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  • domenica 9 giugno 2019

I coccodrilli di Timor Est

Molti abitanti li venerano, ma gli attacchi sono in notevole aumento e c'è chi dice che i responsabili potrebbero essere esemplari arrivati dall'Australia

AP Photo/Rob Griffith

A Timor Est, un piccolo stato dell’oceano Pacifico, negli ultimi dieci anni gli attacchi dei coccodrilli sono aumentati di venti volte rispetto ai dieci anni precedenti. In media, i coccodrilli uccidono almeno una persona al mese. Se si pensa che Timor Est ha poco più di un milione di abitanti, è come se in Italia uccidessero 600 persone l’anno.

Non è chiaro il perché di quest’aumento, ma ci sono almeno due teorie principali: una dice che ha tutto a che fare con l’indipendenza di Timor Est, ottenuta nel 2002; un’altra sostiene che i principali responsabili delle uccisioni di est-timoresi siano coccodrilli arrivati a nuoto dall’Australia, la cui costa settentrionale è a più di 600 chilometri di distanza. Comunque, c’è chiaramente un problema-coccodrilli, a Timor Est. Ed è ancora più un problema se si pensa che tradizionalmente a Timor Est i coccodrilli sono venerati e che c’è una leggenda secondo cui la stessa isola di Timor nacque da un coccodrillo.

Per capire la prima teoria sull’aumento degli attacchi di coccodrilli, serve un po’ di storia. Timor Est occupa la metà orientale dell’isola di Timor, la cui metà occidentale è territorio indonesiano. L’isola fu occupata per secoli dai portoghesi e, durante la Seconda guerra mondiale, per qualche tempo dai giapponesi. Timor Est si liberò dall’occupazione portoghese nel 1974, quando in Portogallo ci fu la rivoluzione dei Garofani, ma per alcuni altri decenni fece parte dello stato indonesiano. L’isola di Timor ha avuto una storia difficile e violenta, tanto che è anche nota come “l’isola delle teste mozzate” per le tante decapitazioni fatte dall’esercito indonesiano. La metà orientale fu il primo stato a ottenere l’indipendenza in questo secolo e il suo nome è un toponimo tautologico: un nome, cioé, che dice due volte la stessa cosa. Timor deriva infatti da timur, che vuol dire est in lingua indonesiana.

Lo stato di Timor Est (che comprende anche altre isolette e un’exclave nella parte occidentale dell’isola) ha una superficie di 18mila chilometri quadrati ed è piuttosto povero: guadagna col turismo e con lo sfruttamento, al largo delle sue coste, di risorse naturali come il petrolio. Sta dalle parti della cosiddetta linea di Wallace, la zona di confine tra Asia e Oceania, in cui la flora e la fauna sono un po’ di uno e un po’ dell’altro continente. Tra gli animali che Timor Est ha in comune con l’Australia c’è anche il coccodrillo marino o “estaurino”, perché sebbene si avventuri anche in acqua dolce vive soprattutto sulle coste o negli estuari dei fiumi. È il più grande predatore terrestre al mondo: può arrivare fino ai 6 metri di lunghezza e ai 1.000 chili di peso.

A Timor Est molte persone, soprattutto quelle più legate alle tradizioni, rispettano tantissimo i coccodrilli e in certi casi li venerano. In lingua locale i coccodrilli si chiamano “abo”, cioé “nonni” e la leggenda su come sia nata l’isola di Timor racconta che un coccodrillo, dopo essere stato salvato da un ragazzo e aver esplorato con lui l’oceano, decise, per riconoscenza, di trasformarsi in un’isola su cui potesse vivere. Può capitare che quando un est-timorese lascia la sua isola dica qualcosa come “me ne vado dal coccodrillo”, un po’ come un italiano potrebbe dire “lascio lo Stivale”. Secondo alcune antiche credenze i coccodrilli sarebbero reincarnazioni degli antenati e gli attacchi dei coccodrilli un segno di rabbia e disapprovazione da parte loro.

Molti est-timoresi ritengono che uccidere i coccodrilli sia inaccettabile e dal 2002, da quando il paese ottenne l’indipendenza, è anche illegale. Durante la dominazione portoghese e indonesiana era invece praticata la caccia e consentito l’abbattimento selettivo dei coccodrilli. Il primo tentativo di spiegazione per l’improvviso aumentare degli attacchi di coccodrilli avrebbe quindi molto semplicemente a che fare con l’aumento del numero di coccodrilli causato dalla fine della loro uccisione. Ma è difficile che questa teoria sia sufficiente, visto che non sono passati nemmeno vent’anni dall’indipendenza.

