Una delle mediche dell'USCA di Sassuolo durante una visita domiciliare a un paziente (Per gentile concessione di Melissa Iannace)

Le unità speciali di medici create per il coronavirus

Ci siamo fatti raccontare il lavoro delle USCA, le nuove squadre di giovani medici che visitano i malati di COVID-19 che non sono ricoverati in ospedale

Una delle mediche dell'USCA di Sassuolo durante una visita domiciliare a un paziente (Per gentile concessione di Melissa Iannace)

I medici più coinvolti nella crisi sanitaria dovuta alla COVID-19 sono sicuramente quelli delle terapie intensive degli ospedali, ma non sono gli unici. Anche i medici di famiglia hanno dovuto e devono occuparsi quotidianamente di malati di COVID-19 e insieme a loro, da qualche settimana, ci sono le USCA, cioè le Unità Speciali di Continuità Assistenziale, istituite dal governo con il decreto legge 14 del 9 marzo. Le USCA sono squadre di giovani medici, in media intorno ai 30 anni, incaricate di fare visite domiciliari ai malati (o presunti tali) di COVID-19 che non hanno bisogno di essere ricoverati in ospedale.

Le USCA sono state istituite perché i malati di COVID-19 in isolamento a casa propria potessero essere visitati da un medico in sicurezza. I medici di famiglia infatti non sono stati forniti di mascherine o altri dispositivi di protezione individuale dal Servizio sanitario nazionale, e – in particolare per i molti di loro vicini alla pensione – visitare tutti i propri pazienti con sintomi riconducibili alla COVID-19 è rischioso. Dall’inizio dell’epidemia risulta che in Italia siano morti 50 medici di base.

In alcune zone d’Italia le USCA esistono dalla fine di marzo, mentre in altre devono ancora essere attivate: come molti aspetti del Servizio sanitario nazionale, dipendono dalle aziende sanitarie locali e dalle loro autonomie. Per avere un esempio di come funziona una USCA, il Post ha parlato con le mediche di quella di Sassuolo, in provincia di Modena, e si è fatto raccontare come si svolge il loro lavoro quotidiano.

Come è fatta una USCA
Le USCA della provincia di Modena (3.678 casi di COVID-19 al primo maggio, pari allo 0,52 per cento della popolazione) hanno cominciato a lavorare tra il 16 e il 31 marzo. Le aziende sanitarie locali dividono il territorio a cui forniscono i servizi in distretti, e ognuno ha la sua USCA; quella di Sassuolo serve una popolazione residente di quasi 120mila persone che vivono tra la pianura a sud di Modena e gli Appennini.

Il decreto del 9 marzo prevede che le USCA siano composte da un numero di medici pari a quelli che compongono le guardie mediche: nel caso del distretto di Sassuolo sono due per turno, per una squadra di 10 mediche in totale, tutte donne. Tre sono diplomate al corso di formazione in medicina generale (quello che serve per diventare medici di famiglia) e lavorano come guardia medica, quattro stanno ancora seguendo il corso e tre sono giovani mediche con un contratto da guardia medica a tempo determinato. In altre USCA prestano servizio anche medici specialisti che normalmente lavorano in ambulatori, tra cui anche qualche dentista.

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L’età media delle mediche dell’USCA di Sassuolo è 33 anni. Si sono tutte candidate volontariamente per il lavoro nell’unità speciale, dando la propria disponibilità all’AUSL di Modena. «È un caso che siamo tutte donne», ha spiegato Alice Serafini, una dei membri della squadra, «anche se per i dati sugli studenti di medicina si sa che in futuro ci saranno più mediche che medici, in particolare nell’ambito della medicina generale, nelle USCA degli altri distretti ci sono sia donne che uomini. Ci piace pensare di essere state un po’ più spavalde dei colleghi nel candidarci al lavoro nelle USCA per via della minore letalità del coronavirus tra le donne».

Prima di una visita a domicilio (USCA di Sassuolo)

La giornata tipo di una USCA
Da decreto legge le USCA dovrebbero lavorare sette giorni su sette dalle 8 alle 20, ma possono esserci alcune variazioni nell’orario: il lavoro delle USCA di Sassuolo è diviso in due turni, dalle 9 alle 14 e dalle 14 alle 19, e ogni medica lavora in media per tre turni alla settimana, da cinque ore ciascuno. Il compenso lordo – stabilito dal governo – è 40 euro all’ora, poco meno del doppio di quanto un medico guadagni con il servizio di guardia medica.

