Guida alle elezioni europee in Romania

Il controverso governo dei socialdemocratici litiga da tempo con l'UE per alcune riforme della giustizia, e ormai usa una retorica simile a quella di Viktor Orbán

di Lorenzo Ferrari
Un manifestante a un corteo filoeuropeista tenuto a Bucarest, Romania, 19 maggio 2019 (AP Photo/Vadim Ghirda)

Il 26 maggio la Romania voterà per la quarta volta nella sua storia alle elezioni europee. Sarà interessante seguire l’esito del voto per vari motivi: l’incertezza sul partito che uscirà vincitore, e gli effetti dell’appartenenza all’Unione Europea su un paese che ha ottenuto moltissimi benefici ma anche vari sconvolgimenti.

A partire dal 2015 il tasso di crescita annuale del PIL della Romania è sempre stato sopra il 4 per cento, e nel 2017 ha raggiunto addirittura il 7 per cento. Lo sviluppo economico ha prodotto un miglioramento complessivo delle condizioni di vita della popolazione: ad esempio, quando la Romania entrò nell’Unione Europea, nel 2007, il 42 per cento dei suoi abitanti non aveva il bagno in casa. Oggi quel numero è sceso attorno al 25 per cento. Tuttavia lo sviluppo economico recente nasconde seri squilibri. Il divario tra città e campagne rimane molto ampio, così come quello tra la Transilvania e le regioni orientali e meridionali del paese. Il governo ha aumentato notevolmente gli stipendi e le pensioni, ma sono cresciuti molto anche i prezzi.

Essendo il più povero tra i grandi paesi dell’Unione europea, da quando è diventata uno stato membro la Romania ha ricevuto decine di miliardi di euro di finanziamenti europei. I fondi strutturali per il periodo 2014-2020 ammontano a 31 miliardi di euro; sono destinati in buona parte a investimenti in infrastrutture e energie rinnovabili e al sostegno alle piccole e medie imprese. Parte di queste risorse finisce però per alimentare gravi fenomeni di corruzione e clientelismo, o nel migliore dei casi per non essere sfruttata. In molti casi manca anche il personale in grado di seguire adeguatamente i progetti.

Un altro dei problemi più grossi che la Romania si trova ad affrontare, come tanti altri paesi dell’Est Europa, è l’emigrazione della forza lavoro, sia a bassi sia ad alti livelli di istruzione. Attualmente il 14 per cento dei cittadini rumeni vive in un altro stato membro dell’Unione Europea, soprattutto grazie alla libertà di movimento garantita dai trattati comunitari: parliamo di 3,2 milioni di persone, sparse soprattutto tra Italia, Spagna e Germania. Il trasferimento all’estero di ampie fasce della popolazione attiva ha fatto sì che il tasso di disoccupazione sia quasi inesistente, ma rende anche complesso alimentare gli investimenti e la crescita nel lungo periodo. I datori di lavoro fanno sempre più fatica a trovare manodopera, tanto che negli ultimi anni sono cresciuti i flussi migratori dal sud-est asiatico.

Lo scontro sulla giustizia
Da gennaio 2019 la Romania detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea, per la prima volta nella sua storia. Benché negli ultimi anni l’UE abbia interessato l’economia, la società e la politica rumena quanto mai in precedenza, l’interesse per le elezioni europee è scarso.

L’affluenza rimarrà appena sotto alla media europea (nel 2014 si era fermata al 32 per cento) e la campagna elettorale è stata interamente dominata dalle questioni interne. Il voto per le europee coinciderà infatti con un delicato referendum sulla giustizia indetto dal presidente della repubblica Klaus Iohannis. I risultati elettorali serviranno poi ai partiti per misurare i rapporti di forza in vista delle elezioni presidenziali e parlamentari che si terranno il prossimo anno.

La giustizia è ormai da tempo al centro della vita politica in Romania. Le ultime elezioni politiche, nel 2016, sono state vinte dal Partito socialdemocratico, che governa assieme al partito liberale ALDE e al partito della minoranza ungherese. Il leader del PSD, Liviu Dragnea, non ha però potuto diventare primo ministro. È infatti incriminato con accuse che vanno dalla frode elettorale all’abuso d’ufficio, fino all’associazione a delinquere e all’appropriazione di fondi europei, ed è già stato condannato in due distinti processi. Dragnea mantiene però un controllo molto stretto sul suo partito e sul governo, tanto che ha ripetutamente rimosso i primi ministri e i ministri ritenuti non allineati.

