(NASA)
  • domenica 14 Luglio 2019

Quello che non è sceso sulla Luna

Mentre Armstrong e Aldrin passeggiavano sulla Luna, Collins li aspettava in orbita ed era solo come nessuno «dai tempi di Adamo»

di Gabriele Cruciata
(NASA)

A partire dalle 19:44 italiane del 20 luglio 1969, per circa 24 ore, un uomo viaggiò completamente solo in orbita intorno alla Luna. Era Michael Collins, il terzo membro della missione Apollo 11 della NASA che portò per la prima volta degli esseri umani sul suolo lunare. Collins orbitò a decine di chilometri di distanza dalla Luna in attesa che i suoi compagni Neil Armstrong e Buzz Aldrin, impegnati nelle manovre di allunaggio e di esplorazione, si ricongiungessero con l’Apollo 11. Nonostante l’importanza strategica del suo ruolo a bordo, che lui stesso ha descritto come un “biglietto di ritorno” per i propri compagni, è finito col diventare il meno ricordato dei membri di uno degli equipaggi più famosi della storia statunitense e mondiale, tanto da essere stato definito dal Guardian “l’astronauta dimenticato”: quello che fece parte della spedizione spaziale più famosa di sempre ma non lasciò mai la navicella spaziale.

Collins era nato nello stesso anno di Armstrong e Aldrin, il 1930, ma a Roma, dove suo padre, militare, era di base in ambasciata. Nella sua autobiografia ha raccontato di avere scelto di entrare in aeronautica sia per le prospettive di sviluppo che il settore presentava all’epoca sia per evitare accuse di favoritismi nell’esercito, dove suo padre, suo zio e suo fratello maggiore avevano già incarichi di prestigio. Durante l’esperienza nella missione Apollo 8, che portò per la prima volta gli uomini a orbitare intorno alla Luna e a cui aveva partecipato a dicembre 1968, Collins iniziò a disprezzare l’addestramento da astronauta, che a causa dei ritmi intensi stravolgeva le sue abitudini quotidiane e la vita familiare. Per questo motivo, prima di partire con l’Apollo 11 disse che se la missione fosse stata completata con pieno successo non sarebbe mai più ripartito per lo Spazio. Di recente Collins ha detto a Time che il motivo per cui non decise di abbandonare la preparazione prima di Apollo 11 fu la volontà di aiutare a raggiungere l’obiettivo annunciato dal presidente Kennedy di atterrare sulla Luna entro il 1970.

La preparazione che Collins dovette affrontare fu peraltro diversa da quella di Armstrong e Aldrin, che spesso non erano presenti alle sessioni di allenamento del loro compagno. Oltre ai simulatori di volo, Collins dovette superare esercizi specifici con tute pressurizzate e centrifughe per simulare l’orbita lunare. In quanto responsabile delle manovre di ricongiungimento delle due capsule che avrebbero consentito a lui di orbitare e ai suoi due compagni di raggiungere la Luna, Collins dovette scrivere un manuale di procedure lungo più di cento pagine per imparare a memoria diciotto possibili scenari, compresi quelli peggiori come un mancato ricongiungimento. Come ha raccontato al Guardian, Collins disse che prima della partenza l’idea di potersi trovare costretto a tornare sulla Terra da solo – come un “uomo segnato a vita” – lo terrorizzava.

Il 16 luglio del 1969 Armstrong, Aldrin e Collins partirono nella stessa navicella, e viaggiarono l’uno accanto all’altro fino alla sera del 20 luglio, quando la navicella si divise in due parti: Eagle e Columbia. La prima era il cosiddetto modulo lunare, che sarebbe servito a portare Armstrong e Aldrin sul suolo lunare. La seconda invece conteneva solamente Collins, il cui primo compito fu assicurarsi che – attraverso la strumentazione di bordo – il sistema di atterraggio della Eagle funzionasse correttamente. Il suo ruolo fu fondamentale poiché nel caso di un malfunzionamento non segnalato le operazioni di allunaggio avrebbero messo a rischio la vita dei suoi compagni. Per facilitare le successive operazioni di ricongiungimento, Collins dovette inoltre identificare la posizione precisa del modulo lunare, che era stato fatto atterrare da Armstrong in un luogo diverso da quello prestabilito, rivelatosi eccessivamente roccioso. L’identificazione non fu semplice, poiché le indicazioni ricevute dal centro di controllo della NASA erano troppo vaghe e indirette a causa dell’impossibilità di far comunicare direttamente gli astronauti tra loro. Per due orbite Collins non riuscì a vedere il modulo lunare.

