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I nazisti arruolati dagli americani

Settantacinque anni fa ebbe inizio l'operazione segreta con cui gli Stati Uniti reclutarono migliaia di scienziati nazisti, molti dei quali con un passato molto controverso

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Il 20 giugno del 1945 il segretario di Stato americano firmò l’ordine che autorizzava il trasferimento negli Stati Uniti di Wernher von Braun, il più importante tra gli scienziati nazisti impiegati nello sviluppo delle “superarmi segrete” con cui Hitler aveva sperato di rovesciare l’esito della guerra. Von Braun era il più grande esperto mondiale di missili: il suo contributo fu fondamentale nello sviluppo dei mezzi che consentirono di raggiungere la Luna.

Nel corso degli anni trascorsi negli Stati Uniti, von Braun divenne una celebrità, intervistato in televisione, premiato dai presidenti e inserito nel pantheon degli eroi della NASA. Peter Sellers ne fece un’affilata parodia nel film Il dottor Stranamore, in cui lo scienziato parla con forte accento tedesco e ogni tanto istintivamente si rivolge al presidente americano chiamando “Mein Führer”. Per decenni Sellers e il regista del film Stanley Kubrick furono tra i pochi a ricordare che von Braun era un ex membro delle SS che aveva costruito missili per il regime nazista impiegando il lavoro di decine di migliaia di schiavi, spesso costretti a lavorare fino alla morte.

Ma von Braun non era solo. A partire dal giugno del 1945, gli Stati Uniti reclutarono più di 1.600 tecnici e scienziati tedeschi in quella che sarebbe stata chiamata “Operazione Paperclip”, una campagna segreta per ingaggiare le migliori menti scientifiche della Germania e metterle al servizio dell’industria militare americana, evitando così che fossero arruolati dall’Unione Sovietica. Quasi tutti gli scienziati e i tecnici reclutati erano convinti sostenitori del nazionalsocialismo e molti avevano assistito, o partecipato, a crimini di guerra o contro l’umanità.

La loro storia, insieme a quella delle migliaia di esperti reclutati dall’Unione Sovietica, e a quella delle centinaia di scienziati ebrei con cui si trovarono a lavorare nel dopoguerra, spesso fuggiti negli Stati Uniti proprio per scampare alle persecuzioni naziste, è in larga parte una storia che si deve ancora scrivere. Oggi sappiamo soltanto che nessuno di loro venne condannato e soltanto uno venne processato.

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All’origine dell’Operazione Paperclip e dell’arrivo di centinaia di scienziati tedeschi negli Stati Uniti ci fu una decisione presa dal regime nazista negli ultimi disperati anni del conflitto. Con gli eserciti sconfitti su ogni fronte, nel 1943 Hitler aveva deciso di puntare la sua riscossa sulle armi non convenzionali: le “Wunderwaffe”, armi segrete tecnologicamente avanzate in grado di rovesciare l’esito del conflitto. Scienziati e tecnici che negli anni precedenti erano stati arruolati nell’esercito come semplici soldati furono richiamati nei loro laboratori e nuove risorse furono investite in ambiziosi programmi di ricerca.

Spronati a inventare nuovi apparecchi rivoluzionari in grado di attirare l’attenzione di Hitler o dei suoi cortigiani, gli scienziati nazisti progettarono carri armati giganti, fucili ricurvi, cannoni grandi come palazzi e alianti pensati per speronare gli aerei nemici. Ammassarono enormi quantità di armi chimiche e biologiche e sperimentarono nuovi letali gas nervini. Nessuna di queste “armi meravigliose” riuscì a cambiare l’esito del conflitto e molte, come le armi chimiche, non uscirono mai dai depositi. Ma la massa di risorse investite dai nazisti in ricerca e sviluppo, anche se dispersa in mille rivoli disordinati, riuscì a produrre alcune significative scoperte tecnologiche. La più spettacolare uscì dal programma “Vergeltungswaffen”, “armi di vendetta”, il team guidato da Wernher von Braun.