Ogni mattina le due mediche dell’USCA di turno iniziano a lavorare al Nuovo Ospedale Civile di Sassuolo, e come prima cosa passano un po’ di tempo al telefono. Ricevono le telefonate di medici di famiglia e pediatri che vorrebbero che uno dei loro pazienti affetto da COVID-19 o con sintomi riconducibili alla malattia venga visitato. Per decidere se effettuare la visita o meno, le mediche dell’USCA si fanno spiegare i sintomi e la storia clinica del paziente in questione; poi telefonano al paziente stesso per chiedere altri dettagli. Le aziende sanitarie locali hanno fissato dei criteri per stabilire chi debba essere visitato e chi no, e con quali precedenze, ma dato che la COVID-19 si conosce ancora poco, bisogna valutare se fare delle eccezioni. Le mediche dell’USCA di Sassuolo cercano anche di capire quali pazienti siano in una situazione di particolare sofferenza psichica dovuta all’isolamento, quali abbiano difficoltà sociali e quali convivano con persone a rischio, per stabilire le priorità e il tipo di assistenza che possono dare.

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Nelle prime due settimane di lavoro le chiamate erano molte più di oggi, e venivano visitate fino a tre persone al giorno da ogni medica. Ora ci sono meno richieste: nel turno di lunedì mattina è stata fatta un’unica visita e sono arrivate meno di cinque telefonate. Una medica non riesce a fare più di tre visite domiciliari giornaliere, dato che alcune visite prevedono lunghi spostamenti: per raggiungere certe località montane serve anche un’ora di automobile. Le procedure di vestizione, svestizione e disinfezione poi prendono molto tempo e così le telefonate. In un mese di attività l’USCA di Sassuolo ha fatto 110 visite domiciliari, e 159 consultazioni telefoniche ai pazienti.

Ogni tanto qualche chiamata arriva dagli addetti del numero verde regionale creato per la COVID-19: per esempio quando qualcuno che non ha il medico di famiglia, come tanti stranieri che vivono in Italia, ha bisogno di assistenza per una presunta COVID-19. È stato il caso di un paziente australiano che lavora vicino a Sassuolo e conosce pochissimo l’italiano: le mediche della USCA l’hanno seguito per qualche tempo, dovendo anche interpretare qualche email di aggiornamento che l’australiano si sforzava di scrivere in italiano aiutandosi con un traduttore automatico.

Una medica dell’USCA di Sassuolo durante la vestizione prima della visita domiciliare a un paziente (per gentile concessone di Melissa Iannace, che ha fotografato l’USCA durante il suo lavoro)

Una particolarità delle USCA dell’AUSL di Modena è che con i medici lavorano alcuni “accompagnatori”. Sono tecnici sanitari che lavorano in ambulatori attualmente chiusi a causa della crisi dovuta alla COVID-19. Vista l’emergenza, gli è stato proposto un temporaneo cambio di mansioni: sono stati incaricati di guidare le Fiat Panda dell’azienda sanitaria con cui i medici delle USCA raggiungono le case dei pazienti, e li aiutano nelle procedure di vestizione e svestizione richieste prima e dopo le visite.

Prima che la medica entri nella casa della persona che deve visitare, l’accompagnatore o l’accompagnatrice legge quali dispositivi di protezione vanno indossati in ordine; finita la visita, aiuta la medica a mettere all’interno di sacchi destinati ai rifiuti speciali i dispositivi monouso e disinfettano quelli da riutilizzare. Nel caso si avvicinino dei cani o altri animali – a Serafini è capitato con un gruppo di galline, durante una visita in montagna – l’accompagnatore cerca di allontanarli per evitare di compromettere l’igiene dei dispositivi.

L’AUSL fornisce alle mediche dell’USCA – oltre al disinfettante – camici, calzari, guanti che coprono le mani e i polsi, mascherine chirurgiche e cuffie per i capelli, che vengono usati per un’unica visita. Le mediche sono dotate anche di occhiali protettivi, visiere di plastica e mascherine con filtri FFP2, che però vengono riutilizzati. Le mascherine FFP2 dovrebbero essere monouso, ma per far fronte alla loro carenza si fa economia usandole insieme a quelle chirurgiche. Vengono indossate al di sopra di quelle con il filtro per ridurre il rischio di contaminazione che in queste visite può essere abbastanza alto: spesso si misura la saturazione dell’ossigeno nel sangue sotto sforzo – un indice della gravità dei problemi respiratori – e chiedendo ai pazienti uno sforzo li si fa inevitabilmente tossire.

Sia le mediche dell’USCA che le persone che le assistono hanno fatto una breve formazione su come indossare correttamente le protezioni, ma Serafini ha detto che «si impara soprattutto con la pratica». Essere in due comunque è importantissimo per ridurre i rischi di contaminazione, oltre che in caso di incontri ravvicinati con uno o più animali, nei casi in cui si riceve una telefonata, per esempio: un medico che indossa i dispositivi di protezione non può rispondere al telefono, né rovistare in una borsa. Le guardie mediche, che in caso di necessità devono visitare anche i malati di COVID-19 negli orari in cui le USCA non sono in servizio, non hanno questo aiuto.

