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Fondi, in provincia di Latina, deserta (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Cosa sta succedendo nel Centro-Sud

I contagi stanno cominciando a crescere anche nelle regioni fin qui meno colpite, dove però c'è un contesto sanitario molto diverso

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Fondi, in provincia di Latina, deserta (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Da quando l’epidemia da coronavirus (SARS-CoV-2) è iniziata in Italia, le cronache si sono concentrate prevalentemente sulle zone più colpite, in particolare sulla Lombardia dove la situazione negli ospedali è in assoluto la più grave. Nelle ultime settimane però i contagiati registrati stanno crescendo anche nelle regioni del Centro e in quelle del Sud, tanto che il territorio di Fondi, in provincia di Latina, per qualche giorno è stato chiuso come era avvenuto con Codogno, dopo che i contagi erano cresciuti di diverse decine su una popolazione di 39mila abitanti. Per ora le regioni più colpite del Centro e del Sud sono innanzitutto la Toscana e le Marche, e poi il Lazio, la Campania, la Puglia, la Sicilia.

I numeri

I dati aggiornati a venerdì 27 marzo dicono che in Toscana e nelle Marche sono stati registrati rispettivamente 3.450 e 3.196 casi. Il dato più rilevante è quello della provincia di Pesaro e Urbino: 1.475 casi a fronte di una popolazione di poco più di 350mila abitanti. In nessuna altra provincia del Centro-Sud sono stati registrati altrettanti contagi a parte la provincia di Roma (dove ne sono stati registrati 1.703, ma a fronte di più di 4 milioni di abitanti).

Nel Lazio i casi registrati sono arrivati a 2.295. In previsione di una probabile emergenza, nella città di Roma sono in corso di allestimento nuove strutture per accogliere i pazienti affetti da COVID-19, la malattia causata dal coronavirus: per esempio una struttura del policlinico Gemelli – il presidio Columbus – che conta 49 posti letto di cui 21 di terapia intensiva, con altri posti ancora che verranno aggiunti.

Nelle altre regioni più grandi del meridione i casi hanno superato abbondantemente i 1.000: in Campania sono 1.454, in Puglia 1.334 e in Sicilia 1.250. Anche in Abruzzo, dove ci sono circa 1 milione e 300mila abitanti, venerdì i contagi hanno superato le mille unità (1.017).

Le Marche

Nelle Marche la situazione è cominciata a peggiorare a partire da metà marzo, con il progressivo aumento di casi che li ha portati vicino ai mille. Lunedì 23 marzo il presidente della regione Luca Ceriscioli ha annunciato di aver chiesto la consulenza di Guido Bertolaso, che già stava collaborando con Attilio Fontana in Lombardia. «Ho chiesto a Bertolaso la disponibilità a venire da noi per impostare il lavoro per la realizzazione di una struttura dedicata alla terapia intensiva», ha scritto su Facebook Ceriscioli. «In questo senso abbiamo già compiuto un miracolo, perché siamo già cresciuti di 85 posti letto dedicati, ma ne serviranno molti di più».

Mercoledì è stata decisa la sede della nuova struttura: verrà costruita nel Palaindoor di Ancona e dovrebbe avere 100 posti di terapia intensiva. Sempre mercoledì il presidente Ceriscioli ha annunciato l’arrivo di un team di medici di Emergency provenienti da Shanghai, che costruiranno un ospedale da campo con 10 posti di terapia intensiva.

La provincia di Pesaro-Urbino è una delle più colpite in assoluto tra le province centrali e meridionali, soprattutto in relazione alla popolazione. Michele Tempesta, primario di anestesia e rianimazione all’ospedale Marche Nord di Pesaro, ha raccontato giovedì al Resto del Carlino che i posti di terapia intensiva sono stati recentemente aumentati e che sono quasi tutti occupati, peraltro da pazienti relativamente giovani. Tempesta ha anche aggiunto che in quanto a ingressi nel pronto soccorso c’è qualche miglioramento – «uno spiraglio di speranza» – mentre per la terapia intensiva la situazione è ancora grave.