Von Braun era un ingegnere meccanico: studiava come inviare veicoli nello spazio e, all’occorrenza, come farli rientrare sulla Terra. Entrò in contatto con il partito nazista per la prima volta nel 1933, quando aveva 21 anni. Dopo la laurea in ingegneria, entrò a far parte del programma missilistico militare e nel 1940 si arruolò nelle SS, una mossa che a quei tempi era piuttosto utile per fare carriera. Il capolavoro tecnico di von Braun e del suo team fu la V-2, il primo missile balistico della storia: un enorme razzo lungo quattordici metri, in grado di viaggiare a cinque volte la velocità del suono e pensato per colpire la città di Londra.

Sul piano strategico, le V-2 si rivelarono un gigantesco spreco di risorse che non allungò la vita del regime nazista nemmeno di un giorno, ma per gli abitanti di Londra e delle altre città colpite dalle V-2, questi missili invisibili che colpivano senza alcun preavviso abbattendo interi palazzi, furono un incubo che durò per mesi. Quando invasero la Germania, gli Alleati erano determinati a catturare l’inventore di queste macchine e quelli dietro alle altre diavolerie tecnologiche create negli ultimi mesi di vita del regime. Quando i servizi segreti alleati entrarono in possesso di una lista con i nomi degli scienziati che erano stati richiamati dal fronte nel 1943, decisero di avviare un’operazione per catturarne il maggior numero prima che lo facessero i sovietici. Al primo posto della lista c’era proprio Wernher von Braun, il padre della V-2.

Non fu difficile. Gli scienziati, come tutti i membri della classe dirigente e dell’esercito tedesco, avevano tutto l’interesse a consegnarsi agli Alleati occidentali, dai quali si aspettavano un atteggiamento più conciliante rispetto ai vendicativi sovietici. La parte più delicata dell’operazione fu prelevare tecnici e scienziati dai territori controllati dagli Stati Uniti, ma che in base agli accordi di pace sarebbero presto finiti sotto controllo sovietico, come la Sassonia e la Turingia. Negli ultimi giorni prima del passaggio di consegne ci fu una vera e propria frenesia tra il personale militare americano, impegnato a rimuovere uomini, materiali e apparecchi scientifici prima dell’arrivo dei russi.

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I primi scienziati furono reclutati a volte in maniera un po’ brusca: alcuni si videro recapitare dalla polizia militare alleata un messaggio in cui gli veniva imposto di prepararsi a partire con un bagaglio minimo e senza tante altre spiegazioni. Tra loro gli scienziati si chiamavano “prigionieri della pace”, per sottolineare come nonostante la fine della guerra non avessero molta scelta sul loro destino. In generale, però, il reclutamento dell’Operazione Paperclip fu volontario: la possibilità di spostarsi con la propria famiglia e la prospettiva di continuare le proprie ricerche negli Stati Uniti, invece che rischiare di finire di fronte a un tribunale sovietico, era un incentivo sufficiente a far accettare di buon grado gli ordini alleati.

Non tutti gli scienziati furono immediatamente portati negli Stati Uniti. All’inizio, in molti furono distribuiti in sperduti villaggi della campagna tedesca e lasciati liberi, anche se con l’obbligo di presentarsi regolarmente alla polizia. La priorità era spostare nella zona occidentale della Germania quanti più esperti possibili e scegliere i più adatti a lavorare oltreoceano soltanto in un secondo momento. I nomi più famosi e gli scienziati che si erano occupati delle ricerche più delicate, come von Braun, furono invece portati negli Stati Uniti già nel settembre del 1945.