Collins passò in totale circa 24 ore da solo, girando in orbita e diventando così il primo uomo nella storia ad aver sorvolato il lato nascosto della Luna in solitaria. Poco prima di raggiungere il lato oscuro, Collins fu informato via radio della presenza di un problema al sistema di raffreddamento, le cui temperature risultavano eccessivamente basse. Il congelamento di alcuni componenti della Columbia avrebbe compromesso l’intera missione. I tecnici della NASA gli suggerirono quindi di attivare una procedura chiamata Environmental Control System Malfunction Procedure 17, ma Collins rifiutò e decise di impostare i comandi da automatico a manuale e poi ad automatico di nuovo, continuando nel frattempo con attività secondarie e controllando periodicamente la temperatura del sistema di raffreddamento, che tornò nella norma in pochi minuti. Negli anni Collins ha raccontato più volte che le ore successive al problema del raffreddamento furono tranquille, tanto da consentirgli di dormire.

Intervista a Collins del 2016 in cui parla del viaggiare in solitaria e dei suoi hobby odierni.

Tra le principali responsabilità di Collins c’erano le manovre di ricongiungimento tra la Eagle e la Columbia, che avrebbero consentito il ritorno dell’equipaggio a casa. Avendo scritto il manuale in fase preparatoria, Collins era ben consapevole dei rischi di questa operazione. In caso di mancata sincronia tra le due capsule, le possibilità che Armstrong e Aldrin rimanessero per sempre nello Spazio erano molto elevate. Intorno alle 21:54 del 21 luglio il ricongiungimento tra la Eagle di Armstrong e Aldrin e la Columbia su cui viaggiava Collins avvenne con successo. Al loro ritorno li aspettavano parate ufficiali e cene di gala con membri del Congresso e dell’alta società statunitense, oltre a un tour mondiale di 38 giorni per incontrare alcuni dei leader politici più influenti del tempo.

Pochi mesi dopo l’esperienza della missione Apollo 11, Collins uscì dalla NASA per accettare un importante incarico nella comunicazione pubblica dell’amministrazione Nixon. Abbandonò il ruolo nel 1971 per le forti polemiche legate alla guerra del Vietnam. Pur avendo avuto meno spazio dei suoi colleghi su giornali e televisioni, ed essendo schivo per natura, ancora oggi Collins è considerato tra i personaggi più autorevoli in tema di Spazio, anche se non è mai riuscito a liberarsi dell’immagine di astronauta dimenticato e solitario. Del resto, nel corso di ciascuna delle orbite compiute intorno alla Luna, Collins non fu in grado di collegarsi via radio con il centro di controllo della NASA per 48 minuti. Durante una di queste orbite, al centro di Houston qualcuno disse: «È dai tempi di Adamo che un essere umano non prova la sensazione di solitudine che sta provando Collins in questo momento». Mentre tutto il mondo guardava in diretta i primi passi dell’uomo sulla Luna, Collins era isolato e ignaro di cosa fosse successo ai propri compagni. Nel libro Return to Earth ha scritto: “Ero solo, assolutamente solo, e completamente isolato da qualsiasi altra forma di vita conosciuta. Se si fosse fatto un conteggio, il risultato sarebbe stato 3 miliardi più due dall’altra parte della Luna, e uno più Dio da questo lato”. Ciononostante, aggiunge, “la missione era stata strutturata per tre persone, e io ero fondamentale tanto quanto gli altri due”, descrivendo così un costante senso di contatto sia con la base centrale che – virtualmente – con i compagni. In un’intervista alla rivista Time, Collins ha detto di essere onorato del ruolo ricoperto nella missione Apollo 11, ma “sarei un bugiardo se dicessi che il mio era il ruolo migliore”.

Questo e gli altri articoli della sezione Come andammo sulla Luna sono un progetto del workshop di giornalismo 2019 del Post con la Fondazione Peccioliper, pensato e completato dagli studenti del workshop.

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