebbe essere composto da “trumpiani timidi” che voteranno per lui. Anche FiveThirtyEight ha scritto che, benché gli errori del 2016 siano stati risolti, non è detto che non ne possano sorgere di nuovi.