Un cameriere italiano, Antonio Davide d'Elia, mentre lavora nel ristorante di cucina italiana "La Pappardella" a Londra. (DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images)

Cosa succederà agli italiani nel Regno Unito in caso di “no deal”

Per chi risiede nel paese da almeno cinque anni cambierà poco: per gli altri resta tutto da vedere

Un cameriere italiano, Antonio Davide d'Elia, mentre lavora nel ristorante di cucina italiana "La Pappardella" a Londra. (DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images)

La possibilità che il Regno Unito lasci l’Unione Europea senza un accordo si sta facendo sempre più probabile. Nel caso in cui dovesse succedere, dal 30 marzo 2019 il Regno Unito non farà più parte dell’Unione Europea e verrà considerato un paese terzo dagli altri stati membri. Uno scenario di questo tipo potrebbe diventare un problema per tutti i cittadini UE che vivono nel paese, compresi i circa 700 mila cittadini italiani.

In tutto ci sono circa 3 milioni di cittadini europei che vivono, studiano o lavorano nel Regno Unito, mentre un milione e mezzo di cittadini britannici si trova nei paesi membri dell’Unione Europea. Non è ancora chiaro cosa succederà a queste persone nel caso di “no deal”, nessun accordo. L’Unione Europea ha detto che cercherà di garantire ai cittadini britannici le stesse condizioni di residenza di cui godono ora, con la speranza che anche il Regno Unito faccia lo stesso con i cittadini europei. Al momento però non ci sono garanzie.

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Anche l’Italia si sta adoperando per capire come comportarsi in caso di “no deal”. Il 15 gennaio 2019 la presidenza del Consiglio dei ministri ha diffuso una nota che diceva che l’Italia «continuerà a lavorare in stretto contatto con le Istituzioni e gli altri Stati membri dell’UE per limitare le conseguenze negative della Brexit», anche e soprattutto in caso di recesso senza accordo, «per garantire i diritti dei cittadini italiani nel Regno Unito, quelli dei cittadini britannici in Italia, la stabilità dei mercati e dei settori bancario, assicurativo e finanziario e un recesso il più ordinato possibile in tutti gli altri campi a tutela di cittadini e imprese».

Il 6 dicembre il governo britannico ha pubblicato un documento in cui spiega che anche in assenza di un accordo si adopererà per tutelare i diritti di tutti i cittadini europei che già risiedono nel Regno Unito. Di fatto, chi si trova nel paese al momento dell’uscita dall’Unione continuerà a godere dei diritti che aveva in precedenza, mentre chi arriverà in seguito a quella data sarà sottoposto alle nuove regole sull’immigrazione che saranno approvate successivamente.

Il governo britannico, quindi, manterrà anche in caso di “no deal” la stessa offerta presente nell’accordo raggiunto dalla prima ministra Theresa May con l’UE e bocciato dal Parlamento britannico la scorsa settimana: per i residenti nel paese da almeno cinque anni non cambierà quasi nulla, dovranno solo fare richiesta per il Settled status, il permesso di soggiorno definitivo, e continuare a godere di tutti i diritti a cui avevano accesso in precedenza (la differenza è solo nel “quando” si calcolano i cinque anni: fino al 30 marzo in caso di “no deal”, fino alla fine del periodo di negoziati aggiuntivi, gennaio 2021, nel caso di accordo).

Chi è nel paese da meno tempo avrà diritto al pre-Settled status, un permesso temporaneo concesso in attesa di maturare i requisiti per ottenere quello permanente. Questi nuovi permessi di soggiorno per cittadini provenienti dall’Unione Europea dovrebbero essere concessi con procedure agevolate. Solo chi arriverà nel paese dopo l’effettiva uscita dell’Unione sarà sottoposto al nuovo regime migratorio che sarà approvato dal Parlamento britannico.

L’Italia nel frattempo si è già adoperata per garantire alla comunità di cittadini britannici che risiedono nel nostro paese alcune garanzie in caso di “no deal”. Il ministero degli Esteri, infatti, ha fatto sapere che i britannici in Italia «continueranno a risiedere legalmente e potranno continuare a lavorare con gli stessi diritti» anche nel caso in cui il recesso avvenisse senza accordo. La notizia era stata data dall’associazione British in Italy poco prima di Natale.

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