Chi è amico di chi nella destra europea

E chi non lo è affatto: guida alle alleanze e rivalità di un fronte politico in ascesa ma diviso

Da sinistra a destra: Marine Le Pen, Viktor Orban, Jorg Meuthen, Santiago Abascal e Matteo Salvini (Gabriel Kuchta, Laszlo Balogh, Ronny Hartmann, Blazquez Dominguez/Getty Images, AP Photo/Alessandra Tarantino)

L’Europa sta vivendo uno dei ciclici momenti in cui la destra radicale torna al centro dell’attenzione, ottenendo successi elettorali e politici, e alle prossime elezioni europee del 26 maggio si attendono ulteriori ottimi risultati da parte delle forze di quest’area politica e dei suoi leader. Uno dei più importanti, il capo della Lega Matteo Salvini, spera di riunire le forze dell’estrema destra in una nuova alleanza e cambiare così gli equilibri all’interno del Parlamento europeo, finora dominato dall’alleanza dei socialdemocratici e dei popolari.

– Leggi anche: Da dove arriva l’estrema destra?

Non è un obiettivo facile: la destra radicale europea è in ascesa, ma è anche divisa da ragioni politiche, storiche e di antipatie personali. Oggi in Europa i partiti della destra estrema – il centrodestra fa parte del Partito Popolare Europeo – sono sparpagliati in tre gruppi parlamentari differenti: il gruppo dei conservatori ECR, il più rispettabile e all’apparenza più moderato; l’ENF, lo storico gruppo della Lega e del Front National; l’EFDD, un gruppo messo in piedi nella scorsa legislatura che probabilmente non ci sarà più nel prossimo Parlamento.

Questa divisione in gruppi diversi è in parte lo specchio delle principali questioni politiche che dividono la destra europea. La prima è l’atteggiamento nei confronti della Russia. Per i partiti dell’Europa orientale e settentrionale, i più vicini geograficamente alla Russia, il paese di Putin e la sua strategia provocatoria e destabilizzante sono una minaccia che va contenuta in modo determinato. Per quelli dell’Europa meridionale, invece, la Russia è un punto di riferimento e un potenziale alleato con cui migliorare le relazioni.

Un’altra divisione è quella sulle regole di bilancio europee, che secondo i partiti del Nord devono essere rispettate pedissequamente mentre i partiti del Sud le vorrebbero invece cancellare.

Non è un caso se l’alleanza più forte nella destra radicale europea è quella tra due leader che su questi temi la vedono allo stesso modo: il leader della Lega Matteo Salvini e la leader del Rassemblement National (RN, ex Front National) Marine Le Pen. I due si frequentano personalmente dal 2013, quando Salvini invitò Le Pen al suo primo congresso della Lega da segretario del partito. Condividono quasi completamente la linea politica: euroscettica, contraria all’immigrazione e alle stringenti regole di bilancio comunitarie, ostile alla religione islamica e alla comunità LGBT. I due sono anche considerati i dirigenti politici europei più filorussi in circolazione: il partito di Le Pen ha ricevuto in passato fondi da società legate al governo russo, mentre la Lega nel 2017 ha firmato un accordo di collaborazione con il partito di Putin ed è sospettata di aver ricevuto grossi finanziamenti dal governo russo.

Marine Le Pen – figlia Jean-Marie Le Pen, storico leader della destra radicale francese – è diventata presidente del partito nel 2011, al termine di un decennio di crisi e calo dei consensi. Mantenendo il partito a destra ma ripulendolo dagli eccessi presenti durante la guida del padre (un negazionista dell’Olocausto mai pentito), Marine Le Pen lo portò dal 6 per cento delle europee del 2009 fino a trasformarlo nel primo partito francese alle europee del 2014, con quasi il 25 per cento dei voti. Tre anni dopo arrivò seconda al primo turno delle presidenziali francesi, poi vinte da Emmanuel Macron.

