(Amir Levy/Getty Images)
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  • giovedì 21 novembre 2019

In Israele si va verso la terza elezione in un anno

Il leader centrista Benny Gantz non è riuscito a trovare il sostegno necessario per formare un governo, e un nuovo voto sembra inevitabile

(Amir Levy/Getty Images)

Mercoledì sera il leader politico israeliano Benny Gantz, capo del partito centrista Blu e Bianco, ha rimesso il mandato per formare un governo che gli era stato consegnato un mese fa dal presidente Reuven Rivlin. Secondo la legge israeliana a partire da oggi inizia un periodo di 21 giorni in cui altri parlamentari possono farsi avanti e chiedere un mandato al presidente, ma ci sono scarsissime possibilità che un tentativo del genere possa avere successo. Una volta esauriti i 21 giorni, a Rivlin non rimarrà altro che indire nuove elezioni politiche: le terze nel giro di un anno dopo quelle di aprile e di settembre.

Prima di darlo a Gantz, Rivlin aveva provato a dare un mandato al primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, senza successo. Per formare una maggioranza parlamentare che consenta di votare la fiducia al nuovo governo sono necessari 61 voti favorevoli sui 120 disponibili alla Knesset, il parlamento israeliano. Netanyahu e la sua coalizione di destra formata da partiti nazionalisti e religiosi si erano fermati a 55 voti, mentre Gantz non è riuscito a mettere d’accordo i variegati partiti che si oppongono alla destra.

In entrambe le situazioni è risultata decisiva la presa di posizione di Yisrael Beiteinu, il partito di destra nazionalista ma laico guidato da Avigdor Lieberman, che si è rifiutato di appoggiare un governo Netanyahu per via della presenza dei partiti della destra religiosa vicini alle comunità ultra-ortodosse e per ragioni simmetriche non ha voluto votare per un ipotetico governo Gantz supportato dai partiti che rappresentano gli arabi-israeliani. A un certo punto Netanyahu e Gantz avevano anche provato a negoziare un governo di coalizione, ma le loro posizioni su certi temi erano troppo distanti (sembra inoltre che Netanyahu avesse chiesto una specie di immunità dai vari processi per corruzione che dovrebbero iniziare nei prossimi mesi).

L’impressione di alcuni osservatori è che da mesi Lieberman – che un anno fa mollò il governo Netanyahu accusandolo di essere troppo vicino alla destra ultra-ortodossa – stia giocando una partita personale per cercare di proporsi come un’alternativa a Netanyahu nel breve-medio termine, cercando di guadagnare i consensi dell’elettorato di destra e di centro stufo di Netanyahu. «La vera ragione dietro tutte le decisioni prese da Lieberman negli ultimi 12 mesi è che ha deciso di chiudere l’era di Netanyahu», ha scritto l’analista politico Anshel Pfeffer su Haaretz. Al momento però la sua strategia ha funzionato a metà: Lieberman «è riuscito a impedire a Netanyahu di formare un governo ma non lo ha ancora rimosso dal suo incarico». La sinistra israeliana, dal canto suo, da anni non produce leader credibili e nelle settimane successive alle elezioni è rimasta ai margini del dibattito.

Difficilmente le cose cambieranno nel breve periodo. Gli ultimi sondaggi assegnano ai vari partiti più o meno le stesse percentuali ottenute due mesi fa, e il New York Times ha fatto notare che «difficilmente un terzo voto potrebbe portare a un risultato differente». Secondo gli analisti le cose potrebbero cambiare soltanto se Netanyahu decidesse di non candidarsi alle prossime elezioni, ma al momento l’ipotesi sembra molto remota: il suo partito, il Likud, continua a sostenerlo con convinzione, mentre dal lato giudiziario nessuna legge israeliana impedisce a Netanyahu di candidarsi o di ottenere l’incarico di primo ministro se giudicato colpevole nel corso di un processo. Secondo l’interpretazione più in voga, il primo ministro va rimosso soltanto se condannato in via definitiva: e ci vorranno verosimilmente molti anni prima che i processi contro Netanyahu arrivino fino in fondo.

Netanyahu, fra l’altro, sembra già pronto a nuove elezioni. Nei giorni scorsi ha descritto l’appoggio dei partiti arabo-israeliani a un eventuale governo Gantz come «pericoloso per il paese», alimentando la retorica nazionalista anti-arabi che di solito riserva alle ultime settimane di campagna elettorale.

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