Una cerimonia funebre per una persona morta per COVID-19 celebrato nel cimitero di Zogno, in provincia di Bergamo, il 21 marzo. (Claudio Furlan/LaPresse)
  • Italia
  • martedì 24 Marzo 2020

Cosa sono ormai i funerali a Bergamo

I morti per COVID-19 sono centinaia e centinaia, troppi per le imprese e i forni crematori locali: «Il lavoro di onoranza funebre oggi non è più onoranza»

Una cerimonia funebre per una persona morta per COVID-19 celebrato nel cimitero di Zogno, in provincia di Bergamo, il 21 marzo. (Claudio Furlan/LaPresse)

A Bergamo i corpi delle persone morte di COVID-19 non vengono più vestiti, dopo il decesso. Le norme sanitarie – emanate dall’ATS locale ormai diverse settimane fa – raccomandano alle imprese di onoranze funebri di chiudere le salme dentro a una “sacca di contenimento”, nudi o con il camice o i vestiti indossati nel momento della morte, per poi sigillare immediatamente la bara. In alternativa, per avvolgere i corpi, viene usato un lenzuolo imbevuto di disinfettante.

Nella provincia italiana più colpita dall’epidemia di coronavirus, dove a oggi sono stati registrati ufficialmente quasi 1.200 decessi di persone risultate positive al tampone e sono probabilmente di più, è diventato tristemente normale per i familiari dei morti non vederli più dal momento in cui sono portati via in ambulanza, vivi. Per centinaia di famiglie, a cui è vietato l’accesso ai reparti ospedalieri per gli ovvi rischi di contagio, la bara arriva alla sepoltura già chiusa, e l’ultimo saluto avviene sotto forma di una piccola cerimonia al cimitero, in presenza di poche persone.

A fare da tramite tra gli ospedali e le centinaia di famiglie che hanno sofferto un lutto per via dell’epidemia, in molti casi, ci sono solo le imprese di onoranze funebri, che a Bergamo da almeno due settimane stanno lavorando a ritmi estenuanti e in condizioni sanitarie precarie per garantire qualche pur minima forma di ritualità funeraria. «Non c’è niente che non sia triste, e noi siamo delle spugne in questa situazione», ha detto al Post Vanda Piccioli, che ha un’impresa di onoranze funebri ad Alzano Lombardo, piccolo comune qualche chilometro a nord di Bergamo, tra i più colpiti dall’epidemia.

Le bare di cinque persone morte per COVID-19 in una chiesa di Serina, in attesa di essere trasportate al cimitero. (Claudio Furlan/LaPresse)

L’impresa di Piccioli non ha il personale per accettare tutte le richieste che riceve, e deve rifiutarne diverse ogni giorno. La sua non è un’eccezione. Antonio Ricciardi è a capo di una società che raggruppa alcune decine di imprese di pompe funebri della provincia di Bergamo: se normalmente si occupano di poco più di 100 funerali al mese, soltanto nelle prime tre settimane di marzo ne hanno organizzati circa 900. I suoi dipendenti lavorano dalle 12 alle 13 ore al giorno, dice.

– Leggi anche: «Ci aspettavamo l’alta marea, è arrivato uno tsunami»

«Il lavoro di onoranza funebre oggi non è più onoranza», spiega Ricciardi. «Ormai si onorano le salme attraverso piccoli gesti, c’è chi chiede di recuperare un anello, chi chiede di fare una fotografia alla bara se possibile, per vedere il volto del caro defunto». Per chi sceglie la sepoltura nella terra o in un loculo, nel giro di pochi giorni si riesce a organizzare una breve cerimonia al cimitero, nella quale il prete legge un passo del Vangelo, lo commenta e poi dà la benedizione, in presenza di pochi familiari stretti.

Le bare in attesa di essere portate al cimitero a Zogno. (Claudio Furlan/LaPresse)

Per varie ragioni, in parte anche sanitarie, la maggior parte delle famiglie dei morti per COVID-19 sta scegliendo la cremazione. Ma l’unico forno di Bergamo, di proprietà privata e annesso al cimitero, non riesce a gestire l’enorme afflusso di salme, pur lavorando in questi giorni a ciclo continuo: ha una capacità di poco più di venti salme al giorno. È il motivo per cui il comune ha chiesto all’esercito di trasportare ai forni di altre città decine di bare, che erano state sistemate nell’attesa in alcune camere mortuarie comunali. Il primo viaggio della decina di camionette militari cariche di bare è stato fotografato in una delle immagini più rappresentative della crisi attraversata dal sistema sanitario lombardo.