I loro talenti furono rapidamente impiegati. Il loro titolo era “lavoratori speciali del dipartimento della Guerra”. In pratica, alcuni furono messi al lavoro sui progetti per armi biologiche, altri su quelle chimiche. Ma il gruppo più grande, e quello che offrì agli Stati Uniti il contributo maggiore, fu il team di scienziati missilistici guidato da von Braun. I missili negli anni Quaranta erano considerati la frontiera, il futuro: sia che fossero destinati all’esplorazione spaziale, sia che servissero a portare testate nucleari sulle città nemiche.

Fumetti, film e serie tv (come la recente Hunters) hanno spesso descritto queste persone come ex nazisti impenitenti e intenti a progettare il ritorno al potere del nazismo e la sovversione del governo americano. In realtà gli scienziati tedeschi si adattarono agli Stati Uniti. Molti ricevettero la cittadinanza americana e trascorsero il resto della loro vita nel paese. Per decenni buona parte delle posizioni chiave nella NASA fu ricoperta da ex scienziati nazisti, e molti di loro ricevettero medaglie e riconoscimenti. Il lavoro di von Braun, in particolare, fu fondamentale nello sviluppo del Saturn V, il razzo che portò i primi uomini sulla Luna; lui stesso divenne una celebrità televisiva.

Questa situazione portò a strane e imbarazzanti cooperazioni. Le istituzioni di ricerca americane erano piene di scienziati ebrei, alcuni dei quali fuggiti dall’Europa proprio per scampare alle persecuzioni naziste. Il fondamentale dibattito su che tipo di carburante utilizzare nei razzi spaziali avvenne tra l’ex SS von Braun, che sosteneva l’utilizzo del cherosene, e lo scienziato ebreo Abraham Silverstein, che proponeva l’uso dell’idrogeno. La spuntò Silverstein e dopo il primo lancio di un razzo Saturn, von Braun riconobbe il suo successo inviandogli un famoso biglietto firmato.

La storia di questa imbarazzante collaborazione è stata raramente oggetto di indagine storica, racconta un recente e dettagliato articolo del Los Angeles Times. All’epoca in pochi erano interessati a ricordare il passato di questi importanti scienziati, e il governo americano preferì non indagare troppo a fondo il loro rapporto con il regime nazista. Quasi tutti i protagonisti di questa vicenda oggi sono morti, ma il Los Angeles Times è riuscito a raggiungere diversi figli degli scienziati ebrei che si erano trovati a lavorare con von Braun e i suoi colleghi. Oggi raccontano che i loro genitori non provavano certo odio per i loro colleghi, ma che quella situazione li metteva a disagio.

Soltanto alla fine degli anni Settanta il ruolo degli scienziati tedeschi nel regime nazista cominciò a essere indagato seriamente da storici, giornalisti e dalle commissioni del Congresso degli Stati Uniti. Quello che venne fuori fu che la loro collaborazione coi nazisti era stata stretta, che molti avevano partecipato a esperimenti controversi e che alcuni erano a conoscenza o avevano partecipato ai crimini di guerra compiuti dai nazisti. Come ha riassunto la storica Annie Jacobsen, una delle più autorevoli esperte dell’Operazione Paperclip: «All’epoca dovevi essere un nazista convinto per scalare la catena di comando».

Uno dei casi più celebri di questo tardo “revisionismo” fu probabilmente quello di Hubertus Strughold, il “padre della medicina spaziale”, una figura chiave nello sviluppo delle moderne tute da astronauta e dei sistemi di supporto vitale utilizzati nelle missioni Apollo. In suo onore la NASA aveva creato nel 1963 lo Hubertus Strughold Award, un premio destinato agli scienziati che offrivano i migliori contributi allo sviluppo della medicina spaziale.

Nel corso degli anni, però, emerse con sempre maggior chiarezza il suo coinvolgimento in una serie di esperimenti sui prigionieri del campo di concentramento di Dachau e la sua partecipazione diretta in un altro esperimento in cui furono coinvolti sei bambini epilettici tra gli 11 e 13 anni (i bambini furono messi in una camera sotto vuoto per studiare la reazione del corpo umano alla mancanza di ossigeno). A partire dagli anni Ottanta fu cambiato il nome a una serie di edifici a lui dedicati, e dal 2013 lo Hubertus Strughold Award ha cambiato denominazione.

