Due hamburger di origine vegetale di Beyond Meat (Illustration by Drew Angerer/Getty Images)
  • Cultura
  • venerdì 29 novembre 2019

Gli allevatori contro la carne vegetale

Minacciati dal crescente successo di aziende come Beyond Meat e Impossible Foods, chiedono che non venga chiamata "carne"

Due hamburger di origine vegetale di Beyond Meat (Illustration by Drew Angerer/Getty Images)

La cosiddetta finta carne o “carne vegetale” – quella che ha un sapore molto simile alla carne tradizionale ma che è fatta senza uccidere animali – fino a pochi anni fa non esisteva, mentre ora sempre più persone la conoscono e la consumano. La carne vegetale è promossa da chi la produce come un’alternativa più etica ed ecologica alla carne, ma che non comporta rinunciare al gusto e alla consistenza della carne: sta avendo molto successo e ha grandi prospettive di crescita. La cosa piace molto a molte persone ma, come ha raccontato il Wall Street Journal, non è affatto gradita a chi, per ora soprattutto negli Stati Uniti, produce la carne-carne, e pensa che quella sia l’unica carne possibile.

Il successo della carne vegetale si può misurare in molti modi: dalla rilevanza sempre maggiore delle due principali aziende che se ne occupano – Impossible Foods e Beyond Meat, che quest’anno si è quotata in borsa – fino al fatto che molte catene di fast food, tra cui Burger King e McDonald’s, stanno scegliendo di venderla, con risultati descritti come molto soddisfacenti. Ma la carne vegetale si sta facendo conoscere anche altrove: secondo stime fatte da Nielsen, rappresenta già l’1 per cento del totale della carne venduta negli Stati Uniti. A cui vanno aggiunti i dati che dicono che negli ultimi 12 mesi le vendite di carne tradizionale sono scese dello 0,4 per cento, mentre quelle di carne vegetale sono salite dell’8 per cento; dopo che nell’anno precedente erano rispettivamente calate dello 0,8 per cento e salite del 21 per cento.

La carne vegetale sta andando forte perché, a differenza di precedenti alternative alla carne che con la carne non avevano proprio niente a che fare (per esempio gli hamburger di tofu), è fatta per assomigliare il più possibile alla carne, e quindi sanguinare, sfrigolare sulla piastra, e avere sapore e profumo molto simili a quelli della carne. Non è un prodotto per vegetariani, insomma, ma come possibile concorrente della carne per chi mangia la carne ma vuole mangiare qualcosa di più sano e che non devasti il pianeta. Come ha detto Pat Brown, fondatore e amministratore delegato di Impossible Foods: «L’obiettivo non è affermarci con un nuovo prodotto, ma di avere successo a scapito di un altro». L’altro è la carne tradizionale, che, sempre citando Impossible Foods, si basa su una «tecnologia preistorica e distruttiva», cioè l’allevamento e la macellazione.

Per questioni tecniche e di maggiore semplicità, per ora la carne vegetale – ma c’è ancora da vedere con quale nome si imporrà davvero – sta tentando soprattutto di riprodurre il sapore e la consistenza di hamburger e polpette di carne bovina. Motivo per cui a opporsi soprattutto alla carne vegetale – e al fatto che venga chiamata carne – sono gli allevatori di bovini. In effetti, come ha raccontato il Wall Street Journal, l’industria della carne animale sta provando in molti modi a opporsi alla carne vegetale: con la pubblicità, con la tecnologia, con la scienza e con la politica, quasi sempre girando intorno a una sola importante questione che riguarda cosa si può chiamare carne e cosa no. Una questione che per certi versi ricorda quella che riguarda alternative vegetali al latte di mucca, come quelle a base di avena, soia o riso.

A chiedere che la carne non venga chiamata carne, e non possa essere venduta sugli stessi scaffali della carne tradizionale, sono associazioni di categoria e gruppi di pressione come la U.S. Cattlemen’s Association e la National Cattlemen’s Beef Association, che riuniscono diversi allevatori americani.

Per quanto riguarda la politica, il Wall Street Journal ha scritto che al momento 12 stati degli Stati Uniti hanno approvato leggi per regolamentare cosa si possa definire “carne”, che leggi simili sono in discussione in altri 15 stati e che da ottobre c’è anche una legge federale. Ma è ancora tutto molto vago e in divenire, anche per via delle tante cause legali in corso in diversi stati, soprattutto nel Midwest degli Stati Uniti, dove c’è la maggior parte degli allevatori.