I mezzi dell’esercito durante il trasporto delle bare dal cimitero di Bergamo ai forni crematori di altre città. (ANSA/FILIPPO VENEZIA)

«Non ci sono bare ammassate», tiene a specificare Giacomo Angeloni, assessore di Bergamo con delega ai servizi cimiteriali. L’attesa per la cremazione a Bergamo però arriva a due o tre settimane in questi giorni, e l’unica soluzione è stata posizionare le bare nei locali disponibili in attesa che siano portate in altri forni. L’impiego dell’esercito ha permesso di farlo gratuitamente, senza far gravare le spese di trasporto sulle famiglie. Finora sono state portate in altre città – principalmente in Piemonte ed Emilia-Romagna – circa 200 salme, in tre diverse spedizioni. Le prime, cremate, torneranno a Bergamo nei prossimi giorni, dove potranno essere tumulate. Se i decessi in città continueranno a questi ritmi, una cinquantina al giorno, ne saranno necessarie altre, dice Angeloni.

Un carro funebre entra al cimitero di Bergamo. (ANSA/MATTEO CORNER)

Come dicono da giorni le autorità politiche locali, compreso il sindaco Giorgio Gori, anche gli impresari di onoranze funebri sono convinti che le persone morte per COVID-19 nella provincia di Bergamo siano molte di più di quelle conteggiate ufficialmente. Tante persone anziane muoiono in casa di riposo o a casa senza che venga fatto loro il tampone, e il confronto dei morti nelle quattro settimane di epidemia con quelli degli anni passati suggerisce che le cifre reali dei decessi per coronavirus siano ben superiori ai circa 1.200 registrati ufficialmente.

Come i medici di famiglia e in parte anche quelli ospedalieri, anche il personale delle onoranze funebri non è dotato di sufficienti strumenti di protezione personale per svolgere il suo lavoro in relativa sicurezza, come mascherine e camici. Ricciardi spiega che non sono state fornite corsie preferenziali per l’acquisto, nonostante il personale entri negli ospedali, nelle case di riposo e nelle abitazioni private dei morti confermati e sospetti con COVID-19, esponendosi al contagio. E continuando nel frattempo a occuparsi anche delle persone morte per ragioni diverse dal coronavirus, avendo a che fare con i loro familiari, oltre che ovviamente con i propri conviventi.

– Leggi anche: Si muore “con” o “per” il coronavirus?

Un dipendente di Ricciardi è morto di COVID-19, due suoi soci sono attualmente ricoverati, e ci sono decine di ammalati. È successo anche a un collega di Piccioli: «Sicuramente si è ammalato facendo questo lavoro», dice. Quando sono diventate chiare le dimensioni dell’emergenza, la sua impresa ha riflettuto se fosse il caso di fermarsi: «Non lo abbiamo fatto per tutte le persone che contano su di noi. Se il nostro comparto si ferma, si crea un problema non indifferente». Diverse imprese hanno comunque dovuto chiudere: per quelle a gestione familiare, un ammalato in casa costringe alla quarantena domiciliare i conviventi, e non possono più lavorare. Angeloni è d’accordo con le proteste dei lavoratori delle onoranze funebri: «Sono un’altra prima linea, anche loro un punto della catena sanitaria».

– Leggi anche: I medici di famiglia sono in grandi difficoltà

Oltre alle mascherine e ai camici, le imprese di onoranze funebri hanno difficoltà a trovare beni ancora più urgenti. «Non è semplice reperire le bare. Nei giorni scorsi ne abbiamo ordinate un quantitativo, ma la ditta veneta non avrebbe potuto consegnarle. Quindi siamo andati con il furgoncino a prenderle. Delle sessanta richieste ce ne hanno date solo trenta. Siamo al collasso», ha detto un impresario all’Eco di Bergamo.

«Noi bergamaschi non ci lamentiamo mai e andiamo avanti, ma almeno quello che ci sta succedendo deve servire a preparare il resto d’Italia», dice Piccioli. È una cosa «surreale», dice, «che non riesco a spiegare». Avere a che fare con la morte per lavoro aiuta fino a un certo punto. «Ho visto morire tante persone che hanno fatto parte della mia infanzia, uno dietro l’altro: è difficile rimanere professionali».