La sinistra che non vuole l’Europa

L'euroscetticismo di sinistra è vecchio quanto l'Europa, e dopo essere scomparso per una generazione oggi sta facendo il suo ritorno anche in Italia

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca

«La bandiera europea è un simbolo di oppressione!». Il grido si alza improvvisamente dal pubblico e interrompe il dibattito in corso oramai da più di un’ora. Il relatore è preso di sorpresa e deve alzare la voce per tornare a farsi ascoltare: «Io», risponde cercando di imporsi sul suo interlocutore, «preferisco parlare di un simbolo di sofferenza». Ma la voce dal pubblico insiste: «Oppressione!», ripete scandendo le sillabe. Più di una persona tra quelle sedute intorno a lui annuisce d’accordo.

Lo scambio, che sembra uscito da un comizio della Lega o da un convegno di Fratelli d’Italia, è avvenuto pochi giorni fa nella sala principale dell’Arci Bellezza, lo storico centro sociale milanese fondato oltre un secolo fa e scelto da Luchino Visconti per girare alcune scene del film Rocco e i suoi fratelli. Sul palco, a parlare ad un gruppo di giovani studenti di Filosofia ed ex militanti di sinistra, quasi tutti maschi, non c’era un leader della nuova destra populista ma il deputato di Liberi e Uguali Stefano Fassina, ex viceministro dell’Economia, un passato da economista del Fondo Monetario Internazionale e una lunga carriera nel PCI, nei DS e poi nel PD.

Fassina era a Milano per presentare il manifesto del suo nuovo partito “Patria e Costituzione”, un movimento di sinistra radicale, euroscettico e “sovranista” che ha fondato nel settembre del 2018. Il manifesto del partito è un testo di quattro pagine che riassume quello che Fassina ha iniziato a sostenere da quando nel 2015 ha abbandonato il Partito Democratico. L’Unione Europea, dice in sostanza, è uno dei principali problemi del nostro continente. Con le sue istituzioni non democratiche ha contribuito a diffondere e imporre politiche neoliberiste che hanno prodotto crisi economica, austerità e crescita delle diseguaglianze. L’unica soluzione a questo stato di cose è uscire dall’Unione e tornare a fare una politica centrata sugli stati nazionali, le uniche costruzioni sociali dove è possibile creare «vincoli di solidarietà» che a loro volta «sono la condizione necessaria per mettere in atto politiche redistributive e di giustizia sociale». L’ideologia del «cosmopolitismo», che sta dietro all’integrazione europea,  andrebbe sostituita con un «patriottismo progressista», basato sull’orgoglio per le grandi conquiste economiche e sociali raggiunte dal movimento dei lavoratori nella storia del nostro paese.

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Finora il messaggio di Fassina non ha ottenuto particolare successo. Il suo tentativo di mettere insieme una piattaforma di sinistra radicale con una forte dose di euroscetticismo e sovranismo ha incontrato spesso ironie e disinteresse, tanto dai media quanto da gran parte del ceto politico. Fassina è stato accusato di imitare la Lega, di essere un eccentrico che ha creato un bizzarro guazzabuglio ideologico alla ricerca di visibilità personale. Persino nell’area della sinistra radicale il suo movimento viene tenuto in scarsa considerazione e spesso liquidato con un’alzata di spalle. Ma il tema sollevato dal piccolo partito di Fassina – l’idea che non sia possibile creare una vera forza di sinistra senza cambiare completamente l’Unione Europea – non è una sua invenzione. L’euroscetticismo di sinistra esiste da quando esiste l’Unione Europea e proprio in questi ultimi anni è tornato a dividere e a far discutere la sinistra in tutto il continente.

