Il presidente cileno Sebastián Piñera circondato dai militari durante la firma del provvedimento che ha prolungato lo stato di emergenza (Ufficio della presidenza cilena)
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  • venerdì 1 novembre 2019

Se n’erano andati, stanno tornando?

I militari di diversi paesi latinoamericani sono sempre più presenti a fianco dei governi civili: non è un ritorno delle dittature, ma un sintomo di qualcosa che non funziona

Il presidente cileno Sebastián Piñera circondato dai militari durante la firma del provvedimento che ha prolungato lo stato di emergenza (Ufficio della presidenza cilena)

Nelle ultime settimane in diversi paesi latinoamericani – Cile, Ecuador, Bolivia e Perù – ci sono state enormi proteste, per diverse ragioni: in Cile si è protestato per lo più contro le disuguaglianze, in Ecuador contro la revoca dei sussidi per il carburante, in Perù a causa di una crisi politica legata allo scandalo Odebrecht, in Bolivia contro il risultato delle elezioni vinte dal presidente uscente Evo Morales, ma giudicate poco trasparenti. Tutte queste crisi hanno avuto un elemento in comune: la presenza visibile e ingombrante dei militari accanto ai capi di stato in difficoltà, un’immagine che ha fatto ricordare a molti i tempi delle giunte militari al governo.

Nonostante la presenza di soldati a fianco dei governanti e per le strade di molte città latinoamericane, la maggior parte degli esperti non ritiene che ci sia un rischio di ritorno delle dittature militari, che segnarono la storia di molti paesi del Sudamerica durante gli anni della Guerra fredda: tra le altre, quelle di Augusto Pinochet in Cile e di Hugo Banzer Suárez in Bolivia. L’impressione però è che gli eventi recenti stiano mostrando come i militari abbiano mantenuto enorme influenza culturale, autonomia e potere anche dopo la fine delle dittature, e che ancora oggi siano un punto di riferimento importante per le istituzioni civili deboli e in difficoltà, ha scritto il giornalista Max Fisher sul New York Times.

Nelle ultime settimane le occasioni per osservare la sempre maggiore presenza dei militari nella vita civile e politica dei paesi latinoamericani in difficoltà sono state diverse.

A inizio ottobre, quando fu annunciato lo “stato di eccezione”, il presidente ecuadoriano Lenín Moreno si fece fotografare e riprendere diverse volte a fianco dei militari. Pochi giorni dopo fu il turno del presidente cileno Sebastìan Piñera, che firmò il decreto per estendere lo stato di emergenza seduto a una scrivania con dietro più di una decina di soldati.

In Perù il presidente Martín Vizcarra si è presentato di fronte alle telecamere insieme ai militari dicendo che non avrebbe ceduto alle pressioni dell’opposizione che gli chiedevano di lasciare il suo incarico. E in Bolivia, il presidente Evo Morales si è rivolto direttamente agli ufficiali militari chiedendo loro di «garantire il territorio nazionale» e mantenere l’unità politica del paese.

Secondo Fisher, giornalista del New York Times, per anni è rimasto in vigore una sorta di patto tra leader civili e militari latinoamericani: i militari non sarebbero più stati i protagonisti della vita politica nei rispettivi paesi, ma sarebbe stata garantita loro parziale autonomia e diversi vantaggi economici. Rut Diamint, scienziata politica dell’Università Torcuato Di Tella (Argentina), ha usato l’espressione “nuovo militarismo” per indicare il fatto che i generali, invece che opporsi ai governanti democratici, «siano tornati al centro della sfera politica come alleati di – e spesso sostituti di – governanti eletti». I leader civili hanno affidato ai militari competenze non loro, come per esempio sviluppare grandi e piccoli progetti infrastrutturali, amministrare i servizi sociali e occuparsi di determinate politiche.

Il ruolo dei militari non si è ridotto anche per la debolezza delle istituzioni democratiche, che hanno faticato a consolidarsi in società molto polarizzate, molto corrotte e con alti livelli di conflitto sociale.

Il grande sviluppo della democrazia nella regione, avvenuto per lo più durante gli anni Novanta e Duemila, non ha raggiunto il livello che molti speravano e il risultato è stato in parte il ritorno dei militari. Questo fenomeno si è consolidato in paesi con governi sia di destra che di sinistra. I presidenti di sinistra di Venezuela, Bolivia e Nicaragua si sono descritti come leader di una avanguardia rivoluzionaria civile e militare che deve difendersi da nemici interni ed esterni; i presidenti di destra di Colombia, Guatemala e Brasile hanno risposto invece all’aumento della criminalità celebrando i militari come baluardi della rettitudine e della sicurezza.

Quando le istituzioni civili si sono mostrate deboli, i presidenti al governo si sono appoggiati agli eserciti per rafforzare la propria legittimità, un meccanismo diventato particolarmente evidente nelle ultime settimane di proteste antigovernative.

Di recente è successo anche che diversi leader si siano presentati in pubblico a fianco di importanti generali per scoraggiare i propri avversari politici e i manifestanti dal tentare di far cadere regimi e governi. Secondo alcuni analisti, tra cui Aníbal Pérez-Liñán dell’Università di Notre Dame (Indiana), questa sarebbe una dinamica nuova: «Il presidente sta dicendo, “I militari non mi hanno abbandonato, quindi andrò avanti. Potete bruciare quanto volete le strade, potete sfiduciarmi quanto volete, ma io rimango qui”». È una pratica che non deve essere scambiata per una minaccia diretta a usare la forza, che è un’altra cosa e che per ora non si è concretizzata estesamente e a livello nazionale da nessuna parte.

Il rischio del sempre maggiore coinvolgimento dei militari nella vita politica di molti paesi latinoamericani però esiste: è quello di “normalizzare” la presenza dell’esercito, e di indebolire le istituzioni democratiche che molti stati hanno cercato di sviluppare e consolidare durante gli ultimi decenni.

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