Che fine ha fatto l’inflazione?

Per anni è stata temutissima da governi, risparmiatori e banche centrali: ma da vent'anni sembra essere sparita dal mondo sviluppato e sta iniziando a diventare un problema

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
(AP Photo/Tsvangirayi Mukwazhi)

L’inflazione sembra essere sparita dal cosiddetto mondo sviluppato. In Giappone, Europa e Stati Uniti rimane ai minimi storici, e né la ripresa economica né le politiche espansive delle banche centrali sono state fin qui capaci di farla ripartire. L’aumento dei prezzi, che in passato era arrivato a tassi a doppia cifra, sembra oggi un fenomeno del passato. A molti può sembrare una buona notizia, o comunque non un gran problema: chi è cresciuto durante l’iperinflazione degli anni Settanta o ricorda dai libri di storia casi estremi come la Germania degli anni Venti o più di recente ha letto la storia dello Zimbabwe dei primi anni Duemila, è giustificato nel pensare che questa situazione non sia poi così male. D’altra parte se i prezzi non salgono siamo tutti contenti, no? In realtà le cose non sono così semplici.

Come spiega la BCE e sanno bene gli economisti, i prezzi stabili permettono di avere un’idea più o meno affidabile di cosa succederà nel prossimo futuro, quindi favoriscono investimenti e attività economiche; l’inflazione fuori controllo invece distrugge il cosiddetto potere d’acquisto – visto che i soldi valgono sempre meno – e rende quindi l’economia di un paese caotica ed estremamente debole. Insomma, avere un’inflazione bassa è, in genere, meglio che avere un’inflazione alta. Ma può anche capitare che l’inflazione sia troppo bassa. Lo scenario in cui l’inflazione non esiste, e i prezzi non salgono o salgono pochissimo, è considerato un grosso problema. Zero inflazione significa essere a un passo dalla deflazione, cioè in una situazione di generale calo dei prezzi, che è ancora peggio dell’inflazione: per economisti e governanti è quasi sempre meglio avere un po’ della seconda, che la prima.

Se i prezzi restano fermi o calano, significa che tendenzialmente resteranno fermi o caleranno anche gli stipendi, anche se magari non quelli dei lavoratori protetti da contratti molto rigidi. Scenderanno quelli degli autonomi, dei commercianti e dei professionisti. Inoltre, in caso di lunghi periodi di deflazione pronunciata, si crea un disincentivo a spendere soldi. Perché comprare un televisore oggi quando tra tre mesi costerà meno? Perché fare un costoso investimento nella propria azienda, quando si può aspettare ancora un po’ per farlo a prezzi più vantaggiosi? Così le spese vengono rimandate, causando ulteriore deflazione, che a sua volta disincentiva ancora di più a spendere.

Per questa ragione le principali banche centrali, le istituzioni incaricate di vigilare sulla stabilità dei prezzi, hanno fissato come obiettivo delle loro politiche monetarie il raggiungimento di un tasso di inflazione del 2 per cento, un livello che ritengono sufficientemente basso da garantire prezzi stabili e sufficientemente alto da tenere alla larga la deflazione. Ultimante, però, questo tasso obiettivo si è rivelato più complicato del previsto da raggiungere. Nell’eurozona, dopo anni di deflazione, il tasso di inflazione è ancora bloccato poco sopra l’1 per cento e non sembra muoversi; gli Stati Uniti faticano ad arrivare all’obiettivo del 2 per cento fissato dalla Federal Reserve e in Giappone le cose vanno ancora peggio: un gigantesco piano di stimoli fiscali e monetari è a malapena riuscito a portare il tasso allo zero per cento.