«Sin dall’inizio della costruzione europea i partiti comunisti erano in gran parte contrari al progetto comunitario», racconta David Broder, storico dei partiti comunisti italiano e francese e redattore europeo della rivista di sinistra Jacobin. Il PCI, per esempio, nel 1957 votò contro la creazione del Mercato Comune Europeo, mentre i comunisti francesi votarono insieme ai gollisti per bloccare il progetto di difesa comune europeo. «Per i partiti comunisti», spiega Broder, «l’integrazione europea era uno strumento della politica estera americana, un modo per dividere ulteriormente l’Europa dai loro alleati dell’Unione Sovietica». Nel Regno Unito, dove il partito comunista era sostanzialmente inesistente, Broder racconta che il Partito Laburista fu inizialmente favorevole al progetto europeo, ma non aveva la minima intenzione di farvi partecipare direttamente il Regno Unito. Quando negli anni Settanta si iniziò a parlare di entrare nella Comunità Europea furono i conservatori a fare il passo più importante, mentre il Partito Laburista promosse un referendum confermativo e la sinistra del partito fece campagna per il no all’ingresso.

Le critiche che all’epoca la sinistra muoveva al progetto europeo erano in sostanza le stesse che si sono sentite in questi giorni dal palco dell’Arci Bellezza. «Leader laburisti come Micheal Foot e Tony Benn», spiega Broder citando due importanti leader della sinistra del partito negli anni Settanta e Ottanta, «erano contrari al progetto perché i trattati europei favorivano la libertà dei mercati e ostacolavano l’intervento dello Stato», mentre i laburisti preferivano tenere sotto controllo i mercati e non avevano nulla in contrario all’intervento dello stato nell’economia. Negli stessi anni il socialista olandese Sicco Mansholt, che sarebbe poi divenuto un importante Commissario europeo, sosteneva che quella che si stava costruendo non era un’Europa dei cittadini, ma «delle grandi società, delle multinazionali e dei monopoli».

Anche se non fu un atteggiamento unanime (i socialisti francesi e quelli tedeschi ebbero sempre una posizione più favorevole all’integrazione europea rispetto ai loro colleghi del Nord Europa), le critiche da sinistra hanno accompagnato la costruzione europea sin dal suo principio e iniziarono a ridursi, fino a diventare minoranza, soltanto a partire dagli anni Settanta e Ottanta. In Italia questo passaggio fu particolarmente importante e coincise con la scelta del segretario del PCI Enrico Berlinguer di staccarsi dalla tutela politica e ideologica che fino a quel momento l’Unione Sovietica aveva esercitato sul suo partito. «L’approdo del PCI all’europeismo costituì di fatto la più radicale rottura col suo bagaglio ideologico originario», ha scritto Giorgio Napolitano, compagno di partito e rivale di Berlinguer, in un passaggio della sua autobiografia. Scegliere l’Europa al posto dell’Unione Sovietica significò per i dirigenti di allora scegliere la democrazia liberale e multipartitica al posto dei regimi socialisti sovietici che avevano sostenuto fino a quel momento. Se in Napolitano, come negli altri dirigenti comunisti, era presente il timore che quell’Unione potesse trasformarsi in una «semplice area di libero scambio o di mercato comune», questa preoccupazione passava in secondo piano di fronte alla convinzione che una vera e propria democrazia si potesse esercitare soltanto in ambito europeo.

Per la sinistra italiana, quindi, l’Europa divenne sinonimo stesso di democrazia e una crescente integrazione europea divenne l’unica strada per perseguirla. Al culmine di questo processo di mutamento Altiero Spinelli, uno dei firmatari del Manifesto di Ventotene e considerato un padre dell’europeismo, espulso dal Partito Comunista negli anni Trenta, fu candidato ed eletto da indipendente nelle liste del PCI alle elezioni politiche del 1976.  Fu un passaggio storico ed emotivo di grande profondità, che rimase impresso a migliaia di militanti e dirigenti del partito e le cui conseguenze si avvertono ancora oggi. Il risultato di questa conversione così convinta fu che gli eredi del PCI, del PDS e poi dei DS, divennero i partiti più euroentusiasti del panorama politico italiano ed europeo. Per un’intera generazione la sinistra italiana non espresse posizioni che oggi chiameremmo “sovraniste”. Sostenne invece con entusiasmo i governi che portarono l’Italia nella moneta unica e lo fece anche grazie all’appoggio della sinistra radicale, che quei governi li sostenne e, tra le numerose ragioni che utilizzò per farli traballare e a volte cadere, non pensò mai di utilizzare la questione europea.

