Soldati iracheni controllano che sia rispettato il coprifuoco a Baghdad, il 7 aprile 2020 (La Presse/AP Photo/Hadi Mizban)
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  • mercoledì 15 Aprile 2020

L’Iraq rischia di collassare

La malgestita epidemia da coronavirus è arrivata in mezzo a una profonda crisi economica, a una grave instabilità politica e alle tensioni tra Stati Uniti e Iran

Soldati iracheni controllano che sia rispettato il coprifuoco a Baghdad, il 7 aprile 2020 (La Presse/AP Photo/Hadi Mizban)

In Iraq, secondo i dati confermati all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ci sono 1.378 casi accertati di infezione da coronavirus (SARS-CoV-2), ma si pensa che siano in realtà molti di più e la cosa è preoccupante. Gli ospedali del paese non sono in grado di gestire una grande crisi sanitaria, e molti cittadini non stanno rispettando in modo serio le restrizioni agli spostamenti introdotte dal governo.

La diffusione del coronavirus peraltro si aggiunge ad altri tre grossi problemi, legati tra loro, che l’Iraq ha in questo momento: lo stato è vicino al fallimento a causa del calo del prezzo del petrolio; il paese si trova in mezzo alle tensioni tra Iran e Stati Uniti; e il primo ministro nominato la settimana scorsa potrebbe non riuscire a ottenere il sostegno necessario per governare, come i due nominati prima di lui. Per questo, spiega un articolo dell’Economist, c’è chi teme che l’Iraq rischi di «collassare».

I problemi economici dell’Iraq
Negli ultimi mesi il prezzo del petrolio è sceso di molto, prima perché l’Arabia Saudita – per danneggiare Stati Uniti e Russia – ne aveva aumentato la produzione, poi perché a causa delle restrizioni sugli spostamenti per contenere l’epidemia di coronavirus si è ridotta moltissimo la domanda. Per l’Iraq è un grosso problema, perché più del 90 per cento delle risorse finanziarie dello stato dipende dal petrolio. Ora i membri dell’OPEC, la principale organizzazione di paesi produttori di petrolio, hanno raggiunto un accordo per diminuire la produzione di petrolio a maggio e giugno per provare ad arrestare il calo del prezzo, ma non è detto che per l’Iraq sia sufficiente: lo stato ha un grosso debito.

Già oggi lo stato iracheno non può permettersi di pagare gli stipendi ai suoi numerosi dipendenti e le pensioni ai pensionati, tra gli uni e gli altri 7 milioni di persone. Per questo il ministero della Salute ha chiesto donazioni provate per finanziare le cure per le persone affette da COVID-19.

Le cose da sapere sul coronavirus

Il settore pubblico è molto importante in Iraq perché quello privato ne è strettamente dipendente, dato che molte aziende private lavorano solo grazie alle commesse pubbliche. Le restrizioni per il coronavirus poi hanno ridotto gli scambi commerciali. Ma la situazione è resa ancor più complicata dalla crisi politica in corso per cui non c’è un governo in grado di prendere provvedimenti per risollevare l’economia: la legge di bilancio per il 2020, che non può essere approvata fino a che non ci sarà un nuovo governo, era stata scritta quando il prezzo del petrolio era molto più alto.

La crisi politica
L’attuale crisi politica dell’Iraq è cominciata lo scorso autunno, con le grandi e violente proteste contro le politiche dell’allora primo ministro Adel Abdul Mahdi, l’alto tasso di disoccupazione e la corruzione della classe politica del paese. A fine novembre le proteste avevano portato alle dimissioni di Mahdi: da allora Mahdi è rimasto in carica per occuparsi degli affari correnti, mentre si è cercato di formare un nuovo governo che possa organizzare le elezioni anticipate chieste dai manifestanti.

Il primo tentativo è stato fatto da Muhammad Allawi, nominato primo ministro incaricato all’inizio di febbraio, che non era riuscito a ottenere il sostegno dei partiti dei musulmani sciiti e delle milizie a essi legate, e che fino a poco tempo fa erano impegnate nella lotta all’ISIS. Il secondo tentativo è stato portato avanti da Adnan Zurfi, nominato primo ministro incaricato a metà marzo: Zurfi, che ha la cittadinanza americana ed era ben visto dagli Stati Uniti perché quando era a capo del governatorato di Najaf aveva avuto un approccio molto duro con le milizie sciite, ha fallito come Allawi nonostante avesse ottenuto il sostegno di alcune fazioni politiche sciite. Non piaceva a quelle più vicine all’Iran.