È una questione spinosa, complicata tra l’altro dal fatto che negli Stati Uniti – per ora il principale mercato della carne vegetale – non è ancora ben chiaro quale ente federale se ne debba occupare. La FDA, l’agenzia che si occupa della sicurezza di cibi e farmaci, è responsabile per tutto ciò che si può mangiare e ha origine vegetale. L’USDA, il Dipartimento dell’agricoltura statunitense, si occupa invece di tutto ciò che si può mangiare e che arriva da (o è) un animale. Con l’ulteriore complicazione data dal fatto che, come scrive il Wall Street Journal, l’USDA «ha sia il ruolo regolatore che quello di promotore della carne statunitense».

La FDA tende a permettere che la carne alternativa possa farsi chiamare carne, a patto che specifici di essere “vegana” o “di origine vegetale”. A chi fa carne vegetale sta bene così, perché evidentemente non vogliono fare finta di essere carne di origine animale, ma puntare sul fatto di essere qualcosa di diverso e nuovo. Al contrario, i consorzi di allevatori chiedono all’USDA di agire per difendere i loro interessi e, dal loro punto di vista, anche quelli dei consumatori, che potrebbero non capire cosa stanno acquistando. Il Wall Street Journal parla anche di diverse attività di lobbying: sia da parte degli allevatori che da parte dei produttori di carne vegetale, che hanno da poco formato la Plant Based Foods Association.

I produttori di carne tradizionale si stanno però muovendo anche fuori dai tribunali e dai palazzi della politica, per esempio investendo in pubblicità che puntano a promuovere l’autenticità della carne animale, tra le altre cose rilanciando una campagna promozionale degli anni Novanta, basata sullo slogan “Beef. It’s What’s For Dinner“.

Gli allevatori di carne hanno sviluppato persino un assistente digitale, consultabile anche tramite i dispositivi vocali di Google e Amazon, che si chiama Chuck Knows Beef (“Chuck, esperto di carne”) e che risponde a varie domande sulla carne. Se gli si chiede quale sia la migliore alternativa alla carne, la sua risposta è: «Ancora più carne». Alisa Harrison, responsabile delle attività di marketing National Cattlemen’s Beef Association, ha detto che negli ultimi tre anni l’associazione ha investito circa un milione e mezzo di dollari in iniziative tecnologiche di questo tipo.

Per difendersi dal crescente successo della carne vegetale, chi si guadagna da vivere grazie alla carne animale sta provando a puntare anche sulla scienza. Il Wall Street Journal parla infatti di iniziative e ricerche – quasi sempre promosse dagli allevatori e commissionate a enti a loro vicini – volte a screditare la tesi per cui la carne vegetale sia più sana per chi la consuma e meno dannosa per l’ambiente. Il Center for Consumer Freedom, per esempio, ha comprato pubblicità su importanti giornali per promuovere slogan come “carne finta, vere sostanze chimiche” e sul suo sito ha proposto un quiz che mette in relazione gli hamburger vegani e il cibo per cani.

Chi produce e vende carne vegetale sta rispondendo a sua volta: spiegando che anche la carne animale è processata, lavorata e parte di una lunga filiera che può contenere sostanze chimiche. Per il resto, la carne vegetale viene promossa molto puntando sul suo essere ecologica (ha in effetti un impatto ambientale decisamente minore rispetto alla carne tradizionale) e molto meno sul suo essere particolarmente diversa dal punto di vista nutrizionale (per avere un certo sapore, non può essere particolarmente leggera).

Oltre questa grande diatriba ci sono poi i supermercati e i ristoratori – che, scrive il Wall Street Journal, «vogliono solo vendere più prodotti e la carne di origine vegetale è un prodotto che sta andando bene e piace sempre più» – e poi i consumatori, che quantomeno sono incuriositi dalla novità. Insomma, se ne parlerà molto e nasceranno altre complicazioni quando arriverà anche la carne vera prodotta in laboratorio partendo da cellule animali (e quindi non vegetale ma nemmeno ottenuta uccidendo un animale) e quando le grandi aziende che producono o vendono carne decideranno di investire sulla carne vegetale (cosa che in parte sta già succedendo).

Intanto, sempre sul Wall Street Journal Jan Dutkiewicz, che si occupa di politiche della produzione alimentare, ha scritto un editoriale dal titolo “Il significato moderno della carne”. Inizia scrivendo che «la disputa in corso può sembrare poco importante, ma non è solo una questione terminologica, perché riguarda l’adattamento ai cambiamenti del Ventunesimo secolo» e ha aggiunto che «chi compra carne vuole un sapore e un’esperienza, non necessariamente un animale morto». Dutkiewicz cita poi Bruce Friedrich, che rappresenta una no profit che promuove la carne vegetale, e che ha detto all’Economist: «Il tentativo di far chiamare carne qualcosa che arriva solo da un animale macellato è assurdo tanto quanto lo è voler dire che gli smartphone che usiamo oggi non sono telefoni perché non sono attaccati a un cavo che esce dal muro».

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