Piazza San Carlo a Torino. (ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)
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  • giovedì 30 Aprile 2020

In Piemonte i contagi crescono più che altrove

Negli ultimi 14 giorni è la regione che in proporzione ha registrato più nuovi casi e più “attualmente positivi”: in parte potrebbe dipendere dai maggiori test e dalle RSA

Piazza San Carlo a Torino. (ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)

Mentre i numeri dell’epidemia da coronavirus in Lombardia continuano a essere gravissimi, e per quanto continuino a esserci decine di morti ogni giorno anche in Veneto ed Emilia-Romagna, da giorni la regione che ha attirato le maggiori attenzioni e preoccupazioni è il Piemonte, dove il contagio sembra aver avuto tempistiche un po’ diverse rispetto alle altre regioni più grandi e popolose del Nord Italia.

Dal 25 aprile, infatti, il Piemonte è la seconda regione italiana per numero di casi di COVID-19 registrati ufficialmente dall’inizio dell’epidemia: ha superato l’Emilia-Romagna, e ora ha 25.861 casi accertati, pur rimanendo al terzo posto per il bilancio dei decessi confermati, che sono stati finora 3.003 contro i 3.512 dell’Emilia-Romagna. Nelle ultime due settimane i numeri quotidiani sulla diffusione del coronavirus in Piemonte sono stati un po’ più preoccupanti che altrove: è infatti la regione italiana che ha registrato il maggiore aumento percentuale dei casi totali e degli “attualmente positivi”.

Il Piemonte ha raggiunto i 1.000 casi confermati  di COVID-19 il 15 marzo, quattro giorni dopo il Veneto, una settimana dopo rispetto all’Emilia-Romagna e due settimane dopo la Lombardia. E ora, superata la fase di massima emergenza, l’andamento dei contagi sembra confermare questa tempistica differente: come ha detto anche il presidente della regione Alberto Cirio, in Piemonte «la curva epidemica è in ritardo rispetto ad altre regioni del Nord».

I numeri
I morti degli ultimi 14 giorni in Piemonte, quindi dal 16 al 29 aprile, sono stati 909: in numeri assoluti, soltanto la Lombardia ne ha avuti di più, 2.071, mentre in Emilia-Romagna, la terza con il bilancio peggiore nelle ultime due settimane, sono stati 669. In percentuale, i decessi nelle ultime due settimane sono cresciuti in Piemonte del 43%: un incremento secondo soltanto a quello del Veneto (47%).

Le cose da sapere sul coronavirus

I casi totali accertati sono aumentati nello stesso arco di tempo di 6.753, cioè del 35%, più che nelle altre regioni. La seconda è la Liguria, con il 31% dei casi totali in più pari a 1.850 persone, un dato a sua volta piuttosto alto. In Lombardia e in Emilia-Romagna sono aumentati rispettivamente del 19 e del 17%.

Nelle ultime due settimane il Piemonte è stata la regione italiana in cui i pazienti definiti come “attualmente positivi” sono aumentati di più, in percentuale: 1.738, equivalenti al 13%. In numeri assoluti ha registrato un aumento superiore soltanto la Lombardia, con 3.032, il 9% in più del 16 aprile. Bisogna però considerare che questo numero è calcolato sulla base del dato dei nuovi dimessi e guariti, che non è misurato in modo omogeneo nelle varie regioni e per questo non è troppo affidabile.

Prendendo in considerazione gli ultimi 21 giorni, i dati sono ancora peggiori: i casi totali sono aumentati del 78%, contro il 57% della seconda regione con il maggiore incremento percentuale, la Liguria. I morti sono aumentati del 107%: solo la Toscana si avvicina, con il 103%. Gli attualmente positivi sono aumentati invece del 37%, anche in questo caso l’aumento percentuale più alto (il secondo è quello del Lazio, con il 28%).

Se invece si considerano gli ultimi 7 giorni, i dati del Piemonte sono un po’ più allineati con le altre regioni: i casi totali sono aumentati del 12%, come in Liguria (in provincia di Trento e nel Lazio sono aumentati del 9 e 8%). I morti, in percentuale, sono aumentati un po’ meno che in Veneto, nel Lazio e in Toscana. Potrebbe significare che la tendenza sta pian piano cambiando.

Per quanto riguarda i ricoveri in terapia intensiva, i pazienti in Piemonte sono oggi il 58% di due settimane fa, un calo superiore all’Emilia-Romagna (72%) e alla Lombardia (61%).

Al momento in Piemonte risulta ufficialmente contagiato lo 0,59% della popolazione, una percentuale inferiore soltanto a Valle d’Aosta (0,89%), provincia di Trento (0,75%) e Lombardia (0,75%). La variazione dei casi sulla popolazione nelle ultime due settimane è stato dello 0,137%, il più alto in Italia.

Province
La situazione non è poi omogenea in tutta la regione: la provincia più colpita, sia come contagi che come morti, è comprensibilmente quella più popolosa, quella di Torino. Ha registrato 12.938 casi e 1.346 morti, staccando nettamente la seconda più colpita, quella di Alessandria, con 3.354 casi e 564 morti. Seguono poi Novara (2.266 casi e 257 morti), Cuneo (2.471 e 236), Asti (1.557 e 168), Vercelli (1.102 e 158), Biella (964 e 162) e Verbano-Cusio-Ossola (1.005 e 110).