Un altro membro “storico” dell’alleanza della destra europea è Geert Wilders, dal 2006 leader del Partito della Libertà dei Paesi Bassi (PVV), nonché uno dei più eccentrici e rinomati esponenti della destra radicale europea. C’erano grosse aspettative su di lui in vista delle elezioni olandesi del 2017, ma pur ottenendo un buon risultato (13 per cento) il PVV non ha ottenuto abbastanza voti da diventare essenziale per la formazione del governo. È un valido alleato del gruppo ma al momento non è ritenuto particolarmente rilevante.

In termini di voti, invece, il principale alleato di Salvini e Le Pen sarà probabilmente il partito tedesco Alternativa per la Germania (AfD). Fondato dopo la crisi economica come partito ultraliberale, è diventato con il tempo una formazione di estrema destra accusata di avere legami con leader e movimenti neonazisti. I rapporti tra AfD, Lega e RN sono buoni e durano da diversi anni.

Un passo ulteriore è stato compiuto alla fine dello scorso aprile, quando AfD ha inviato in Italia il suo capogruppo al Parlamento tedesco e portavoce federale, Jörg Meuthen, per annunciare insieme a Salvini la nascita della nuova alleanza di destra al Parlamento europeo: l’Alleanza europea dei popoli e delle nazioni (EAPN, dal suo acronimo in inglese). AfD è filorussa e anti-immigrati, come Lega e RN, ma è fermamente contraria agli sforamenti di bilancio da parte dei paesi mediterranei: questo conflitto però finora non ha causato particolari incidenti.

Sono più o meno le stesse posizioni del Partito delle libertà austriaco (FPÖ), il partito di destra radicale attualmente al governo in Austria. Anche loro faranno parte della futura alleanza (e sono già oggi parte dello stesso gruppo della Lega al Parlamento Europeo), anche se, vista la popolazione dell’Austria, sono destinati a eleggere un contingente di eurodeputati piuttosto piccolo.

Con ogni probabilità, anche gli spagnoli di Vox (il nuovo partito di destra che con il 10 per cento dei voti alle elezioni dello scorso aprile è diventato il quinto partito del paese) entreranno a far parte del gruppo. Tra il Rassemblement National e Vox esiste da tempo una forte amicizia e il leader del partito spagnolo Santiago Abascal si incontra da tempo con Marine Le Pen. I rapporti con la Lega sono invece più freddi: esistono contatti tra delegazioni di basso livello, ma i due leader non si sono mai incontrati. Abascal, un nazionalista anti-autonomista, non ha perdonato a Salvini alcune prese di posizione a favore degli indipendentisti catalani.

Alla riunione del 28 aprile a Milano c’erano anche i rappresentanti di altri due partiti, piccoli per gli standard europei ma piuttosto importanti nei loro paesi: Anders Vistisen, presidente della sezione giovanile del Partito del Popolo Danese, e Olli Kotro, rappresentante del Partito dei Veri Finlandesi. Anche loro hanno annunciato l’intenzione di far parte del nuovo gruppo, ma con maggiore freddezza rispetto ad AfD. Non solo la loro posizione sul bilancio è la stessa dei tedeschi – in sostanza: rigore nei conti e, se serve, tagli e austerità – ma sono entrambi (soprattutto i Veri Finlandesi) profondamente anti-russi, come non hanno mancato di ricordare durante l’incontro.

Queste posizioni sono condivise anche dagli altri partiti della destra radicale scandinava, come il Partito del Progresso Norvegese e gli Svedesi Democratici. Questi ultimi, in particolare, hanno fatto sapere di non avere intenzione di partecipare all’alleanza di Salvini. Il loro leader, Jimmi Akesson, si è lamentato per non essere stato invitato all’incontro di Milano e ha detto di non avere comunque intenzione di allearsi con «gli amici francesi della Russia», un riferimento esplicito a Marine Le Pen.

