(Jens Schlueter/Getty Images)
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  • sabato 15 Febbraio 2020

La complicata successione di Angela Merkel

Le dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer da leader della CDU hanno rafforzato la corrente di destra del partito: e questo potrebbe cambiare sia la Germania che l'Europa

(Jens Schlueter/Getty Images)

La Germania si è trovata questa settimana a dover gestire una nuova crisi politica, l’ennesima nel corso dell’ultimo anno, e in molti iniziano a domandarsi se la tradizionale stabilità del paese, considerato da anni il più affidabile e prevedibile d’Europa, non stia venendo meno. A meno di due anni dalle prossime elezioni federali, che si terranno entro la fine di ottobre del 2021, il futuro politico del paese è incerto come non appariva da anni.

L’ultima crisi è cominciata lunedì, quando, a sorpresa, la presidente del più grande partito tedesco, la 57enne Annegret Kramp-Karrenbauer leader della CDU, ha annunciato le sue dimissioni. AKK, come viene in genere abbreviato il suo nome sui giornali tedeschi, era l’erede designata della cancelliera Angela Merkel, accuratamente scelta per le sue idee moderate e centriste, simili a quelle dell’attuale cancelliera, e allevata politicamente nel corso degli ultimi anni con lo scopo di succederle. Le sue dimissioni – a poco più di un anno dall’inizio del suo mandato come leader della CDU – sono state quindi una sconfitta per la stessa Merkel e una grave colpo alla stabilità politica del paese.

All’interno della CDU è iniziata una nuova e difficile competizione per succedere a Merkel, che è al potere da 15 anni ed è ormai un simbolo della Germania del nuovo millennio: prospera, stabile e in una salda posizione di guida dell’Unione Europea. Sono conquiste che da tempo i tedeschi danno per acquisite, ma che oggi sembrano sempre più precarie di fronte alla crisi della CDU, al rallentamento economico e all’avanzata della destra radicale.

Quest’ultimo è uno dei punti che più preoccupano i tedeschi. Il partito estremista AFD oggi è dato dai sondaggi quasi al 15 per cento, alla pari con i socialdemocratici della SPD, un tempo potentissimi. Sempre più spesso, commentatori e opinionisti sostengono che nell’attuale Germania si respiri “un’aria da repubblica di Weimar”, la prima vera democrazia nata nel paese, spazzata via negli anni Trenta dalla violenza politica e dalla nascita del regime nazista. Anche se la Germania per il momento non è un paese violento, episodi come l’assassinio di Walter Lübcke, un importante esponente locale della CDU, ucciso la scorsa estate da un estremista di destra per le sue posizioni di apertura ai rifugiati, contribuiscono a rendere sempre più pesante il clima politico nel paese.

Le ragioni specifiche dell’ultima crisi hanno a che fare con le profonde divisioni che sono maturate negli ultimi anni all’interno della CDU. Poche settimane fa, la destra del partito è riuscita a organizzare una specie di colpo di mano nello stato della Turingia, dove votando insieme al partito di estrema destra AFD è riuscita a far eleggere ministro presidente dello stato il candidato dei liberali.

Il voto nel parlamento della Turingia è stato una sorpresa nell’ambiente politico tedesco, dove fino ad allora non era mai stato rotto l’accordo per cui le forze moderate avevano sempre evitato di allearsi con l’estrema destra (l’AFD della Turingia, inoltre, è tra le sezioni più radicali e legate al neonazismo e al negazionismo di tutta la Germania). Giornali, politici, intellettuali e opinionisti hanno tutti criticato la decisione della locale CDU e dei liberali. Quando il giorno dopo il voto la stessa Angela Merkel è intervenuta sulla questione definendo l’accordo «imperdonabile», il nuovo ministro presidente si è dimesso e in Turingia sono state indette nuove elezioni.

– Leggi anche: In Germania c’è un guaio con l’estrema destra

Ma nonostante alla fine abbia prevalso la posizione dei moderati della CDU, contrari a ogni tipo di alleanza con la destra, la leader AKK ha dimostrato di non avere il partito sotto controllo. L’accordo in Turingia con l’estrema destra è stato fatto contro la sua volontà e per bloccarlo è stato necessario l’intervento di Merkel. Era da tempo che in molti dubitavano delle capacità di AKK di tenere unito il partito e questo episodio è sembrato confermarlo al di là di ogni dubbio.

Le dimissioni di AKK, a meno di una settimana dal guaio in Turingia, sono state accompagnate da una nota polemica, con la nuova leader che ha rimproverato il suo fallimento alla divisione tra gli incarichi di leader di partito e cancelliera (per gran parte della sua carriera Merkel è stata entrambe le cose, prima di dimettersi, ma solo da leader della CDU, nel dicembre 2018).

Da questa vicenda la destra della CDU esce rafforzata, il che rende il partito più diviso e più debole. Nei mesi che ci separano dalla scelta del nuovo leader della CDU, che avverrà probabilmente in estate, Merkel cercherà di imporre nuovamente un suo candidato centrista, incline ad un’alleanza di centrosinistra, con l’SPD o con i Verdi (come avviene già in Austria). Secondo i giornalisti politici tedeschi, Merkel si era già preparata a una possibile sconfitta di AKK e per questo ha spinto per l’elezione del moderato Armin Laschet alla carica di presidente dello stato del Nordreno-Vestfalia, il più popoloso della Germania, una solida base con cui concorrere al prossimo congresso.

Laschet dovrà riuscire a battere i candidati della destra del partito, come ad esempio Friedrich Merz, storico rivale di Merkel e da lei sconfitto più volte. Merz ha lasciato la politica ed è divenuto un manager finanziario, ma dopo le dimissioni di Merkel ha abbandonato il fondo d’investimento Black Rock, di cui era divenuto un importante dirigente, ed è ritorno alla politica attiva. Merz è contrario ad allearsi di nuovo con il centrosinistra e preferirebbe riformare la vecchia alleanza con i liberali della FDP. Molti sospettano che con lui alla guida della CDU il “cordone sanitario” contro l’estrema destra avrebbe vita breve.

Sono questioni molto importanti anche per il futuro dell’Unione Europea, come ha notato tra gli altri un recente articolo del New York Times. I governi di centrosinistra guidati da Merkel sono stati fortemente europeisti e i suoi alleati del SPD hanno spesso spinto affinché la Germania adottasse un atteggiamento di maggior condivisione e apertura, in particolare nei confronti dei paesi più deboli dell’eurozona (anche se la cancelliera si è sempre opposta ai piani per una sua radicale riforma).

La destra della CDU e i liberali, invece, sono molto più scettici e accusano spesso il sistema europeo di essere uno strumento con cui i paesi periferici “estraggono” risorse dalla Germania. Anche l’AFD, nato subito dopo l’inizio della crisi come partito anti-euro e solo successivamente diventato una formazione apertamente di estrema destra, è scettico e critico nei confronti dell’Unione Europea. Dalla successione di Merkel quindi dipenderà con ogni probabilità anche il futuro ruolo della Germania nell’Unione.