Negli ultimi anni le cose sono iniziate a cambiare, all’estero come in Italia. Come dice oggi Broder: «La crisi economica ha riportato alla coscienza della sinistra i problemi della costruzione europea». L’aumento della disoccupazione, delle diseguaglianze e della povertà in quasi tutto il continente, il trattamento riservato alla Grecia, l’introduzione di misure di austerità e le timide politiche monetarie della BCE hanno contribuito a fornire argomenti freschi a una nuova generazione di critici dell’Unione Europea. Economisti mainstream come Paul Krugman e Joseph Stiglitz hanno rilevato le mancanze della costruzione della moneta unica, mentre altri come Costas Lapavitsas e lo storico economico Adam Tooze hanno criticato la gestione della crisi da parte delle istituzioni europee. Sociologi e studiosi di politica hanno affiancato le loro critiche all’architettura incompleta dell’Unione e alla mancanza di legittimità democratica di molte sue istituzioni. Quasi ovunque è stata la destra radicale e populista la forza politica che più ha approfittato di questo nuovo clima, ma alcuni partiti di sinistra hanno avuto successo nel far loro le nuove critiche all’Europa, portandole spesso alle estreme conseguenze.

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Tra chi ha cercato di tradurle in una linea politica nessuno a sinistra ha avuto finora maggior successo di Syriza, la coalizione della sinistra radicale greca guidata da Alexis Tsipras, che nel suo programma proponeva l’uscita dalla moneta unica se le sue richieste di rinegoziazione del pacchetto di aiuti internazionali non fossero state accolte. Syriza ottenne un’inaspettata vittoria alle elezioni del 2015 e, anche se alla fine non portò a termine le sue promesse, rimane ancora oggi una delle due principali forze politiche del paese, eclissando di fatto l’europeista partito socialdemocratico PASOK.

Due anni dopo la vittoria di Syriza del 2015, alle presidenziali francesi Jean-Luc Mélenchon, un ex ministro socialista divenuto leader del partito di sinistra euroscettica France Insoumise (che significa letteralmente “La Francia indomita”), ha raccolto due punti percentuali meno di Marine Le Pen, rischiando di arrivare al ballottaggio contro Emmanuel Macron. Podemos, in Spagna, è un altro esempio di partito di sinistra costruito su una piattaforma euroscettica, mentre in Germania deve ancora essere messo alla prova “Aufstehen”, un movimento politico di estrema sinistra nato con l’obiettivo esplicito di recuperare i voti persi nei confronti dell’estrema destra, utilizzando l’euroscetticismo e una maggiore severità sui temi dell’immigrazione. Nel Regno Unito, infine, la freddezza del nuovo Labour guidato da Jeremy Corbyn, un allievo del vecchio leader della sinistra laburista Tonny Benn, nel difendere la permanenza del paese nell’Unione Europea è oggetto di continue discussioni e critiche da parte dell’ala centrista del partito.

Anche in Italia a sinistra non c’è soltanto il piccolo partito di Fassina a parlare di euroscetticismo e di patriottismo. Il rapporto con l’Europa è uno dei principali temi su cui sta discutendo e si divide la sinistra radicale in vista delle elezioni europee. Il protagonista principale di questa discussione è Potere al Popolo, il partito nato dagli attivisti del centro sociale napoletano Je so’ Pazzo e da altre associazioni che alle ultime elezioni politiche ha raccolto poco meno di 400 mila voti. Potere al Popolo ha posto come condizione per qualsiasi accordo con le altre forze di sinistra un netto rifiuto dell’Europa e dell’euro. «Non c’è bisogno di un’altra lista che si pieghi alle imposizioni della Commissione», ha detto questa settimana la coordinatrice del partito, Viola Carofalo. Il messaggio è rivolto alle altre forze della sinistra e della sinistra radicale, giudicate dai dirigenti di Potere al Popolo troppo timide nelle loro critiche all’Europa. Potere al Popolo probabilmente finirà per accordarsi soltanto con il vecchio Partito della Rifondazione Comunista, scomparso da tempo dalle prime pagine dei giornali ma fondamentale per potersi candidare alle europee senza passare dall’elaborato processo di raccolta delle firme, grazie alla sua affiliazione con il partito della sinistra radicale europea GUE.

