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  • domenica 9 dicembre 2018

Cosa sta sbagliando Macron

L'Economist era stato entusiasta della sua elezione, ma scrive che dovrebbe dare meno la percezione di essere il "presidente dei ricchi"

Macron a Louvain, 20 novembre 2018 (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

A tre settimane dall’inizio delle proteste dei “gilet gialli”, la popolarità del presidente francese Macron è scesa al di sotto del 20 per cento. Macron ha perso 3 punti percentuali e il suo livello di approvazione, già molto basso, è dato oggi intorno al 18 per cento, mentre i francesi che lo disapprovano sono pari al 76 per cento. In generale il gradimento di Macron è in costante calo dal giorno della sua nomina: nell’articolo di copertina di questa settimana, l’Economist si è chiesto perché.

«L’anno scorso», comincia l’Economist, «Emmanuel Macron ha preso il potere con il mandato di riformare la Francia. Questa settimana la Francia è sembrata irriformabile»: ci sono le proteste dei gilet gialli, le violenze legate a quella mobilitazione e gli studenti che stanno occupando le scuole. I «passi indietro» che ha fatto Macron negli ultimi giorni (la sospensione definitiva dell’aumento delle tasse sui carburanti e, sembra, la disponibilità a rimettere in discussione la patrimoniale parzialmente eliminata subito dopo la sua elezione) «lo stanno facendo sembrare debole come tutti i suoi recenti predecessori».

Bisogna dire qui che l’Economist si era mostrato decisamente entusiasta per l’elezione di Macron, tanto che nel 2017 aveva ha scelto la Francia come paese dell’anno: Macron, aveva scritto, è «un giovane ex-banchiere che non ha avuto il sostegno di nessuno dei partiti tradizionali» e La République En Marche, il suo partito, «ha schiacciato la vecchia guardia per conquistare la maggior parte dei seggi all’Assemblea nazionale». Questo, diceva sempre l’Economist, «ha dato speranza a coloro che pensano che il vecchio divario sinistra-destra fosse meno importante di quello tra aperto e chiuso». Macron aveva condotto una campagna «per una Francia aperta alle persone, alle merci e alle idee dall’estero e ai cambiamenti sociali in casa. In sei mesi lui e il suo partito hanno approvato una serie di riforme ragionevoli, tra cui una legge anti-corruzione e un allentamento delle rigide leggi sul lavoro della Francia».

Nel suo ultimo articolo l’Economist riprende quell’iniziale apprezzamento, dicendo che quando il partito di Macron aveva ottenuto la maggioranza parlamentare, la sua «rivoluzione sembrava inarrestabile». Tuttavia, «lungo la strada, Macron ha dimenticato che un presidente francese non è né un dio né un monarca, ma semplicemente un politico in una democrazia» che richiede un costante impegno sul consenso. La sua «elevatura» l’ha portato a commettere una serie di piccoli ma significativi passi falsi, secondo l’Economist: quando rimproverò un adolescente di averlo chiamato con il suo diminutivo “Manu” invece di “Monsieur le Président”, quando convocò deputati e senatori a Versailles per pronunciare un discorso, quando dubitando che un disoccupato non riuscisse a trovare lavoro, gli disse «Attraverso la strada e te lo trovo io», o quando all’inaugurazione di un nuovo campus a Parigi nell’ex magazzino merci della Gare d’Austerlitz disse che «una stazione è un luogo dove si incontrano coloro che hanno successo e coloro che non sono niente».

Macron sembra aver dimenticato, dice l’Economist, che al momento dell’elezione ottenne molti consensi da persone stanche di «appoggiare gli estremisti»: Marine Le Pen da una parte e Jean-Luc Mélenchon dall’altra. Ma nelle riforme che Macron ha portato avanti fino ad ora, e nella sua postura presidenziale, non ha sostanzialmente saputo mantenere un equilibrio: la tassa sulla benzina (inserita in una strategia sana e più ampia per la transizione ecologica del paese) non ha tenuto conto che l’impatto maggiore lo avrebbero sofferto le persone che vivono in periferia, che usano l’auto per andare al lavoro e che già sono in difficoltà economiche. L’abolizione della patrimoniale sugli investimenti finanziari ha privato il paese di circa 3 miliardi di euro di imposte e non è stata accompagnata da misure significative a favore delle persone più povere. Macron insomma è percepito, secondo molti a ragione, come «il presidente dei ricchi».

La decisione di annullare per tutto il 2019 l’aumento delle tasse sui carburanti, sempre secondo l’Economist, non avrà gli effetti sperati sulla mobilitazione antigovernativa: perché le proteste sono partite da lì ma si sono poi ampliate e amplificate, e perché le proteste, scrive l’Economist, «in parte sono state dirottate da teppisti estremisti che hanno solo interesse al rovesciamento del capitalismo attraverso la violenza». Facendo delle concessioni, Macron potrebbe dare l’impressione di essere un presidente in balia delle folle per le strade: questo potrebbe incoraggiare la formazione di altri gruppi con modalità simili interessati ad altre riforme.

Ma non tutto è perduto per Macron, dice l’Economist. Innanzitutto lui e il suo governo dovrebbero fare di più per promuovere e spiegare le cose buone che hanno già fatto ma che sono state sottovalutate (l’Economist cita la riforma del lavoro, che è stata molto contestata ma che faciliterebbe le assunzioni a lungo termine). E poi dovrebbe dimostrare con più chiarezza quali sono le sue priorità, mostrando anche la disponibilità a fare degli investimenti: dovrebbe ad esempio bilanciare la cancellazione parziale della patrimoniale con misure a favore dei più poveri. Infine: secondo l’Economist è lo stesso Macron ad aver bisogno di cambiare. La sua presidenza viene definita “jupitérienne”, con riferimento a Giove, il padre degli dei, o comunque verticale e distaccata. I dati dicono però che il presidente francese più popolare degli ultimi tempi è stato anche il meno lontano dalle persone: Jacques Chirac. In questo preciso momento storico, dunque, «un politico che non riesce a persuadere le persone comuni che le capisce, che è loro vicino e che le vuole aiutare» riuscirà difficilmente a raggiungere degli obiettivi. Non gli serviranno insomma i poteri sovrumani di cui Macron sembrava essere dotato all’inizio del suo mandato per riformare la Francia, ma quelli più umani: «Pazienza, persuasione e umiltà».

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