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Oltre alle protezioni individuali, le mediche dell’USCA hanno con sé un saturimetro per misurare la saturazione dell’ossigeno nel sangue e alcuni farmaci che sono usati anche negli ospedali per provare a curare i malati di COVID-19: l’eparina, che è un anticoagulante, e idrossiclorochina, nota anche con il nome commerciale di Plaquenil, che è un antimalarico. Le USCA possono prescrivere antibiotici e altri medicinali, ma lo fanno attraverso i medici di famiglia: dopo le visite li ricontattano per aggiornarli sullo stato dei loro pazienti.

Nel caso in cui durante una visita le condizioni di un paziente risultino così gravi da richiedere un ricovero, le USCA chiamano un’ambulanza; nel caso servano controlli più approfonditi, da pochi giorni possono anche prenotare alcuni esami per i pazienti (come una radiografia al torace) fissando loro un appuntamento in Pronto soccorso. Per i pazienti visitati più volte, e da diverse mediche in base ai turni, l’USCA di Sassuolo ha fatto delle specie di cartelle cliniche interne in modo da non dover consultare a lungo i medici di famiglia per ogni visita.

Le difficoltà del lavoro delle USCA
Come succede agli altri medici che si stanno occupando dei malati di COVID-19, i membri delle USCA si sono trovati ad affrontare situazioni difficili, anche a livello psicologico, oltre ad adattarsi a un lavoro che prima non esisteva. «Ci siamo inventate il mestiere giorno per giorno senza avere spesso nulla di scritto e ufficiale a sostenerci», ha spiegato al Post Irene Bruschi. In particolare, ha aggiunto Giulia Colombini, sulla prescrizione di farmaci off label – cioè in commercio per curare sintomi diversi da quelli della COVID-19, come il Plaquenil: dato che gli effetti collaterali di questi farmaci non sono trascurabili, i medici si prendono una certa responsabilità a prescriverli e dalle autorità sanitarie italiane non sono arrivate linee guida univoche sul loro utilizzo.

«Le prime settimane sono state le più dure», ha detto sempre Colombini, «ogni mattina l’organizzazione del lavoro era differente rispetto alla sera precedente, ore e ore di chat e videochat per confrontarci e cercare di capire come far funzionare al meglio il servizio».

Le mediche dell’USCA di Sassuolo si sono organizzate per vivere lontano dai propri conviventi nelle prime settimane della crisi sanitaria, ma ora che il numero di pazienti sta diminuendo hanno deciso di tornare a vivere nelle proprie case, anche per il conforto psicologico di stare insieme ai propri cari. Con gli strumenti di protezione forniti dall’AUSL e l’aiuto dei propri accompagnatori si sentono sicure a visitare i malati di COVID-19; sapendo inoltre dei minori rischi per le persone giovani, e in particolare per le donne, non hanno paura a fare il loro lavoro. Nell’ultima settimana sono state sottoposte a un test sierologico per cercare eventuali infezioni da coronavirus: finora nessuna è risultata positiva.

Alcune visite comunque risultano stressanti, perché ci sono situazioni in cui quello che un medico di un’USCA può fare è poco rispetto alle necessità dei pazienti. Entrando nelle case dei malati le mediche si sono rese conto che alcune famiglie non hanno capito bene quali misure di isolamento adottare in casa – hanno visto malati che usavano anche spazi comuni come il salotto, o indossavano le mascherine in modo scorretto – oppure non hanno modo di adottarle: tante case hanno un solo bagno, o ospitano insieme ai malati persone che per ragioni di età e salute potrebbero essere particolarmente vulnerabili a un’infezione da coronavirus.

Ci sono poi le persone sole che a causa dell’isolamento sono in una situazione di forte disagio psichico. Una paziente con problemi di alcolismo per esempio ha detto di aver ricominciato a bere. «Temo che avremo un aumento di casi psichiatrici. L’isolamento da una parte, il senso di abbandono dall’altra e l’indeterminatezza temporale del periodo necessario per la guarigione creano problemi a tutti. Ci sono persone che chiamano al telefono piangendo, quando i tamponi risultano prima negativi e poi di nuovo positivi. La situazione è difficile», ha detto Veronica Giancola.

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In un caso una medica si è trovata a fare una visita in un casolare isolato in cui 6 persone straniere vivevano in condizioni molto precarie: i sintomi per cui l’USCA era stata chiamata erano in realtà dovuti a una faringite, ma se si fosse trattato di COVID-19 le condizioni di vita degli abitanti del casolare li avrebbero messi molto a rischio.

