Il palazzo della procura a Copenhagen, 25 aprile 2018 (Mads Claus Rasmussen/Ritzau Scanpix via AP)
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  • mercoledì 21 agosto 2019

In Danimarca c’è un problema con l’uso dei dati dei cellulari nei processi

A causa di possibili errori con la geolocalizzazione dovranno essere riviste le sentenze di oltre 10mila processi

Il palazzo della procura a Copenhagen, 25 aprile 2018 (Mads Claus Rasmussen/Ritzau Scanpix via AP)

In Danimarca, più di 10 mila sentenze giudiziarie saranno riviste a causa di possibili errori nei dati sulla geolocalizzazione tramite reti cellulari usati come prove nei processi o come base per l’arresto di sospettati. Lunedì scorso, il procuratore capo del paese ha anche ordinato la sospensione temporanea dell’uso dei dati provenienti dai cellulari da parte dei pubblici ministeri nei casi penali: la sospensione durerà due mesi, fino a quando cioè non verranno concluse le indagini sulle anomalie del sistema e sulle conseguenze che ha avuto.

Il primo errore è stato rilevato in un sistema che converte i dati grezzi delle compagnie telefoniche in coordinate che la polizia e i pubblici ministeri possono utilizzare per collocare una persona sulla scena di un crimine. Si è scoperto che durante le conversioni il sistema ometteva alcuni dati, creando un’informazione poco precisa sulla posizione di un cellulare. Il secondo problema è che alcuni dati di localizzazione hanno collegato i telefoni ai ripetitori sbagliati, coinvolgendo in indagini e processi persone che potenzialmente non avevano niente a che fare con quelle storie. Tutto questo deriverebbe in parte dai sistemi utilizzati dalla polizia e in parte dai sistemi delle compagnie telefoniche, sebbene un rappresentante del settore delle telecomunicazioni, spiega il New York Times, abbia affermato di non riuscire a capire come le compagnie telefoniche avrebbero potuto fare degli errori.

Il procuratore capo Jan Reckendorff ha parlato di un problema «molto, molto serio» spiegando che la falla riguarda 10.700 casi giudiziari risalenti al 2012, anche se non è ancora chiaro se i dati errati siano stati un fattore decisivo in tutti quei verdetti. Non sono infatti disponibili delle statistiche sul numero delle decisioni raggiunte da un tribunale sulla base dei dati relativi alla geolocalizzazione: vengono comunque utilizzati molto spesso in combinazione con altre prove e che possono aiutare nel raggiungimento di un verdetto, sia di innocenza che di colpevolezza. Il ministro della Giustizia danese ha istituito un gruppo di lavoro per occuparsi della questione e monitorare le revisioni dei casi. Un portavoce della procura ha anche fatto sapere che la Danimarca stava informando le autorità europee delle falle, ma che per ora non era a conoscenza di eventuali implicazioni in processi o indagini in altri paesi.

Karoline Normann, che dirige la sezione di diritto penale dell’Ordine degli avvocati danesi, ha affermato che quel tipo di dati non era mai stato messo in dubbio. Ora, ha spiegato, gli avvocati dovranno invece essere consapevoli del fatto che le prove che possono apparire come obiettive potrebbero risultare non rilevanti. Intervenendo sul caso, Jakob Willer, direttore dell’associazione danese degli industriali del settore delle telecomunicazioni, ha detto che l’uso dei dati nelle cause giudiziarie andava spesso oltre gli scopi originari per cui quei dati venivano raccolti: «Non siamo nati per realizzare sistemi di sorveglianza, ma reti telefoniche».

L’obiettivo delle indagini della procura e delle revisioni delle sentenze sarà comunque quello di ristabilire l’affidabilità di tali dati in tribunale. Normann ha concluso che «I dati relativi al telefono cellulare sono stati, nel bene o nel male, una parte significativa dei casi penali poiché hanno anche contribuito a documentare che le persone non si trovavano su una scena del crimine. Tutti hanno tratto vantaggio dall’elevato valore di questo tipo di prove ed è nell’interesse di tutti che ritornino».

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