Ci sono parecchie ragioni per spiegare questo stato di cose. L’economista della New York University Nouriel Roubini ha indicato alcune delle più note. La globalizzazione e la trasformazione della Cina in una grande potenza esportatrice hanno creato nuove fonti di beni e servizi a basso costo. Lo stesso effetto hanno avuto le nuove tecnologie e Internet. Sono shock positivi dal lato dell’offerta – ci sono molti beni da comprare, molti servizi da utilizzare e quindi il loro prezzo rimane basso – a cui si è aggiunta anche una riduzione della domanda. Il declino dei sindacati, la flessibilizzazione del lavoro e la concorrenza dei paesi in via di sviluppo hanno tenuto bassi i salari, riducendo così la domanda per quei beni di cui c’era improvvisamente maggiore disponibilità. Sempre dal lato della domanda, altri aggiungono l’invecchiamento della popolazione, che nei paesi sviluppati è formata in percentuale sempre maggiore da anziani, che hanno per definizione una propensione a spendere inferiore rispetto ai più giovani.

Se su questa analisi c’è un sostanziale accordo, non tutti la pensano allo stesso modo su come le cose andranno in futuro. La maggioranza dei dirigenti e degli economisti di banche centrali come la FED e la BCE sostengono che questi shock siano temporanei. L’economia mondiale presto si adatterà alla nuova situazione, i nuovi fattori saranno riassorbiti e l’inflazione tornerà gradualmente a muoversi verso tassi vicini al 2 per cento. Se questa analisi è corretta, le banche centrali non devono fare altro che stare ferme, in attesa che le forze del mercato facciano il loro lavoro.

Ritenere l’attuale situazione “passeggera” significa anche ridurre o eliminare del tutto il ricorso a quegli strumenti “poco ortodossi” che a partire della recessione del 2008 le banche centrali hanno utilizzato per cercare di contrastare la crisi economica e stimolare l’economia (e, quindi, far ripartire l’inflazione): dai tassi di interesse reali negativi (le banche centrali pagano le altre banche affinché queste ultime accettino i loro prestiti) ai piani di Quantitative Easing (cioè l’acquisto mensile di decine di miliardi di euro o dollari in titoli di stato pubblici o privati direttamente dai portafogli delle banche che li hanno comprati). FED e BCE hanno già iniziato a seguire questa strada. La FED sta alzando da tempo i tassi di interesse e ha cominciato smantellare il suo QE, mentre la BCE ha messo fine al QE lo scorso dicembre e ha bloccato il previsto aumento dei tassi di interesse solo davanti alle prime avvisaglie di recessione nell’eurozona.

Secondo altri, invece, gli shock che hanno tenuto bassa l’inflazione non sono affatto temporanei. Secondo l’economista dell’università di Berkeley Brad DeLong, per esempio, questa situazione è destinata a durare e le banche centrali e i loro sostenitori non se ne sono accorti perché sono ancora oggi influenzati da una visione ideologica della realtà basata su una lettura parziale della storia recente. Secondo questa visione, fu l’eccessiva spesa pubblica degli anni Sessanta la causa principale dell’inflazione nei decenni successivi. Per evitare che simili situazioni si ripetessero in futuro, le banche centrali furono liberate dall’influenza dei governi, che le costringevano a finanziare i loro deficit con cui “compravano” il consenso degli elettori (fu proprio in quegli anni che le banche centrali raggiunsero la loro famosa “indipendenza” dai governi), e le politiche espansive vennero fortemente limitate (questa prudenza in materie monetarie è uno degli aspetti di quello che viene di solito chiamato “neoliberismo” e che come corrente ideologica iniziò ad affermarsi proprio negli anni Settanta).

Secondo DeLong e altri, però, ad avere un ruolo molto più rilevante nell’inflazione del ventennio Settanta-Novanta furono una serie di “shock negativi” sulla domanda, cioè l’opposto degli shock positivi a cui abbiamo assistito nell’ultimo periodo: improvvisi aumenti dei prezzi di beni chiave. In particolare ebbe un ruolo particolarmente importante l’aumento del prezzo del petrolio causato da una serie di crisi scoppiate in Medio Oriente nel corso degli anni Settanta. In altre parole, secondo DeLong, l’inflazione di quel periodo fu dovuta a cause contingenti e non è detto che si riproporrà nuovamente in una situazione con caratteristiche completamente diverse come quella in cui ci troviamo oggi (dove, appunto, c’è un eccesso di offerta, non di domanda).