Nel tempo iniziò a emergere anche il lato oscuro del team missilistico di von Braun. Fin dalla fine della guerra si sapeva che le V-2 venivano costruite nella fabbrica sotterranea di Nordhausen, un gigantesco complesso scavato nella roccia di una montagna nella Germania centrale in cui lavoravano migliaia di prigionieri di guerra provenienti dal vicino campo di concentramento di Mittelbau-Dora. Le condizioni nei tunnel erano spaventose. I turni di lavoro erano di 12-14 ore e la disciplina imposta dalle guardie severissima. I prigionieri accusati di sabotaggio o considerati troppo lenti venivano impiccati con una catena di acciaio a una gru e lasciati penzolare dal soffitto delle gallerie come forma di intimidazione per gli altri prigionieri.

Ma non era necessario commettere infrazioni per morire a Mittelbau-Dora. A parte i campi di sterminio, il campo aveva il più alto tasso di mortalità di tutto il sistema dei lager nazisti. Quando gli americani raggiunsero la fabbrica nella primavera del 1945, i medici locali gli dissero che il numero di morti per malattie, fame o affaticamento si aggirava intorno ai 200 al giorno. Oggi gli storici calcolano che le V-2 abbiano ucciso tra le 2 e le 5 mila persone nelle città che furono colpite con queste armi, mentre almeno 20 mila prigionieri morirono nel produrle. Come hanno scritto gli storici moderni, la principale produzione della fabbrica non erano le armi, ma la morte stessa.

Von Braun e gli altri scienziati nazisti hanno sempre sostenuto di non essere stati a conoscenza dei dettagli più atroci di quello che avveniva nella produzione delle V-2 e che, in ogni caso, non avevano il potere o l’autorità di modificare la situazione. Le loro ricostruzioni non furono sottoposte a un serio esame critico fino a molti anni dopo la fine della guerra, quando oramai le possibilità di indagare a fondo si erano ridotte. Ugualmente, i ricercatori riuscirono a trovare un pugno di ex prigionieri del campo che testimoniarono che von Braun non solo aveva spesso visitato la fabbrica, passando a pochi passi da pile di cadaveri, ma che in altre occasioni aveva scelto personalmente i prigionieri da inviare nei tunnel.

Von Braun non venne mai processato per il suo ruolo e quando la maggior parte di queste informazioni iniziò ad emergere era già morto. L’unico scienziato reclutato nell’Operazione Paperclip finito sotto indagine fu un altro membro del suo team, Arthur Rudolph, che dall’estate del 1944 aveva ricoperto l’incarico di direttore tecnico della produzione delle V-2 nei tunnel di Mittelbau-Dora. Trasferito negli Stati Uniti nel novembre del 1945, Rudolph diede un contributo fondamentale allo sviluppo del programma Apollo e alla produzione dei missili intercontinentali Pershing. Ricevette riconoscimenti e onori, tra cui le due più importanti medaglie della NASA. Ma alla fine degli anni Settanta, il suo passato iniziò a essere messo sotto accusa e Rudolph accettò di rinunciare alla cittadinanza americana per evitare un processo.

Tornato in Germania, un procuratore tedesco decise di aprire un fascicolo su di lui, ma a causa della scarsità di testimonianze e documenti, decise di non procedere all’incriminazione. Rudolph però perse le sue medaglie e i suoi riconoscimenti e non gli fu più consentito di ritornare negli Stati Uniti, nemmeno in occasione del ventennale dello sbarco sulla Luna. Rudolph è morto nel 1996 ed è stato l’unico scienziato nazista reclutato negli Stati Uniti a pagare un prezzo per quello che aveva fatto al servizio del regime nazista nel corso della Seconda guerra mondiale.

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