Il Lazio

Nel Lazio la provincia con più contagi è quella di Roma, ma la zona più a rischio è quella intorno al comune di Fondi, in provincia di Latina. Il 19 marzo scorso la regione ha emanato un’ordinanza con cui venivano imposte forti restrizioni nella città: divieto di entrata e uscita dal territorio del comune, sospensione del trasporto pubblico locale e divieto ai treni di fermarsi dentro la città. Poi l’ordinanza regionale è stata sostituita dal decreto nazionale del 22 marzo, e la regione ha specificato al comune di Fondi che le disposizioni valide sono quelle del decreto e non dell’ordinanza.

– Leggi anche: La differenza tra il numero di tamponi e il numero di persone testate

I contagi in città sono partiti, sembra, da una festa di Carnevale a cui hanno partecipato diversi anziani a fine febbraio. Il sindaco di Fondi Beniamino Maschietto ha raccontato che alla festa era presente un parente degli invitati che era stato di recente a Milano, e il contagio sarebbe partito da lui.

Il numero di casi totale è di oltre 50 su una popolazione di meno di 39mila abitanti: uno dei motivi per cui sui giornali nazionali si è estesamente parlato del caso di Fondi, però, è legato anche alla presenza dell’enorme mercato ortofrutticolo che c’è in città, il più grande centro di smistamento di prodotti agroalimentari italiano. Il centro è rimasto aperto ma con orari ridotti, ingressi limitati e permessi solo a chi indossa mascherina e guanti. Inoltre, ha detto il direttore del centro, ogni sabato verrà fatta «una attività di sanificazione e disinfezione del mercato».

I casi di contagio più recenti sono stati rilevati in diverse case di accoglienza per anziani, tra le province di Rieti, Roma e Frosinone, per un totale di più di 80 casi registrati in una fascia di popolazione particolarmente esposta alla COVID-19.

La Campania

In Campania ci sono attualmente 1.454 contagi registrati. Il numero è relativamente basso se paragonato alle Marche, dato che la Campania ha quattro milioni di abitanti in più, tuttavia la situazione è già seria. Il presidente della regione Vincenzo De Luca ha scritto una lettera aperta al governo, che inizia così: «I prossimi dieci giorni saranno da noi un inferno». Diversi ospedali nel napoletano hanno detto nei scorsi giorni di non avere più posti di terapia intensiva liberi. Si sta cercando di risolvere la situazione costruendo nuove strutture, ma per esempio l’ospedale di Boscotrecase, che si trova in provincia di Napoli ed è stato convertito recentemente per ospitare solo pazienti affetti da COVID-19, ha già i posti letto quasi esauriti e alcuni medici e infermieri dell’ospedale hanno denunciato la mancanza di attrezzature e strumenti adeguati per assistere i pazienti.

La situazione della Campania è ritenuta particolarmente rischiosa soprattutto a causa della sua alta concentrazione di abitanti (più del doppio rispetto a quella della provincia di Roma, per avere una misura), cosa che potrebbe contribuire a diffondere in fretta i contagi.

La Puglia e la Sicilia

In Puglia, dove fin qui i contagiati registrati sono arrivati a 1.334, sono in corso alcuni studi da parte della regione per capire se ci sia un legame tra le migliaia di persone che sono arrivate dal Nord all’inizio di marzo e l’aumento dei contagi. Pierluigi Lopalco, professore dell’Università di Pisa e responsabile del coordinamento dell’emergenza in Puglia, dice però che servono più di 14 giorni per capire gli effetti di chi è rientrato dalle regioni settentrionali. «Il problema della fuga dal nord ovviamente ha avuto il suo impatto», ha spiegato Lopalco al programma televisivo Agorà. «Abbiamo persone in ospedale, genitori di quei ragazzi che sono tornati a casa perché sono stati presi dal panico. Quantificheremo presto ma purtroppo l’entità di questa fuga non la possiamo vedere soltanto in 14 giorni».

Sempre Lopalco giovedì ha commentato con una certa dose di ottimismo l’andamento dei contagi, raccontando alla Gazzetta del Mezzogiorno che «avevamo stimato una ondata di duemila casi entro il 25 marzo, grazie a dio ne abbiamo registrati la metà. La risposta della Puglia è stata tarata su quella cifra, possiamo dunque dire che la regione si è mossa in maniera molto più ampia rispetto a quello che stiamo osservando».