L’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea sembra invece essere stata una delle ragioni che gli impediscono la collaborazione con Sinistra Italiana, il partito guidato da Nicola Fratoianni che alle ultime elezioni si è presentato dentro la lista Liberi e Uguali. Fratoianni chiede da tempo una radicale riforma dell’Europa, ma rimane un “riformista” lontano dalle critiche fondamentali che muovono leader politici come Carofalo, Fassina, Mélenchon e Pablo Iglesias, l’ex leader di Podemos. Per la stessa ragione non ci sarà alcuna collaborazione con il movimento transeuropeo Diem 25 dell’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, anche lui giudicato troppo europeista.

Le trattative, discussioni e divisioni politiche della sinistra radicale sono di solito un argomento che interessa una fetta molto ridotta dal pubblico italiano. Di recente però il dibattito sul rapporto tra sinistra ed Europa è iniziato a uscire dai circoli ristretti e dai centri sociali per arrivare in luoghi fino a poco tempo fa insospettabili. Il giorno dopo l’intervento di Fassina all’Arci Bellezza, la Fondazione Feltrinelli di Milano ha ospitato la teorica politica belga Chantal Mouffe nella sua sede di Porta Garibaldi a Milano, un edificio ultramoderno di cemento e vetro condiviso con la sede di Microsoft Italia, il primo del ciclo di incontri politici in vista delle elezioni europee “EU2019: Target democracy”. Davanti a un pubblico piuttosto maturo tra cui si contavano parecchi uomini in giacca e cravatta e donne in pelliccia, Mouffe ha tenuto una lezione dal titolo “E se il populismo fosse di sinistra?”. Nel corso del suo intervento, tratto dal suo pamphlet Per un populismo di sinistra, da poco pubblicato da Laterza, Mouffe ha sostenuto la necessità per le forze della sinistra europea di adottare una retorica radicale e divisiva che rompa la precedente egemonia identificata con l’internazionalismo e l’europeismo. Al termine della lezione il giornalista Gad Lerner le ha chiesto se oggi è diventato possibile essere di sinistra soltanto al livello di singoli stati e quindi fuori dall’Unione Europea. «Non è possibile “solo” negli stati», ha risposto Mouffe, «ma la battaglia deve cominciare negli stati. Io non credo che un patriottismo che si ispiri agli episodi eroici dello scontro progressista sia negativo».

A introdurre la lezione di Mouffe alla Fondazione Feltrinelli è stato un giovane docente di Teoria politica dell’università di Bath nel Regno Unito, Samuele Mazzolini, che ha organizzato l’incontro insieme alla sua associazione “Senso Comune”. Il giorno prima dell’incontro alla Fondazione, Mazzolini si trovava dall’altra parte della città, sul palco dell’Arci Bellezza insieme a Stefano Fassina, con cui dalla scorsa estate condivide il percorso politico. Nella sua introduzione alla lezione di Mouffe, tenuta di fronte a un pubblico profondamente diverso da quello dello storico centro sociale, Mazzolini ha parlato della necessità di riportare al centro della politica «lo stato nazionale», dei danni alla sovranità nazionale causati dal neoliberismo e dello stato comatoso in cui versano i partiti della sinistra tradizionale come il PD a causa della loro complicità in questo progetto. Anche se dice di essere contrario alla moneta unica, Mazzolini ha spiegato al Post di non essere un fanatico e di non condividere i piani dei più noti tra i cosiddetti “no-euro” italiani (quasi tutti finiti tra le fila della Lega), che parlano di uscire dall’euro a sorpresa nel corso di un weekend.