Il tutto è complicato dal fatto che non ci sono informazioni certe su quanti coccodrilli ci fossero o ci siano ora a Timor Est. Gli unici numeri disponibili riguardano gli attacchi denunciati o su cui si riescono a ottenere informazioni. Ma anche questi sono parziali, per due motivi: perché i coccodrilli attaccano soprattutto pescatori di aree rurali da cui spesso le notizie non escono; e perché si pensa che in molti casi chi viene attaccato o i familiari di chi viene ucciso da un coccodrillo scelgano di non dirlo, perché si ritiene che essere attaccati da un coccodrillo sia una sorta di punizione da parte degli antenati. A questo proposito, c’è anche chi sostiene che l’aumento degli attacchi riportati negli ultimi anni possa essere una conseguenza del fatto che le tradizioni si stanno perdendo e che le informazioni sugli attacchi si diffondono meglio e più liberamente. Ma è difficile credere a un cambiamento così drastico (meno di un attacco all’anno dal 1996 al 2006, contro i 12 l’anno degli ultimi dieci) in così poco tempo.

È il momento della seconda teoria, quella secondo la quale i coccodrilli uccidono più persone perché ci sono più coccodrilli immigrati da un altro continente. Una teoria che, a parte la scienza di cui stiamo per parlare, è supportata anche da alcuni abitanti dell’isola. Demetrio Carvalho, segretario di Stato di Timor Est, ha riassunto così il loro pensiero: «Le persone credono che i coccodrilli siano i nostri antenati e gli antenati non attaccano le persone. I nostri nonni non ci uccidono». Le prime serie ipotesi sul fatto che i coccodrilli in più potrebbero essere arrivati dall’Australia furono fatte un anno fa, in una ricerca pubblicata sulla rivista accademica The Wildlife Society.

Uno dei due autori della ricerca, l’esperto di coccodrilli australiano Grahame Webb, spiegò ad ABC Australia che non c’erano nel mondo evidenze di casi simili, ma aggiunse: «Più analizzavo la situazione e più mi sembrava plausibile che questa potesse essere la spiegazione di ciò che avevamo osservato, ossia un molto rapido aumento degli attacchi». Gli esperti di coccodrilli concordano nel dire che, in teoria, un coccodrillo marino in salute potrebbe nuotare per centinaia di chilometri e, partendo dal nord dell’Australia, arrivare a Timor Est, secondo Webb mettendoci un paio di settimane. A sostegno di questa teoria ci sono gli avvistamenti di alcuni coccodrilli dalle piattaforme petrolifere a sud di Timor Est e alcuni resoconti dei pescatori locali. Webb disse anche di credere, senza avere però ancora molti dati certi a riguardo, che gli attacchi erano aumentati anche nella parte occidentale e indonesiana dell’isola di Timor (e in questo caso l’aumento non potrebbe avere a che fare con l’indipendenza dell’est).

I coccodrilli potrebbero anche essere arrivati da altre isole, ma si pensa all’Australia, in particolare all’Australia del nord, perché lì i coccodrilli sono molti – secondo alcuni addirittura troppi – e perché, spiegò Webb, c’erano dati che mostravano la scomparsa dai fiumi dell’Australia del nord di «alte percentuali di coccodrilli». La teoria di Webb è quindi che data la sovrappopolazione alcuni coccodrilli australiani siano partiti e arrivati a Timor e che lì, dopo il lungo viaggio e l’arrivo in un luogo sconosciuto, siano stati particolarmente aggressivi e affamati.

Sebbene ci sia un generale accordo sul fatto che dei coccodrilli potrebbero nuotare per centinaia di chilometri nell’oceano, non i tutti i ricercatori sono d’accordo con Webb. Qualcuno sostiene che l’aumento di attacchi sia dovuto a una serie di concause più semplici dovute all’habitat dei coccodrilli e al fatto che forse non è cambiato il numero di attacchi ma solo il numero di chi decide di dirlo e di chi prova a contarli.

C’è però chi, credendo alla teoria dei coccodrilli australiani, sta provando a raccogliere prove. Come raccontato tra gli altri da un recente articolo del New York Times, due biologi australiani stanno provando a raccogliere il DNA dei coccodrilli di Timor Est, per capire se alcuni di quei coccodrilli sono arrivati lì dall’Australia. Per farlo usano una sorta di asta di alluminio lunga quattro metri con una punta appuntita che penetra oltre la dura pelle del coccodrillo per ottenerne un campione di DNA. Finora hanno ottenuto campioni di 17 esemplari. Non tutte le biopsie sono però state fatte su coccodrilli allo stato brado. Alcuni campioni arrivano, spiega il New York Times, «da coccodrilli tenuti come animali domestici, mascotte o portafortuna».

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