In Sicilia i contagiati hanno superato i mille, arrivando a 1.250 attualmente positivi al coronavirus. Le province con più contagi registrati sono Catania (365) e Messina (227): alcuni sindaci delle province di Messina hanno chiesto al presidente di regione, Nello Musumeci, di attivare una sorta di “zona rossa” per chiudere la provincia. Nel frattempo Musumeci ha accusato lo Stato in diretta televisiva, giovedì, di non accogliere le sue richieste di attrezzature («Abbiamo chiesto 362 aspiratori elettrici e ce ne hanno consegnati zero. Cinquecentomila kit diagnostici, consegnati zero»).

A livello regionale i ricoverati per COVID-19 sono più di 400, e secondo Musumeci quelli in terapia intensiva sono 68, su un totale di 600 disponibili a livello regionale. A livello più locale, i giornali si sono occupati molto della situazione in una struttura sanitaria in provincia di Enna, l’Oasi Maria Santissima, dove sono ricoverate circa 160 persone con disabilità: 20 di queste sono risultate positive al test per il coronavirus e altri test sono in attesa di elaborazione. Oltre ai pazienti nella struttura lavorano circa 130 persone tra medici e infermieri.

Negli ultimi giorni si è anche parlato di tentati assalti ai supermercati, spese non pagate e gruppi Facebook per organizzare furti di prodotti alimentari. Al momento è molto difficile capire quanto sia esteso questo problema ma il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano ha riconosciuto che ci sono situazioni rese complicate dalla maggior povertà e ha detto che il governo sta valutando diversi interventi.

Il sistema sanitario nelle regioni meridionali

I numeri e l’emergenza nelle regioni centrali e meridionali non sono paragonabili a quelli del Nord, fortunatamente, ma vanno inseriti in un contesto sanitario complicato e molto diverso da quello delle regioni settentrionali. Il divario è sottolineato e raccontato costantemente da rapporti e articoli, dai quali emerge quasi sempre che le regioni con più problemi sono la Campania e la Calabria, che ha la gestione sanitaria posta sotto commissariamento da più di dieci anni.

Uno dei modi per misurare questo divario è attraverso la mobilità sanitaria regionale. Lo Stato garantisce attraverso le regioni l’assistenza sanitaria ai cittadini, che però hanno il diritto di richiedere le cure in una regione diversa da quella di residenza: in questo caso la regione scelta dal cittadino offre la prestazione che poi viene rimborsata dalla regione di residenza. Un rapporto della Fondazione GIMBE ha analizzato la mobilità sanitaria regionale del 2017: osservando i crediti e i debiti delle varie regioni si può misurare l’indice di attrazione di ogni regione. Quelle con il saldo attivo più alto sono la Lombardia e l’Emilia-Romagna, quelle con il saldo negativo più alto sono Calabria e Campania.

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(GIMBE)

In altre parole, regioni come la Calabria e la Campania spendono in rimborsi per prestazioni offerte a propri cittadini in altre regioni molto di più di quanto ricevono, e questa spesa è indirizzata soprattutto verso le regioni del Nord che hanno un divario più ampio tra rimborsi effettuati e ricevuti.

– Leggi anche: La spesa sanitaria italiana è stata tagliata?

Un altro modo per misurare la situazione nelle regioni meridionali è guardare ai cosiddetti “adempimenti LEA”, dove LEA sta per “livelli essenziali di assistenza” e indica l’insieme delle prestazioni sanitarie che le regioni dovrebbero garantire ai cittadini. Il ministero della Salute pubblica ogni anno la classifica in percentuale degli adempimenti delle regioni. L’ultima classifica disponibile vede alle prime posizioni Veneto ed Emilia-Romagna e alle ultime Calabria e Campania.

La fondazione GIMBE ha analizzato questi adempimenti su un periodo più lungo, di otto anni, e pubblicato i risultati preliminari dello studio: una delle conclusioni è che solo 11 regioni superano la soglia del 75 per cento di adempimento, e sono tutte regioni del Centro-Nord, con l’eccezione della Basilicata.

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(GIMBE)