«Sono sciocchezze», spiega al telefono dal Regno Unito, dove è tornato per proseguire le sue lezioni. «Non si può uscire dall’Europa nel corso di un fine settimana». Per Mazzolini riprendere la sovranità monetaria e ridiscutere l’Unione Europea non sono obiettivi che si raggiungono con piani segreti e colpi di mano. Sono processi che si svolgono in tempi medio-lunghi e che non devono portare per forza a un rifiuto totale dei valori europei. Ma la possibilità di abbandonare questa Unione, sostiene, deve essere sempre tenuta presente nel processo che porterà alla sua ridiscussione: «Se non hai l’opzione reale di alzarti dal tavolo, prima o poi rimani schiacciato».

Anche se nessuno ha svolto indagini demoscopiche sulle più di duecento persone che avevano assistito all’incontro nella Fondazione introdotto da Mazzolini, è facile immaginare che fossero in maggioranza elettori del Partito Democratico o di un’altra forza di centrosinistra, e che raramente in precedenza siano stati esposti a simili valutazioni sul progetto europeo. A giudicare da quanti hanno lasciato l’incontro prima della sua conclusione, viene da pensare che non tutti siano stati convinti. Mazzolini dice di essere conscio di quanto sia difficile costruire il progetto che ha in mente. «Ci rivolgiamo a una platea di sinistra, ma quella platea, per quanto ci siano degli apprezzamenti, fa ancora fatica a rompere con l’Europa».

L’associazione Senso Comune, che ha iniziato la sua attività da circa due anni, ha circa duecento soci e una pagina Facebook con ventimila iscritti. Insieme a Patria e Costituzione e alle altre forze della “sinistra sovranista” italiana probabilmente non avrebbe i consensi necessari a superare la soglia di sbarramento in un’eventuale elezione. Per quanto il dibattito sia molto più aperto rispetto a quindici anni fa, la sinistra sovranista in Italia non è solo minoritaria, ma è quasi irrilevante rispetto alle dimensioni che ha acquisito in quasi tutti gli altri grandi paesi europei. La ragione ha in parte a che fare con le circostanze politiche, dalla storica divisione delle forze dell’ala radicale della sinistra, alla mancanza di un leader carismatico e credibile. Ma le sue radici affondano anche nel rapporto particolare e affettivo che la sinistra italiana ha costruito con l’Europa e che ha contribuito, fino a pochi anni fa, a fare degli italiani uno dei popoli europei più entusiasti del processo di integrazione. Se nel frattempo per l’elettorato in generale le cose sono cambiate e l’apprezzamento per l’Unione Europea è crollato ai minimi storici, lo stesso non è accaduto – o è accaduto con minor forza – agli attivisti, ai militanti e ai sostenitori che di quelle forze di sinistra costituiscono ancora la spina dorsale.

La rabbia e la volontà degli elettori di rompere con il passato «non è sentita tra i militanti», nota Broder, secondo cui questo fenomeno non si verifica solo in Italia. Nel Regno Unito, per esempio, il 90 per cento degli iscritti al Partito Laburista è favorevole a rimanere nell’Unione Europa, ma un suo elettore su tre nel 2016 ha votato per andarsene. È un fenomeno che anche Mazzolini conosce bene: «Fare militanza con noi spesso significa rompere amicizie politiche di lunga data. La platea di militanti ai quali ci rivolgiamo fa ancora fatica a distaccarsi dall’idea dell’Unione Europea».

Sono in molti a considerare questa resistenza di attivisti e militanti una fortuna e a sperare che la sinistra, italiana ed europea, riesca a emergere dalla sua attuale crisi conservando il suo spirito europeista, magari spostandosi ulteriormente verso il centro dello spettro politico, come hanno fatto tanti dirigenti e militanti del Partito socialista francese sostenendo Emmanuel Macron, o come hanno fatto i deputati usciti dal Partito Laburista britannico per fondare, insieme ad alcuni conservatori, il nuovo Independent Group europeista. La costruzione dell’Unione Europea, sostengono, è così importante da far superare le tradizionali divisioni partitiche. Ma per una nuova generazione di politici di sinistra, invece, quella che da Fassina arriva a Mélenchon e da Iglesias arriva fino a Mazzolini, questa resistenza dell’europeismo rimane una delle cause principali della crisi della sinistra europea, e finché non sarà superata renderà difficile – se non impossibile – connettersi di nuovo con l’elettorato perduto negli ultimi anni.

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