Tamponi
Una prima spiegazione su questi numeri è da ricercare nei tamponi: nelle ultime settimane in Piemonte sono aumentati notevolmente e più che nel resto d’Italia, e questo potrebbe spiegare perché vengono scoperti in proporzione più casi che altrove. Sappiamo da tempo che i numeri ufficiali rappresentano soltanto una parte del contagio, la cui estensione reale è molto maggiore. Quindi se si scoprono più casi perché si fanno più tamponi, è plausibile che la ragione sia che in precedenza erano di più i malati che sfuggivano al conteggio ufficiale.

Nelle ultime due settimane il Piemonte ha fatto più di 70mila tamponi, diverse migliaia in più dell’Emilia-Romagna. Sono cresciuti dell’87% rispetto a quelli che erano stati fatti fino al 16 aprile: un aumento percentuale superato in Italia soltanto da Molise e Basilicata, a cui però è bastato fare poche migliaia di test in più, ed eguagliato dal Friuli Venezia Giulia (che ha fatto in due settimane 31mila tamponi). Tra le regioni del Nord Italia, il Piemonte è quella che nelle ultime due settimane ha aumentato maggiormente, in proporzione, i test fatti.

Cirio ha spiegato che «a febbraio [i laboratori che analizzavano i tamponi, ndr] erano due, oggi sono 18 e in pochi giorni diventeranno venti. È il motivo per cui il Piemonte non è riuscito a raggiungere subito i numeri di tamponi delle altre regioni, ma lo ha fatto in poco tempo».

Case di riposo
In parte i nuovi tamponi riguardano le RSA, dove è in corso una operazione di test “a tappeto” annunciata dalla regione e cominciata dalle residenze dove sono stati registrati contagi. L’ultimo aggiornamento sui risultati era stato fornito dalla regione qualche giorno fa, con i numeri aggiornati al 20 aprile: erano stati fatti test nell’80 per cento delle strutture, e dei 14.703 tamponi analizzati circa un terzo era positivo (pari al 35% degli ospiti e al 23% del personale). Il giorno dopo, l’assessore alla Sanità Luigi Icardi aveva stimato – non è chiaro se sulla base di nuovi dati – che i positivi nelle RSA fossero il 60 per cento, e che era per questo che i contagi calavano meno che in altre regioni.

Con le RSA, comunque, il Piemonte ha avuto guai e problemi simili alla Lombardia: il 20 marzo, per esempio, la regione emise una delibera sostanzialmente identica a quella molto discussa emanata dalla Lombardia per chiedere alle RSA di accogliere pazienti COVID-19 in via di guarigione. Nelle settimane seguenti, alcune ASL hanno presentato nuovamente alle RSA la stessa richiesta.

Michele Assandri, segretario regionale di Anaste, associazione che rappresenta le imprese del settore, ha spiegato che «a inizio di aprile le ASL hanno chiesto alle RSA di dotarsi di un piano per la prevenzione e la gestione» dell’epidemia: quando le case di riposo hanno risposto di non essere in grado di elaborarlo, «sono state minacciate dalle Commissioni di Vigilanza che a emergenza finita avrebbero fatto in modo di togliere le convenzioni».

Medici di famiglia
Anche nei problemi dovuti all’epidemia il Piemonte sembra aver seguito con un po’ di ritardo le altre regioni del Nord Italia, e gli errori, gli ostacoli e gli intoppi nel contenimento del coronavirus sembrano in particolare simili a quelli della Lombardia. I medici di famiglia hanno segnalato fin dall’inizio la mancanza di dispositivi di protezione individuale, l’impossibilità di richiedere tamponi per migliaia di pazienti sospetti, e in certe province anche le difficoltà nelle comunicazioni con le ASL, tutti sintomi di un più vecchio e radicato indebolimento della medicina territoriale.

Uno dei problemi più denunciati è stato la scarsa efficienza, in alcune province, dei sistemi con cui i medici possono segnalare alle ASL i casi sospetti e che secondo loro richiedono il tampone. In un caso che ha avuto una certa eco, si è scoperto che il sistema di ricezione delle mail di un’ASL cancellava automaticamente quelle non lette dopo un certo numero di ore, causando quindi lo smarrimento di centinaia di segnalazioni.

Roberto Venesia, medico di famiglia di Ivrea e segretario regionale della FIMMG, ha spiegato al Post che nonostante siano passate molte settimane dalle prime segnalazioni «non registriamo l’efficienza e funzionalità che dovrebbe esserci, e ci sono ancora necessità di fare parecchi miglioramenti». Dal 10 aprile la regione si è dotata di un sistema unico per queste segnalazioni, che ha sostituito o affiancato quelli delle singole ASL: «ma questo non ha migliorato molto la situazione perché si registrano ancora molte, molte difficoltà».

Venesia ha condotto tra il 15 e il 17 aprile un sondaggio tra un campione di medici: quelli che hanno risposto hanno riportato 791 segnalazioni di pazienti sospetti che non sono stati presi in carico dalle ASL. Rapportando il campione sulla popolazione, si ottiene una stima di oltre 10mila casi. Venesia spiega che la situazione non riguarda tutte le ASL: alcune, come Novara, Biella e Cuneo, se la stanno cavando meglio. I problemi più grossi riguardano invece la città di Torino.

Anche le USCA, cioè le squadre speciali di medici – molto spesso giovani – istituite a inizio marzo dal governo per le visite a domicilio dei casi sospetti e confermati di COVID-19, «sono partite tremendamente in ritardo» secondo Venesia. Ora in certe province funzionano bene, ma il personale è comunque insufficiente: al 25 aprile c’erano 83 medici nelle USCA sui quasi 200 che richiederebbe la popolazione piemontese. Anche in questo caso, l’area più sguarnita è quella di Torino.