Il 9 aprile il presidente Barham Salih ha nominato un nuovo primo ministro incaricato: il capo dei servizi segreti Mustafa al Kadhimi. Anche per lui la sfida è riuscire a ottenere il sostegno dei partiti sciiti vicini all’Iran, che tra loro sono in disaccordo tra loro. Ora Kadhimi ha trenta giorni per sottoporre al Parlamento una propria scelta di ministri e chiedere la fiducia. Ha forse maggiori possibilità rispetto a Zurfi perché all’inizio di aprile, durante una visita in Iraq, il generale iraniano Esmail Qaani, capo delle forze Quds, il corpo speciale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane incaricato di compiere operazioni all’estero, ha invitato i partiti politici sciiti a mettersi d’accordo su un unico candidato.

Secondo gli esperti di politica mediorientale però, spiega il Wall Street Journal, l’interesse di molti dei gruppi politici iracheni sarebbe di mantenere come primo ministro Mahdi, troppo debole per contrastare i loro interessi.

L’Iraq sta in mezzo a Stati Uniti e Iran
L’instabilità dell’Iraq è aggravata dal fatto che il paese si trova al centro delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, aumentate da quando all’inizio di gennaio gli Stati Uniti uccisero il potentissimo generale iraniano Qassem Suleimani, il precedente capo delle forze Quds.

In questi mesi le truppe americane ancora presenti in Iraq hanno subìto attacchi missilistici che gli Stati Uniti attribuiscono alle milizie armate sostenute dall’Iran: l’11 marzo uno di questi attacchi ha ucciso due soldati americani e un medico britannico in una base militare. Gli Stati Uniti hanno risposto attaccando una milizia appoggiata dall’Iran, Kataib Hizbullah, e il 16 marzo c’è stato un altro attacco contro una base usata dall’esercito americano. Il presidente Donald Trump ha detto che l’Iran «pagherà un prezzo molto alto» se i suoi alleati continueranno ad attaccare.

A causa degli attacchi, le truppe americane sono state concentrate in alcune basi e ritirate da altre. All’inizio dell’anno c’erano 5.200 soldati americani in Iraq: per la maggior parte ci sono ancora, concentrati nelle basi delle zone a maggioranza curda e sunnita, dove le milizie sciite hanno meno potere. Gli Stati Uniti non sono soddisfatti di come il governo di Mahdi ha risposto agli attacchi ai propri soldati, ma quando hanno chiesto al governo di reagire contro l’Iran, molti funzionari iracheni hanno accusato gli Stati Uniti di intromettersi troppo nella politica dell’Iraq, violandone la sovranità.

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La diffusione del coronavirus intanto ha avuto conseguenze anche in ambito militare: i soldati europei e canadesi che erano presenti in Iraq facendo parte della coalizione contro l’ISIS se ne sono andati per via della crisi sanitaria. Per evitare i contagi poi l’addestramento delle truppe irachene da parte dell’esercito americano è stato sospeso.

Il coronavirus potrebbe anche favorire quello che resta dell’ISIS, che ha esortato i suoi membri ad approfittare della sempre maggiore confusione presente in Iraq. Secondo Michael Knights, un esperto di questioni militari irachene del Washington Institute, un centro studi americano sul Medio Oriente, l’ISIS è la forza armata più preparata alla diffusione di un’epidemia perché i suoi membri «si preparano per la fine del mondo».

L’Iraq potrebbe «collassare»?
Questi problemi possono dividere sempre di più l’Iraq, dato che a contrastarli non ci sono grandi forze unificatrici. Al contrario, ci sono altre forze divisive: i curdi, che avevano cercato di ottenere l’indipendenza in passato, potrebbero farlo di nuovo se il governo non darà loro i finanziamenti promessi; i leader sunniti stanno pensando di creare un proprio stato a loro volta, e infine, una volta finita l’emergenza legata al coronavirus, potrebbero ricominciare le proteste. «Politici ed esperti hanno idee diverse su come l’Iraq potrebbe collassare», dice l’Economist, «ma molti pensano che sia solo una questione di tempo».