(Billy H.C. Kwok/Getty Images)
  • Moda
  • lunedì 4 novembre 2019

La Cina ha vietato le esportazioni di vestiti neri a Hong Kong

Perché è il colore delle proteste: il New York Times spiega perché è una scelta inutile e anche un po' ridicola

(Billy H.C. Kwok/Getty Images)

Il quotidiano cinese South China Morning Post ha raccolto prove e testimonianze che la Cina sta cercando di impedire l’esportazione di vestiti neri a Hong Kong da luglio, da quando il nero è diventato il colore simbolo delle proteste anti-governative iniziate a giugno. Chi protesta lo fa spesso indossando una divisa non ufficiale ma condivisa: maglietta, jeans, scarpe da ginnastica nere e maschera per coprirsi il viso, almeno fino a quando, a ottobre, il governo di Hong Kong ha vietato i raduni pubblici con il volto coperto.

Già l’11 luglio, secondo una notifica di PHXBUY, una società di spedizioni della regione costiera cinese di Guangdong, non si potevano spedire a Hong Kong elmetti e ombrelli gialli (inizialmente portati dai manifestanti), bandiere, carta per manifesti, guanti, maschere, magliette nere, aste di metallo e bastoni fluorescenti. Il 26 settembre anche la società Express, sempre del Guangdong, aveva diffuso una lista ancora più lunga di prodotti vietati, tra cui polvere, gas, elmetti, ombrelli, cinturini da polso, giubbotti di sicurezza, occhiali da sole, walkie-talkie, amplificatori, altoparlanti, droni, magliette e altri vestiti neri, forbici da giardino, catene di metallo, torce, binocoli. Il South China Morning Post ha contattato il grosso corriere SF Express, che ha confermato che l’unico colore proibito è il nero e che «tutte le cose spedite a Hong Kong saranno attentamente ispezionate. Quindi ci vorranno circa due giorni in più del solito per recapitarle». Anche lo spedizioniere di Hong Kong 4PX ha confermato ai clienti un divieto simile, spiegando che proviene dal corriere postale controllato dal governo cinese.

Il divieto viene applicato indiscriminatamente a tutti i vestiti neri e questo, scrive la critica di moda del New York Times Vanessa Friedman, «mostra da un lato l’intelligenza di usare un colore quotidiano e facilmente accessibile come simbolo di opposizione, dall’altro mostra quanto sarà difficile combatterlo». Friedman racconta come il divieto abbia poche conseguenze sui manifestanti, che hanno abbastanza riserve di vestiti neri a casa e che possono ancora comprarli nei negozi di Hong Kong, ma sta avendo molte conseguenze su alcune aziende di abbigliamento. Tra queste c’è per esempio CHSN1 (“chosen one”), un marchio di abbigliamento streetwear e sportivo di Hong Kong che vende quasi solo vestiti neri prodotti nelle fabbriche della cinese Guangzhou; il fondatore Brian Au ha detto che «tutti i nostri spedizionieri si sono rifiutati di consegnare qualsiasi cosa nera o prevalentemente nera. Non posso ricevere nemmeno i campioni. Capisco la situazione ma è una cosa fuori controllo».

Il nero ha una lunga storia come colore simbolico e di protesta. In Occidente è comunemente usato come simbolo di lutto, e già nell’Ottocento la Regina Vittoria d’Inghilterra lo indossò per tutta la vita dopo la morte del marito per indicare la sua vedovanza; le Pantere Nere, il movimento di protesta per i diritti degli afroamericani, si vestivano con giacche, pantaloni e scarpe di pelle e anche la divisa dei black bloc, il movimento anarchico e di protesta violenta, è interamente nera. Ai Golden Globe del 2018 (i premi americani per il cinema e le serie tv) molte attrici e molti attori si vestirono di nero mettendo da parte i tradizionali abiti da sera per mostrare sostegno a Time’s Up, l’associazione fondata da più di 300 donne del mondo dello spettacolo per combattere le molestie sessuali e i comportamenti inappropriati a Hollywood. A Hong Kong il nero è usato da tempo come simbolo di opposizione al potere cinese centrale: lo portavano già nel 2012 i manifestanti contrari alla riforma scolastica, poi abbandonata, del governo cinese e poi ancora nelle marce pro-democrazia del 2017.

Non sarà certo il divieto di vestirsi di nero a fermare le proteste, ovviamente: «non è il colore a definire la natura delle proteste. È il fatto che un gruppo di persone, unite dalla stessa causa, venga unito anche da un colore condiviso; è l’emergere di una identità comune, l’espressione visiva di una forza voluminosa», scrive sempre Friedman. In altre proteste recenti per esempio non è stato scelto il nero: è il caso dei gilet gialli in Francia, il viola e il rosa dei cappelli delle marce delle donne a Washington DC, dei mantelli rossi delle proteste femministe ispirati alla serie tv e al libro Il racconto dell’ancella e, ancora prima, del bianco delle prime suffragette. «Tutti usano lo stesso colore per rendere inequivocabile la loro posizione e il loro numero, per rendere immediatamente un’idea attraverso un impatto visivo, per trasformare i loro sé individuali in un monolite». Se anche venisse approvato un divieto a vestirsi di nero, avrebbe forse conseguenze su molti guardaroba per quanto riguarda le uniformi delle proteste, si limiterebbe semplicemente a cambiarle, conclude Friedman.

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