Un cimitero di Masaya, in Nicaragua (AP Photo/Alfredo Zuniga)
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  • lunedì 8 Giugno 2020

In Nicaragua è sempre più difficile nascondere il coronavirus

Finora il governo ha cercato di minimizzare la diffusione del virus, ma la morte di diversi noti politici potrebbe cambiare le cose

Un cimitero di Masaya, in Nicaragua (AP Photo/Alfredo Zuniga)

Nelle ultime settimane, con un po’ di ritardo rispetto al resto del mondo, l’epidemia da coronavirus ha iniziato a diffondersi con maggiore forza e rapidità tra i paesi dell’America Latina: il Brasile è diventato il secondo paese al mondo per numero di contagi e il terzo per numero di morti, ma in molti altri paesi del continente i contagi stanno progressivamente aumentando, mettendo a serio rischio i sistemi sanitari locali (e sappiamo che in moltissimi paesi i numeri ufficiali sottostimano ampiamente la reale ampiezza del contagio).

Alcuni paesi hanno reagito tardi e male all’epidemia: alcuni, come il Brasile, hanno evitato di imporre restrizioni rigide per minimizzare la situazione (tanto da arrivare a smettere di pubblicare il numero totale dei contagi). Altri ancora, come il Nicaragua, hanno fatto di tutto per cercare di far finta di niente, per far passare l’idea che nel loro paese non ci fosse nessun rischio di contagio.

Ufficialmente in Nicaragua ci sono stati 1.118 contagi e 46 morti, ma secondo le opposizioni le morti sono almeno venti volte di più. Fin dall’inizio dell’epidemia il presidente Daniel Ortega – al potere dal 2007 dopo esserlo già stato dal 1979 al 1990 durante la rivoluzione sandinista, prima come coordinatore della giunta di ricostruzione nazionale (1979-1985) e poi come presidente (1985-1990) – ha cercato di sminuire il virus, e il suo governo ha deciso di non imporre nessuna restrizione: le scuole e le attività commerciali sono rimaste aperte e Ortega ha invitato gli abitanti a partecipare ai concerti e agli eventi sportivi, come se nulla stesse succedendo. In alcuni documenti ufficiali il governo del Nicaragua si è paragonato a quello svedese, l’unico che in Europa non ha imposto lockdown e restrizioni dei movimenti durante il picco dell’epidemia.

Dal 12 marzo al 16 aprile, all’inizio della diffusione del coronavirus in America Latina, Ortega non si era più fatto vedere in pubblico, ed era ricomparso poi improvvisamente senza dare spiegazioni. In molti avevano pensato che l’assenza di Ortega – che ha 74 anni e soffre probabilmente di diverse malattie croniche – fosse dovuta a una sorta di autoisolamento per evitare rischi collegati al virus.

Ad aprile, in un discorso in televisione, Ortega ha ribadito la sua volontà di non imporre restrizioni, sostenendo che «se il paese smette di lavorare, muore», e dicendo che il grande numero di contagi registrati negli Stati Uniti – paese che dal 2018 impone pesanti sanzioni economiche al Nicaragua per la violazione dei diritti umani – è un «segno di Dio» contro l’atteggiamento guerrafondaio statunitense: «Queste forze transnazionali vogliono solo prendere il controllo del pianeta; questo è un peccato, e il Signore ci sta mandando un segno».

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Gli oppositori di Ortega credono però che la risposta del governo all’emergenza coronavirus sia stata del tutto inefficace, e che ora stia mostrando le sue falle a causa della morte improvvisa di diversi esponenti di spicco del partito al potere, il Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, che non possono essere tenute nascoste alla popolazione.

Nell’ultimo mese, scrive il Guardian, sono morti almeno 20 importanti sandinisti, tra cui ministri, parlamentari e un comandante di polizia, e altri si sono ammalati. Tutti avevano avuto sintomi riconducibili alla COVID-19.

Molti di loro hanno avuto ruoli chiave nella repressione delle grandi proteste antigovernative che c’erano state per tre mesi nel paese nel 2018, causando più di 300 morti e almeno 1.800 feriti, oltre che centinaia di prigionieri politici.

A marzo i parlamentari sandinisti Edwin Castro e Wilfredo Navarro erano stati ripresi dalle telecamere mentre prendevano in giro i parlamentari dell’opposizione che entravano in parlamento indossando la mascherina. Poco tempo dopo Castro è stato ricoverato con i sintomi della COVID-19 e non è stato più visto in pubblico, e il cugino di Navarro, nonché suo assistente, è morto a causa della malattia. Il 25 maggio, comunque, il governo del Nicaragua ha pubblicato un documento in cui ha spiegato le sue scelte sul contenimento del coronavirus, sostenendo che ogni paese dovrebbe essere libero di non sottostare a quello che dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Un osservatorio civile formato da attivisti e personale sanitario ha stimato che i casi reali per coronavirus siano stati più di 4.200, e i morti quasi mille.

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Il primo giugno più di 30 associazioni di medici locali hanno chiesto al governo di imporre immediatamente un lockdown in tutto il paese per tre o quattro settimane, per impedire un’ulteriore diffusione del virus: «L’aumento esponenziale dei casi di COVID-19 ha causato il crollo del sistema sanitario pubblico e privato», hanno scritto in una lettera inviata al governo. Il giorno dopo, la vice presidente del paese, nonché moglie di Ortega, Rosario Murillo, ha detto che sette funzionari sandinisti erano morti, senza specificare se la causa fosse il coronavirus e limitandosi a dire che erano passati «a un altro piano dell’esistenza».

Tra i morti c’erano Orlando Castillo, ministro delle Telecomunicazioni, Orlando Noguero, il sindaco di Masaya che aveva guidato le operazioni delle forze paramilitari che avevano sedato le rivolte del 2018, Olivio Hernández Salguera, capo dei servizi di sicurezza nazionale della polizia, e Rita Fletes, dirigente del sindacato Frente Nacional de los Trabajadores (FNT).