L’altro grande partito della destra radicale europea che per il momento non ha intenzione di allearsi con «gli amici della Russia» è il Partito Diritto e Giustizia (PIS), attualmente al governo in Polonia e destinato a raccogliere una ventina di seggi alle prossime elezioni. All’inizio dell’anno Salvini è stato in visita in Polonia per iniziare a discutere un’alleanza, ma la sua missione non ha avuto particolare successo e il partito polacco non si è sbilanciato sulle sue intenzioni future.

Il PIS è guidato da Jarosław Kaczyński, il cui fratello gemello, l’allora presidente della Polonia Lech Kaczyński, è morto nel 2010 in un incidente aereo che molti polacchi imputano a un sabotaggio russo. Oggi Kaczyński e gli altri leader del partito rimangono estremamente ostili alla Russia e per nulla desiderosi di allearsi con Le Pen. Attualmente fanno parte del gruppo europeo ECR (Salvini e Le Pen sono invece nell’ENF), ma rischiano di rimanere l’unico partito di dimensioni significative al suo interno, visto che i conservatori britannici abbandoneranno il Parlamento europeo non appena sarà ultimata Brexit. Per evitare di restare isolati, alcuni leader del PIS sperano di essere ammessi nel principale partito conservatore europeo, il Partito Popolare Europeo (PPE), ma sembra al momento un cammino lungo e faticoso.

Chi è già dentro il PPE ma mantiene ottime relazioni con il resto della destra radicale europea è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, leader di Fidesz. Orbán è un personaggio molto particolare nella destra europea: accusato con molti fondati argomenti di guidare l’Ungheria in modo autoritario, negli anni ha ottenuto una celebrità internazionale per essere il più estremista e irrequieto leader del PPE, oltre che l’inventore del termine “democrazia illiberale” che usa per descrivere la sua idea di stato. Nonostante i continui scontri interni e i rimproveri che riceve dagli altri partiti del PPE (al momento, per esempio, Fidesz è sospeso dal PPE), Orbán sostiene di voler rimanere membro del gruppo dei moderati europei.

Le Pen e Salvini nel frattempo continuano a lanciargli inviti affinché entri nella loro alleanza. Salvini è andato a trovarlo in Ungheria la scorsa settimana e negli stessi giorni Le Pen gli ha rivolto un appello personale (che ha rivolto anche al PIS polacco). Orbán per il momento non ne vuole sapere, e in una recente intervista al settimanale francese Le Point ha detto di non avere «alcuna intenzione» di allearsi con Le Pen. Orbán al momento ritiene che per lui sia conveniente essere il capo della corrente di destra del PPE, piuttosto che un altro leader nell’alleanza dominata da Salvini e Le Pen (una preoccupazione che probabilmente hanno anche i polacchi).

L’ultimo importante leader della destra europea che rimane è il britannico Nigel Farage, l’ex leader dello UKIP che alle prossime elezioni europee si presenterà alla guida del nuovo Brexit Party, che secondo i sondaggi dovrebbe risultare il più votato in Regno Unito con più del 25 per cento. La sua retorica nazionalista e anti-immigrazione ha spinto gli esperti a classificare Farage come un leader della destra radicale, ma lui non ha mai stretto particolari alleanze con gli altri partiti dell’area (attualmente fa parte dell’EFDD, un gruppo europeo particolarmente incolore di cui fa parte anche il Movimento 5 Stelle).

In vista delle prossime elezioni, Farage ha promesso che il suo partito avrà un unico obiettivo: favorire una rapida uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. E ha anche criticato il suo vecchio partito, lo UKIP, accusandolo di essersi spostato troppo a destra. Per queste ragioni sembra improbabile che Farage possa essere di grande aiuto alla nuova alleanza di Salvini e Le Pen, anche se i due gruppi si troveranno d’accordo nel rendere la vita difficile alla maggioranza formata dai parti di centrodestra e centrosinistra.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.