A causa dei procedimenti penali in corso contro il leader del PSD e altre figure di spicco del partito, le riforme della giustizia sono state al centro dell’attività del governo e delle proteste dell’opposizione, secondo un meccanismo che per certi versi ricorda lo scontro politico avvenuto in Italia durante i governi Berlusconi. Per l’opposizione e buona parte degli osservatori l’obiettivo principale delle riforme promosse dal governo è mettere Dragnea al riparo dai processi: le misure proposte mirano infatti a depenalizzare l’abuso di ufficio, a ridurre la lotta contro la corruzione, ad accorciare i tempi di prescrizione e a ridimensionare l’indipendenza della magistratura.

Le iniziative del governo hanno scatenato proteste di piazza diffuse, soprattutto tra l’autunno 2017 e l’estate 2018; sono state le più estese e partecipate dopo la rivoluzione che abbatté il regime comunista nel 1989. Il sistema politico rumeno è semipresidenziale, e il presidente della repubblica in carica ha ostacolato in vari modi le riforme della giustizia, spesso portate avanti dal governo a colpi di decreti d’urgenza. Il referendum convocato per il 26 maggio è l’ultimo tentativo di Iohannis di fermare le riforme: il quesito mira a vietare l’amnistia nei casi di corruzione e a limitare la possibilità per il governo di ricorrere ai decreti.

Lo scontro con l’Europa
Il Parlamento europeo e la Commissione europea hanno criticato con sempre maggiore durezza le iniziative della maggioranza di governo, tanto che il 10 maggio il commissario Frans Timmermans è arrivato a minacciare l’avvio del processo che può portare in ultima istanza alla sospensione del diritto di voto della Romania nelle sedi europee. Da parte loro, i governi europei non hanno ancora dato il via libera all’ingresso del paese nello spazio di libera circolazione di Schengen, e sembrano poco disposti a concederlo finché non verrà superato lo scontro sulla giustizia. Anche i partiti europei a cui fa riferimento la maggioranza di governo della Romania (PSE e ALDE) hanno da poche settimane sospeso i loro membri rumeni.

A legare ancora di più lo scontro interno sulla giustizia con la politica europea è stata la vicenda di Laura Codruța Kövesi. Potente e temuta procuratrice a capo del dipartimento nazionale anticorruzione, nel 2018 Codruța Kövesi è stata rimossa dall’incarico per decisione del governo. Benché il Parlamento europeo la abbia indicata per la nuova carica di Procuratore generale europeo, il governo rumeno sta cercando di ostacolarne la nomina in tutti i modi, mettendola sotto inchiesta e persino restringendo temporaneamente la sua libertà di movimento.

Le critiche provenienti dal resto d’Europa hanno spinto Liviu Dragnea e il PSD ad adottare una retorica sempre più critica nei confronti dell’Unione Europea, ormai vicina a quella utilizzata da Viktor Orbán e dalla destra nazionalista e populista europea – tanto che lo slogan scelto dal PSD per la campagna per le europee è “Patrioti in Europa”. Non mancano nemmeno gli attacchi rituali contro il filantropo George Soros, preso di mira dall’estrema destra un po’ in tutta Europa, e le prese di distanza sempre più evidenti dalle posizioni comuni dell’Unione Europea e dei socialisti europei. Ad esempio, il PSD ha annunciato l’intenzione di trasferire l’ambasciata rumena in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme e ha appoggiato il referendum costituzionale (poi fallito) che puntava a vietare i matrimoni omosessuali. Anche se il sostegno per l’integrazione europea rimane piuttosto alto tra la popolazione rumena, gli scontri con l’Europa lo hanno fatto diminuire visibilmente nell’ultimo paio di anni.

La Romania elegge 32 parlamentari europei. Secondo i sondaggi, il PSD e il principale partito di opposizione – il Partito nazionale liberale, vicino al presidente Klaus Iohannis – sono dati entrambi attorno al 27 per cento dei voti. Altre tre liste dovrebbero riuscire a ottenere dei seggi, inclusa quella che fa riferimento a Dacian Cioloș, ex commissario europeo ed ex primo ministro.

Il risultato finale dipenderà soprattutto dall’affluenza al voto, ancora una volta legata strettamente allo scontro interno sulla giustizia. Il PSD non è interessato a incitare un’alta partecipazione, perché il referendum sulla giustizia fallirebbe se non fosse superato il quorum. D’altra parte una bassa affluenza solitamente premia i socialdemocratici, che possono contare su una base elettorale piuttosto stabile.

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Questo articolo fa parte di una serie di guide alle elezioni europee del 2019. Qui trovate tutte le altre pubblicate finora.

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