Per rafforzare la sua tesi, DeLong sostiene che i suoi avversari abbiano costantemente predetto nuovi scoppi di inflazione che però non si sono mai verificati. L’ultima volta è stata dopo la grande crisi, quando annunciarono che i piani espansivi delle banche centrali (QE e tassi di interesse negativi) avrebbero inevitabilmente portato a spirali inflattive come quelle degli anni Settanta, una tesi che in Europa è stata sostenuta in particolare dalla Bundesbank e dai commentatori economici tedeschi e che è stata usata spesso per criticare Mario Draghi e le sue politiche espansive. Queste previsioni però non si sono realizzate e l’inflazione è rimasta ferma.

Le preoccupazioni di DeLong sul fatto che ci troviamo oramai in un mondo a bassa inflazione sono condivise da altri economisti, ma anche da diversi banchieri centrali. Se questa situazione è destinata a continuare, è il loro pensiero, non si può restare con le mani in mano. Mario Draghi, per esempio, ha ricordato che nonostante il QE sia terminato rimane comunque uno strumento nella “cassetta degli attrezzi” della BCE: un modo per dire che è pronto a tirarlo fuori nuovamente se l’inflazione dovesse continuare a mancare i suoi obiettivi.

In un recente articolo pubblicato dal Financial Times, Gavyn Davies, manager di fondi ed ex consulente del governo britannico, ha raccontato lo stato del dibattito interno alla FED su questo tema, che è molto più aperto a soluzioni originali e creative di quanto si potrebbe pensare. Una possibilità di cui si parla negli ultimi tempi è annunciare che l’obiettivo della FED non è più semplicemente raggiungere un tasso di inflazione del 2 per cento e fermarsi lì, ma è invece il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo. Significa che per rispondere ad un periodo di bassa inflazione come quello attuale, la FED si impegnerebbe ad accettare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo, in modo da “pareggiare” la situazione. È una soluzione molto prudente e che avrebbe probabilmente un impatto ridotto sul resto dell’economia (e per questo è di solito il tipo preferito dai banchieri centrali).

Un’alternativa più aggressiva è introdurre un tetto massimo al tasso di interesse dei titoli di stato americani. Per la FED signifca impegnarsi ad acquistare titoli di stato in modo da tenerne il tasso di interesse entro un certo livello. In sostanza la banca centrale finanzierebbe direttamente la spesa pubblica del governo federale, di fatto ritornando al regime pre-1951, quando si era impegnata a stampare denaro per sostenere lo sforzo bellico americano. Questa “opzione nucleare”, come la chiama Davies, metterebbe fine all’indipendenza della banca centrale, ma al momento si parla di utilizzarla soltanto in caso di una gravissima e imprevedibile crisi economica. Davies però, nota comunque con sorpresa che stia venendo anche soltanto discussa e presa in considerazione: i tempi stanno cambiando anche per i banchieri centrali.

La ricerca di nuove soluzioni creative è dettata anche dal fatto che gli strumenti utilizzati fino ad oggi (i Quantitative Easing e i tassi di interesse negativi) non solo non sono stati capaci di portare l’inflazione ai tassi-obiettivo, ma hanno anche parecchie altre controindicazioni. Ad esempio, rischiano di generare bolle finanziarie e spingono i mercati a fare investimenti sempre più rischiosi alla ricerca di rendimenti più alti. Sono anche strumenti che rischiano di accrescere le diseguaglianze, poiché ne beneficiano in maniera molto più che proporzionale le grandi istituzioni finanziarie e più in generale chi è già ricco (alcuni, per esempio, sostengono che il QE della FED abbia aumentato le diseguaglianze economiche e generazionali negli Stati Uniti, contribuendo alla nascita di nuovi fenomeni politici, come il recente successo di candidati che si definiscono “socialisti”).

