Un corridoio degli Arolsen Archives, l'8 maggio 2008 (La Presse/AP Photo/Michael Probst, file)
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  • venerdì 5 Giugno 2020

Il lato positivo della pandemia per il più grande archivio sulle vittime del nazismo

Tremila persone hanno passato il tempo in casa trascrivendo nomi di prigionieri dei campi di concentramento da migliaia di documenti, per caricarli online

Un corridoio degli Arolsen Archives, l'8 maggio 2008 (La Presse/AP Photo/Michael Probst, file)

Durante i mesi di isolamento domestico dovuto alla pandemia da coronavirus (SARS-CoV-2) le persone di tutto il mondo si sono dedicate ad attività di solito trascurate: molti hanno imparato a fare il pane o la pizza, alcuni hanno coltivato un orto sul proprio balcone, c’è chi ha completato un puzzle da tremila pezzi e chi ha collaborato col più grande archivio sulle vittime del nazismo, per digitalizzarne i documenti.

In due mesi circa 120mila nomi, date di nascita e numeri di matricola di persone imprigionate nei campi di concentramento nazisti sono stati aggiunti in forma digitale agli Arolsen Archives, un tempo noti come International Tracing Service, grazie al lavoro di migliaia di volontari che hanno scelto di partecipare al progetto “Every Name Counts”, cioè “Ogni nome è importante”.

Gli Arolsen Archives conservano più di 30 milioni di documenti originali risalenti agli anni del nazismo, che furono raccolti dagli eserciti degli Alleati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Contengono informazioni su circa 40 milioni di persone, tra cui gli ebrei uccisi nei campi di sterminio e le persone deportate nei campi di lavoro forzato dai paesi occupati dalla Germania durante la guerra.

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Dopo la fine del conflitto quei documenti furono usati dal Comitato internazionale della Croce Rossa per riunire migliaia di famiglie separate dalla guerra e aiutare molte più persone a scoprire cosa fosse successo ai propri cari: per questo inizialmente gli Arolsen Archives si chiamavano International Tracing Service, che significa più o meno “Servizio internazionale per rintracciare le persone”. Il nome attuale è dovuto al fatto che l’archivio si trova a Bad Arolsen, una cittadina della Germania centrale, vicina a Kassel, e al fatto che negli anni il loro scopo è cambiato: da quando nel 2007 sono stati aperti al pubblico, gli Arolsen Archives servono soprattutto a scopi di ricerca.

I documenti che ne fanno parte sono così numerosi da occupare più di 25 chilometri di scaffali. Cominciarono a essere digitalizzati alla fine degli anni Ottanta e da allora 26 milioni di documenti cartacei scansionati sono stati resi disponibili online, grazie al lavoro di 20 o 30 persone che ogni giorno li leggono e analizzano. Tuttavia è ancora difficile cercare informazioni su una specifica persona all’interno degli Arolsen Archives perché la maggior parte dei documenti non è indicizzata per tutti i nomi delle persone che vi sono citate. Secondo le stime della direttrice Floriane Azoulay, che ha parlato di “Every Name Counts” con il New York Times, circa la metà dei 40 milioni di nomi contenuti nell’archivio non è presente nella sua banca dati digitale.

Per questo negli ultimi cinque anni l’archivio si è rivolto ad alcune aziende private –come Ancestry, che si occupa della ricostruzione di alberi genealogici – per farsi aiutare nell’organizzazione dei documenti e nella loro catalogazione. Queste aziende hanno software che a partire dalle scansioni di documenti cartacei leggono le informazioni e le trasformano in file di testo indicizzabili, cioè in cui è possibile fare operazioni di ricerca.

Con parecchi documenti però questi software non riescono a fare molto: quelli scritti a mano e molto rovinati. Un esempio sono le liste di prigionieri dei campi di concentramento scritte da chi li gestiva. Per leggere questo tipo di documenti, le persone sono ancora molto più capaci dei computer.

Per questa ragione l’anno scorso l’archivio ha iniziato una collaborazione con Zooniverse, una piattaforma che organizza iniziative di crowdsourcing per permettere a volontari di contribuire a ricerche scientifiche. Un esempio: la ricerca di esopianeti fatta guardando immagini ottenute dal telescopio spaziale Kepler. Non servono grandi competenze scientifiche per vedere certe cose in un’immagine, se si hanno ricevute indicazioni precise, e quando di immagini da analizzare ce ne sono moltissime, farsi aiutare da persone volenterose con del tempo a disposizione può essere utile.

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La collaborazione tra gli Arolsen Archives e Zooniverse è iniziata coinvolgendo, all’inizio di quest’anno, un gruppo di studenti di 26 scuole superiori tedesche. Con la pandemia di COVID-19 il progetto è stato accelerato con un’apertura al pubblico generale: il 24 aprile su Zooniverse sono stati pubblicati decine di migliaia di documenti provenienti dai campi di concentramento di Buchenwald, Dachau e Sachsenhausen, e in poco tempo utenti di tutto il mondo si sono messi a leggerli e a ricopiare in formato digitale i nomi in essi contenuti.

Come succede anche in altri progetti di crowdsourcing, la validità del contributo di ciascun partecipante viene controllata facendo analizzare lo stesso documento a più persone diverse. Una digitalizzazione è ritenuta valida se fatta allo stesso modo da almeno tre persone. Grazie a un forum su Zooniverse gli utenti possono chiedere a storici e archivisti domande su abbreviazioni difficili da interpretare e parole che possono confondere. Dato che le cose più importanti da trascrivere sono nomi e date di nascita, il lavoro può essere fatto anche da volontari che non parlano il tedesco.

Il New York Times ha parlato con un paio delle persone che stanno collaborando con gli Arolsen Archives in questo progetto. Andreas Weber, un medico di Berlino, ha raccontato di aver trascritto circa 1.200 nomi nelle ultime settimane, sfruttando pause di cinque o dieci minuti nel tempo passato a casa con i suoi figli. Ogni tanto immagina che uno di quei nomi avrebbe potuto essere quello di un suo vicino. Fernando Gouveia, un portoghese che gestisce appartamenti per turisti a Vila Real si è trovato ad avere molto tempo libero con la pandemia e ha deciso di usarlo per “Every Name Counts” perché è molto appassionato della storia della Seconda guerra mondiale. Ha raccontato che lo ha colpito molto aver letto il nome del principe Saverio di Borbone-Parma, pretendente al trono spagnolo, che fu imprigionato a Dachau col numero 101057.

Il progetto “Every Name Counts” è ora completo al 20 per cento e finora hanno partecipato 3.461 persone: i documenti di Buchenwald e Sachsenhausen sono stati tutti letti, ne mancano ancora molti di Dachau e Mauthausen. Chiunque può iniziare a partecipare al progetto anche ora.