Quale sarà il futuro della BCE?

Draghi ha confermato che il "Quantitative Easing" finirà a gennaio, ma si discute molto sul ruolo che ha avuto alla guida della BCE e su cosa dovrà fare il suo successore

(Arne Dedert/picture-alliance/dpa/AP Images)

«Il QE è oramai una parte integrante della nostra cassetta degli attrezzi» ha detto giovedì il presidente della Banca Centrale Europea (BCE) Mario Draghi parlando del “Quantitative Easing“, il programma straordinario di acquisto di titoli di stato e altre obbligazioni. Draghi, il cui incarico terminerà tra poco meno di un anno, ha parlato dopo l’ultima riunione dell’anno del consiglio della BCE durante la quale sono state prese una serie di importanti decisioni per il futuro della banca centrale e del resto dell’Unione Europea.

La decisione più importante del consiglio è stata la conferma della fine del QE a partire da gennaio, quando la BCE sospenderà il suo programma di acquisti iniziato quattro anni fa e che ha sostenuto non solo il prezzo dei titoli di stato di paesi periferici come l’Italia, ma che ha contribuito in maniera determinante alla crescita economica degli ultimi anni, come ha ricordato lo stesso Draghi. Questa crescita, però, sta mostrando un rallentamento. Germania ed Italia rischiano di entrare in recessione entro la fine del 2018, mentre anche la Francia ha dato segni di difficoltà. Draghi ha comunicato che la BCE ha rivisto le sue previsioni di crescita per l’area euro dall’1,9 all’1,7 per cento.

L’altra parte importante del suo intervento ha riguardato come fronteggiare questo rallentamento. Per cominciare, i tassi di interesse non saranno alzati fino al termine della prossima estate, ha detto Draghi, mentre i 2.600 miliardi di euro di obbligazioni che la BCE ha acquistato nel corso del programma QE saranno reinvestiti quando i titoli arriveranno a scadenza. Significa che almeno per l’immediato futuro la BCE non intende ridurre il suo gigantesco portafoglio di titoli: quando una di queste obbligazioni arriverà a scadenza la banca ne ricomprerà una identica. Infine, con il riferimento al QE e alla “cassetta degli attrezzi” Draghi ha ricordato che in caso di necessità il piano di acquisti straordinario potrebbe ripartire.

Come spesso accade, il discorso di Draghi è stato accolto in maniera disparata dai commentatori spersi per il continente. Il Sole 24 Ore ha scritto che la BCE è un “Faro nella nebbia”. Il Financial Times ha celebrato Draghi in un editoriale in cui si rammarica che il suo mandato volga al termine e in cui viene apprezzato in particolare  il riferimento alla “cassetta degli attrezzi” e l’idea che in caso di necessità il QE e altre politiche espansive possano essere riprese. Secondo un altro quotidiano britannico, il Telegraph, Draghi non avrebbe invece fatto abbastanza. Il corrispondente economico Ambrose Evans-Pritchard ha scritto che la BCE ha interrotto il QE con “il lavoro lasciato a metà”, un riferimento alla crescita ancora poco dinamica che affligge l’Europa.

In altre parole sono tutti commenti che celebrano Draghi per aver salvato l’Europa con il QE, oppure lo attaccano per non aver fatto abbastanza QE. In Germania, invece, i commenti al discorso del presidente della BCE sono stati di segno completamente opposto. Holger Steltzner, caporedattore economico della Frankefurt Allgemeiner, lo ha accusato di aver fatto fin troppo. Secondo lui, Draghi avrebbe soltanto fatto finta di ridurre lo stimolo economico della BCE, che in realtà continuerà in maniera occulta sotto forma di reinvestimento delle obbligazioni in scadenza. Steltzner ha scritto che Draghi intende influenzare il suo successore alla guida della BCE, legandogli le mani e costringendolo a mantenere in vigore le politiche espansive da lui volute e introdotte.

Quello su come dovrà comportarsi in futuro la BCE è uno dei dibattiti più accesi e al contempo più importanti per il futuro dell’Unione Europea e dell’eurozona. Il punto è se e quanto la BCE dovrà continuare a intervenire iniettando più o meno direttamente liquidità nell’economia europea per cercare di stimolarne la crescita. In base al suo statuto, la BCE non avrebbe questo compito. Il suo mandato è soltanto quello di mantenere la stabilità della moneta. In altre parole, finché tiene l’inflazione sotto controllo, la banca centrale sta facendo il suo dovere.

Limitarsi a questo ruolo però è ritenuta da molti un’interpretazione troppo restrittiva del mandato e al picco della crisi erano in molti a chiedere che la BCE adottasse un atteggiamento diverso, intervenendo direttamente nell’economia per stimolarla (o almeno, per salvare quei paesi che senza un suo intervento avrebbero rischiato il fallimento). Con l’arrivo di Draghi alla BCE alla fine del 2011, questo maggior coinvolgimento iniziò finalmente a manifestarsi. Prima con la famosa dichiarazione “whatever it takes”, quando Draghi fece capire che sotto la sua guida la BCE sarebbe ricorsa anche a strumenti “poco ortodossi” pur di salvare l’euro; e poi con il programma QE di acquisto di titoli di stato e altre obbligazioni (un programma di acquisto che quasi tutte le altre principali banche centrali del mondo, da quella degli Stati Uniti a quella giapponese, avevano già iniziato anni prima).

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Non tutti però videro di buon occhio la decisione di Draghi. In particolare in Germania e in buona parte del Nord Europa, banchieri centrali, politici e commentatori hanno da allora accusato più o meno apertamente la BCE di finanziare i paesi mediterranei e di incoraggiarli ad essere “spedaccioni”. Secondo molti, anche tra i commentatori italiani, la BCE avrebbe dovuto limitare il suo intervento e lasciare che fosse da un lato una maggiore austerità e dall’altro un generale “efficientamento” dell’economia a tirare fuori i paesi periferici dalla crisi e dal rischio di bancarotta.

L’atteggiamento dei tedeschi non è nuovo. Sono oramai decenni che intellettuali e politici del paese sembrano avere una forte avversione a tutte quelle politiche che rischiano di causare inflazione, come ad esempio gli interventi di stimolo della BCE, mentre la difesa del contribuente tedesco dalla rapacità degli europei meridionali intenti a farsi finanziare la loro “bella vita” è un popolare argomento da comizio e da talk show.

Fino ad oggi Draghi è riuscito a muoversi con abilità tra le necessità dell’economia europea e in particolare di quella dell’Europa del Sud (che secondo molti ha un particolare bisogno di stimoli monetari) e le richieste della Bundesbank, la banca centrale tedesca, e degli altri paesi del Nord Europa, che chiedono maggior rigore e un più severo controllo sugli stimoli in grado di causare inflazione. Quali scelte farà in futuro la BCE dipenderà dall’evoluzione di questo dibattito e, ancora di più, dal successore che il prossimo ottobre prenderà il posto di Mario Draghi.