L’accordo su Brexit è stato bocciato: e ora?

Oggi si vota l'opzione del "no deal", ma sta arrivando il momento delle decisioni

Theresa May (Jessica Taylor/UK Parliament via AP)

Martedì sera il Parlamento britannico ha respinto per la seconda volta l’accordo su Brexit negoziato dalla prima ministra Theresa May e dall’Unione Europea, con 391 voti contrari e 242 favorevoli: è stata la quarta peggior sconfitta di sempre di una proposta del governo nella Camera dei Comuni (la Camera bassa del Parlamento britannico), ed è stata la seconda volta in poco meno di due mesi che la stragrande maggioranza dei parlamentari si è espressa contro l’accordo di May. Quando mancano 16 giorni a Brexit – la data è fissata per il 29 marzo – il Regno Unito si trova in una situazione molto complicata: senza un accordo, senza le idee chiare e con una serie di importanti decisioni da prendere nei prossimi giorni.

L’accordo votato martedì sera dal Parlamento era leggermente diverso da quello bocciato a metà gennaio: prevedeva alcune modifiche negoziate da May lunedì durante un incontro con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che nelle intenzioni del governo avrebbero dovuto convincere i più scettici ad appoggiare l’intesa. Le modifiche, relative per lo più a dare rassicurazioni sull’ormai famoso “backstop“, non sono però state considerate sufficienti da molti parlamentari, tra cui diversi Conservatori e i membri del DUP, il partito unionista nordirlandese che sostiene il governo May. Nonostante le richieste britanniche, l’Unione Europea ha ribadito martedì che non ci saranno più concessioni al Regno Unito riguardo l’accordo su Brexit.

La situazione per il Regno Unito è ora piuttosto complicata e i prossimi giorni saranno cruciali per capire cosa succederà con Brexit.

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Il primo voto importante si terrà questa sera. I parlamentari dovranno esprimersi su una mozione relativa al “no deal”, ovvero all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza un accordo, scenario considerato catastrofico da diversi analisti. Quello sul “no deal” potrebbe essere un voto molto importante per il governo May, che non ha mai voluto rinunciare a questa opzione, ritenendola fondamentale per la sua strategia negoziale. D’altra parte, all’interno del Partito conservatore c’è molta resistenza al “no deal”, condivisa da tutta l’opposizione. La stessa May ha detto di non voler imporre una linea di partito e di voler lasciare liberi i parlamentari Conservatori di votare secondo coscienza: una mossa piuttosto inusuale per un voto così importante.

Se il “no deal” dovesse essere escluso – scenario più probabile – il Parlamento dovrà ritrovarsi ancora giovedì per votare una eventuale proroga dell’Articolo 50 del Trattato di Lisbona, per spostare più avanti la data fissata per Brexit. Al riguardo, il portavoce del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha detto che il Regno Unito dovrà motivare la richiesta di proroga: «I 27 membri dell’Unione Europea si aspettano di ricevere una giustificazione credibile per una possibile estensione, con indicata la durata». In altre parole, il governo dovrà tornare a Bruxelles con una proposta e non potrà limitarsi semplicemente a chiedere altro tempo senza una ragione precisa.

Intanto mercoledì mattina il ministro britannico per Brexit, Stephen Barclay, ha annunciato che il Regno Unito non applicherà dazi sull’87 per cento delle merci importate in caso di uscita improvvisa e disordinata del paese dall’Unione Europea, per evitare un’impennata dei prezzi. I dazi continueranno però ad essere applicati ad alcuni beni particolari, come carne di manzo, agnello e maiale e diversi prodotto lattiero-caseari, con l’obiettivo di sostenere allevatori e agricoltori storicamente protetti da queste tipo di misure. Il nuovo regime dei dazi si applicherebbe in caso di “no deal” a partire dal 29 marzo.