(AP Photo/Toby Talbot)

Le mucche potrebbero aiutarci contro il coronavirus

Un'azienda di biotecnologie impiega bovini geneticamente modificati per produrre anticorpi compatibili con i nostri, per un nuovo trattamento contro la COVID-19

(AP Photo/Toby Talbot)

Un’azienda di biotecnologie statunitense sta sperimentando l’impiego delle mucche per produrre anticorpi umani contro il coronavirus, in modo da avere un nuovo trattamento relativamente economico e accessibile per trattare i malati di COVID-19. I primi risultati sono stati definiti positivi e la società confida di avviare i test clinici nell’estate, per verificare sicurezza ed efficacia della sua soluzione.

Per molto tempo, la produzione di anticorpi contro particolari agenti infettivi è avvenuta in laboratorio, oppure sfruttando alcune piante come quelle del tabacco. Le cose sono cambiate circa 20 anni fa, quando alcuni ricercatori iniziarono a sfruttare gli animali per raggiungere questo scopo, perfezionando poi la tecnica nei bovini.

Semplificando molto, il processo prevede di allevare mucche da latte geneticamente modificate, in modo da avere cellule immunitarie in grado di produrre anticorpi compatibili con il nostro organismo. La produzione viene resa specifica per un determinato agente infettivo, come appunto un virus, iniettando nelle mucche le proteine che sono responsabili dell’infezione. Nel caso del coronavirus è stata usata la proteina che si trova sulle punte dell’involucro esterno, che il virus utilizza per eludere le difese delle cellule del nostro organismo, sfruttandole poi per replicarsi.

La sperimentazione è stata avviata da SAb Biotherapeutics nel South Dakota. In precedenza la società aveva sviluppato una soluzione per trattare la MERS sempre tramite anticorpi prodotti dalle mucche. Anche la MERS è causata da un coronavirus, con alcune caratteristiche simili a quelle dell’attuale SARS-CoV-2, e questo ha permesso ai ricercatori dell’azienda di convertire in poco tempo la produzione, per sperimentare la creazione di anticorpi umani contro la COVID-19. Il processo ha richiesto poco meno di due mesi e, da qualche settimana, le mucche geneticamente modificate producono anticorpi contro la proteina che si trova sulle punte del coronavirus.

Per indurre la produzione degli anticorpi, le mucche devono prima essere esposte a parte del materiale genetico del coronavirus, in modo che il loro sistema immunitario inizi a reagire contro l’agente infettivo. Successivamente, sono sottoposte a un’iniezione per introdurre la proteina presente nelle punte del coronavirus, contro la quale le mucche sviluppano poi la capacità di produrre anticorpi compatibili con i nostri. La produzione mensile di ogni mucca è tale da consentire di trattare alcune centinaia di pazienti con COVID-19.

SAb Biotherapeutics ritiene che gli anticorpi prodotti dalle sue mucche possano rivelarsi più efficaci rispetto a quelli realizzati da altre aziende di biotecnologie. La maggior parte dei concorrenti è infatti al lavoro per produrre anticorpi monoclonali, quindi tutti uguali tra loro e in grado di dedicarsi a una sola e specifica funzione del coronavirus. Gli anticorpi prodotti dalle mucche sono invece policlonali e teoricamente in grado di riconoscere diverse parti del virus (quindi utili anche nel caso in cui mutino alcune sue parti).

I risultati ottenuti da SAb Biotherapeutics sembrano essere incoraggianti, anche se per ora sono basati sugli effetti riscontrati in laboratorio. I ricercatori hanno per esempio messo a confronto il loro sistema con quello sperimentato in diversi ospedali nel mondo, e che prevede la trasfusione nei malati di COVID-19 del plasma prelevato dai pazienti convalescenti, che hanno ormai superato la fase acuta della malattia. I test hanno rilevato come gli anticorpi prodotti da SAb Biotherapeutics siano fino a quattro volte più efficaci nell’impedire al coronavirus di colonizzare le cellule del nostro organismo.

Le capacità effettive degli anticorpi umani derivati dalle mucche potranno comunque essere verificate solo con test clinici, che coinvolgeranno quindi la diretta somministrazione ai pazienti. I test dovrebbero essere avviati entro un paio di mesi e saranno orientati a verificare la sicurezza del trattamento e, in un secondo momento, la sua efficacia nel contrastare le infezioni da coronavirus. Anche se le basi scientifiche sembrano essere solide, la soluzione dovrà inoltre dimostrare di avere un buon rapporto tra costi e benefici, nel confronto con i trattamenti sperimentali a oggi disponibili contro la COVID-19.