Anche per queste ragioni negli ultimi anni si è parlato con sempre maggiore serietà di mettere in atto soluzioni un tempo ritenute impossibili da applicare: dal finanziamento di grandi progetti infrastrutturali con denaro stampato apposta fino a grandi piani di sostegno alle energie rinnovabili e all’economia verde. La più creativa di queste soluzioni è probabilmente il cosiddetto “helicopter money“, cioè “soldi dall’elicottero”. Concretamente significa “stampare denaro” e accreditarlo direttamente sui conti correnti dei cittadini o, in maniera più complicata, finanziare il governo affinché rimborsi parte delle imposte pagate da ciascun cittadino (nel 2016 Mario Draghi definì l’idea “molto interessante”).

In tutti questi scenari, le banche centrali finirebbero con l’esercitare un ruolo ancora più politico di quello che hanno oggi. Si troverebbero a dover decidere dove e come spendere centinaia se non migliaia di miliardi di euro o dollari e quindi finirebbero quasi sicuramente per essere sottoposte di nuovo a un qualche tipo di controllo da parte di istituzioni dotate di legittimità democratica, come i governi. Qualcosa si sta già muovendo in questa direzione. Dal 2013, la Banca del Giappone coordina le sue mosse di politica monetaria con il governo, mentre Donald Trump ha spesso attaccato il presidente della FED e, a quanto pare, ha chiesto diversi pareri legali sulla possibilità di rimuoverlo dal suo incarico. Nel frattempo la banca centrale americana è stata criticata per non aver saputo gestire la crisi e per aver salvato molte delle banche che ne sono state responsabili. In Europa la BCE ha ricevuto critiche anche più dure, che spesso si sono espresse sotto forma di richiesta di ritorno alla “sovranità monetaria” da parte degli stati membri. Persino il settimanale britannico Economist ha scritto che è arrivata l’ora di aprire un dibattito su questo tema.

Sono molti a osservare con orrore questi sviluppi e a temere un ritorno agli anni Settanta e alla loro superinflazione, se non peggio: non c’è dibattito sull’inflazione in cui non vengano ricordati casi come il Venezuela del presidente Nicolás Maduro o la Repubblica di Weimar degli anni Venti.

I “falchi”, come si chiamano in gergo coloro che sostengono politiche monetarie più restrittive, si chiedono quale sia il limite alla quantità di denaro che si può stampare prima di finire in una spirale inflattiva e dove si fermeranno i governi una volta ottenuto il controllo delle banche centrali. Anche ipotizzando politiche estremamente responsabili e prudenti, si chiedono perché mai i mercati dovrebbero credere alle promesse dei governi e non anticipare politiche inflattive nel prossimo futuro, producendo così una profezia che si autoavvera. Secondo i “falchi”, se le politiche espansive delle banche centrali non hanno prodotto iperinflazione fino a questo momento lo si deve soprattutto alle aspettative dei mercati, che a loro volta sono ancorate all’indipendenza delle banche centrali. Rimuovere o indebolire questo pilastro, sostengono, farà franare tutto il castello.

È possibile che non manchi molto al momento in cui queste due visioni saranno messe alla prova. Il mondo sviluppato sembra avviato a una nuova recessione: sarà probabilmente più breve e meno grave della precedente, ma stavolta le banche centrali la affronteranno dopo aver esaurito o quasi i loro tradizionali strumenti di sostegno all’economia. La recessione colpirà paesi già provati dalla crisi e dove spesso la situazione economica non si è ancora ripresa. Questo farà crescere la pressione politica per un intervento delle istituzioni e in numerosi paesi a ricevere questa pressione saranno governi eletti grazie alle loro promesse di cambiamento e che hanno già dimostrato il loro scarso interesse per consuetudini date per scontate dai loro predecessori, come l’indipendenza delle banche centrali. Se queste pressioni andranno a segno, è probabile che vedremo una nuova ondata di politiche espansive e poco ortodosse. E a quel punto potremo scoprire se davvero l’inflazione è scomparsa dal mondo sviluppato.

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