A volte anche solo riuscire a fare visite è complicato: ci sono stati casi di persone che hanno rifiutato le visite delle mediche dell’USCA perché non volevano che i vicini sapessero che potevano avere la COVID-19; piuttosto chiedevano di andare in ospedale. Altre persone con sintomi riconducibili al coronavirus si sono rifiutate di andare in ospedale per fare degli esami, per la paura di ammalarsi. Infine, data la giovane età delle mediche dell’USCA, non mancano i commenti sulla loro esperienza – «hanno mandato quelle di primo pelo», ha detto un paziente vedendo una medica di 30 anni con un’accompagnatrice di 23 – ma questo è sicuramente il disagio minore.

Una medica dell’USCA di Sassuolo (Per gentile concessone di Melissa Iannace)

Il lavoro nelle USCA può essere frustrante anche per alcuni limiti costitutivi delle unità speciali, e le mediche dell’USCA di Sassuolo hanno qualche idea su come si potrebbero migliorare le procedure attuali. Serafini e Bruschi pensano che sarebbe molto più funzionale avere uno strumento digitale in cui medici di famiglia, USCA e ospedali potessero condividere le informazioni sui malati di COVID-19 e i presunti malati, in modo da coordinare il lavoro e creare anche un database utile alle ricerche epidemiologiche e sui farmaci. Un’altra cosa utile sarebbe permettere alle USCA di fare i tamponi per certificare le infezioni da coronavirus: attualmente a Modena sono squadre di infermieri che se ne occupano e capita che alcuni pazienti ricevano sia loro che le USCA.

Un’alternativa, soprattutto nel caso in cui il numero di contagi dovesse tornare a salire, sarebbe l’istituzione di ambulatori dedicati ai malati di COVID-19 – ce ne sono a Reggio-Emilia e a Bologna, per esempio – dove un unico operatore possa sia visitare che fare test. Sarebbe poi bene, come dicono molti esperti, avere delle strutture dove permettere l’isolamento dei malati non gravi, in modo da evitare i contagi in famiglia.

A livello psicologico, comunque, il lavoro nelle USCA può essere anche gratificante: secondo Bruschi è importante «il poter aver un ruolo attivo nella gestione dell’emergenza, che è un sostegno sia per i medici di famiglia che sono stati abbandonati a sé stessi senza strumenti, sia per i pazienti soli, anche se riusciamo ad arrivare solo a una parte di loro». Anche essere riuscite a mettere in piedi in poco tempo un servizio nuovo in cui figure professionali diverse collaborano tra loro è motivo di soddisfazione, oltre che un accrescimento per la carriera delle giovani mediche.

Fino a quando ci saranno le USCA?
A seconda delle aziende sanitarie locali a cui fanno riferimento, il lavoro delle USCA attualmente attive può variare leggermente; lo stesso si può dire per il loro carico di lavoro, a seconda della gravità dell’epidemia nei territori di cui si occupano. In provincia di Brescia, per esempio, le USCA fanno turni dalle 8 alle 20. Michel Cardito, medico di un’USCA della provincia, ha detto al Post che nelle prime due settimane di aprile (le prime di attività) c’erano fino a 50 richieste di visite al giorno, anche per la confusione tra i medici di famiglia su quando bisognasse rivolgersi all’USCA e quando no. Poi le richieste sono molto diminuite e ora non ci sono più di dieci chiamate al giorno.

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Cardito ritiene che le unità avrebbero fatto comodo nel primo mese della crisi sanitaria, quando c’era più urgenza e si ricorreva molto di più all’ospedalizzazione dei malati, mentre ora c’è meno necessità e il lavoro non è tale da giustificare il compenso di 40 euro all’ora. In vista del rilassamento delle restrizioni dal 4 maggio, le USCA potrebbero tuttavia essere importanti nel caso i contagi tornino ad aumentare.

Il decreto legge del 9 marzo dice che le disposizioni sulle USCA «sono limitate alla durata dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19», dunque per ora fino al 31 luglio: è il giorno in cui scadranno i sei mesi di “stato di emergenza” che il governo aveva dichiarato il 31 gennaio, dopo che erano stati individuati i primi casi di coronavirus in Italia (i due turisti cinesi poi ricoverati per settimane all’ospedale Spallanzani di Roma). Non è detto che le cose non cambino prima per le USCA (il loro lavoro potrebbe risultare superfluo nel caso in cui tutti i medici di famiglia fossero forniti di adeguati dispositivi di protezione individuale), ma al momento nemmeno chi ci lavora può fare previsioni.