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  • giovedì 22 novembre 2018

Erdoğan ha vinto o ha perso con il caso Khashoggi?

Il presidente turco ha usato le registrazioni dell'omicidio del giornalista saudita per ottenere vantaggi politici, e ci è riuscito

Recep Tayyip Erdoğan (BULENT KILIC/AFP/Getty Images)

L’omicidio del giornalista e dissidente saudita Jamal Khashoggi ha provocato nell’ultimo mese e mezzo un trambusto notevole attorno all’Arabia Saudita e al suo uomo più potente, il principe ereditario Mohammed bin Salman, accusato di essere dietro l’intera operazione. Le conseguenze dell’uccisione di Khashoggi sono state diverse: non hanno riguardato solo le relazioni tra il regime saudita e gli Stati Uniti, tradizionalmente molto amichevoli, ma anche l’immagine e la reputazione del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che di tutta questa vicenda è stato uno dei protagonisti più importanti e decisivi, anche se meno chiacchierati.

Il motivo per cui la Turchia c’entra è che Khashoggi è stato ucciso all’interno del consolato saudita a Istanbul.

Fin dai giorni successivi all’omicidio, i giornali turchi – controllati praticamente tutti dal governo – hanno cominciato a diffondere molte informazioni su quello che era accaduto, citando fonti anonime e accusando direttamente il regime saudita. La Turchia, infatti, era in possesso di alcune registrazioni audio dell’omicidio di Khashoggi, probabilmente realizzate da microspie installate segretamente all’interno del consolato saudita. Il governo turco era quindi l’unico a sapere cosa fosse davvero successo quel 2 ottobre. Erdoğan, che è un politico molto abile ed esperto, ha deciso così di usare queste informazioni come mezzo per ottenere vantaggi politici. Tra gli altri: migliorare la sua immagine e screditare quella dell’Arabia Saudita di Mohammed bin Salman, rivale della Turchia in diverse crisi mediorientali; aumentare la sua popolarità tra le popolazioni arabe, mostrandosi come il leader che chiede verità e giustizia; e riavvicinarsi agli Stati Uniti dopo gli ultimi anni di complicati rapporti, magari spingendo il governo americano a rompere la loro amicizia con i sauditi.

Erdoğan ha giocato bene le sue carte e ha ottenuto molto di quello che si era prefissato.

Una delle cose più importanti ottenute da Erdoğan dal caso Khashoggi è stato il miglioramento della sua immagine internazionale, che era uscita molto danneggiata dalle repressioni contro dissidenti, militari, oppositori politici e giornalisti compiute negli ultimi due anni e mezzo, cioè dal tentato colpo di stato in Turchia del luglio 2016 ad oggi. Chiedendo ripetutamente che venisse fuori la verità sull’omicidio di Khashoggi, e accusando il regime saudita di avere compiuto un grave crimine, Erdoğan è riuscito a ottenere per sé uno status internazionale migliore. In questo è stato aiutato anche dall’atteggiamento molto controverso dell’amministrazione statunitense di Donald Trump, che si è contraddetta ripetutamente cercando di difendere in maniera molto goffa le diverse versioni sull’accaduto diffuse dall’Arabia Saudita. Il New York Times ha scritto: «[Erdoğan] si è preso con successo la posizione di superiorità morale lasciata vuota dal presidente americano, e [allo stesso tempo] ha alzato la pressione sull’Arabia Saudita».

Erdoğan è quindi riuscito a modificare, anche se solo in parte, il modo in cui l’Occidente lo vedeva, cioè come leader autoritario e repressivo. Questo gli ha permesso di guadagnare simpatie a Washington, soprattutto in quei membri del Congresso che da settimane chiedono misure più severe contro il regime saudita, finora colpito molto blandamente dalle sanzioni approvate la scorsa settimana dal governo statunitense. Erdoğan comunque non è riuscito a raggiungere del tutto il suo obiettivo: far sì che si rompesse l’amicizia tra Stati Uniti e Arabia Saudita.

Per capire questo punto è necessario fare un paio di premesse.

Prima: la Turchia era interessata a tornare amica degli Stati Uniti, nonostante tutto. Negli ultimi anni le relazioni tra Stati Uniti e Turchia, entrambi membri della NATO, erano infatti peggiorate. Come detto, il regime di Erdoğan era stato molto criticato per le sue politiche repressive successive al tentato colpo di stato, ma non solo. Americani e turchi si erano scontrati soprattutto sul rapporto da tenere con i curdi in Siria. Per gli Stati Uniti, i curdi erano stati gli alleati più importanti nella guerra contro lo Stato Islamico (o ISIS), mentre la Turchia li aveva sempre associati al PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, gruppo che per moltissimi anni ha combattuto contro il governo centrale per ottenere la creazione e il riconoscimento di uno stato curdo.

Nonostante i rapporti siano tesi da tempo, comunque, nessuno dei due paesi aveva mai voluto mandare tutto all’aria. Con il caso Khashoggi sembra che le divergenze siano state messe da parte, almeno per ora: la Turchia ha consegnato agli Stati Uniti le registrazioni dell’omicidio di Khashoggi e gli Stati Uniti hanno detto di voler approfondire le accuse contro il religioso turco Fethullah Gülen, considerato da Erdoğan l’organizzatore del colpo di stato del 2016. Gülen vive negli Stati Uniti dalla fine degli anni Novanta in esilio autoimposto e viene considerato oggi il principale avversario del presidente turco. Qualche giorno fa è uscita sulla stampa americana la notizia che il governo statunitense starebbe valutando la possibilità di espellere Gülen in Turchia: non ci sono molti altri dettagli sulla faccenda, ma il fatto che gli Stati Uniti non abbiano smentito questa ipotesi mostra bene come l’intenzione dell’amministrazione Trump sia quella di trovare nuovi punti di accordo con il governo turco.

Seconda: tra Turchia e Arabia Saudita non corre buon sangue. Negli ultimi anni i due paesi si sono scontrati su diversi fronti, per esempio sull’embargo quasi totale imposto dai sauditi e dai loro alleati al Qatar, accusato di essere troppo vicino all’Iran. La Turchia è stato uno dei pochi paesi a sostenere il Qatar, opponendosi all’embargo: come il Qatar, infatti, il governo turco appoggia i Fratelli Musulmani e le diverse milizie islamiste radicali che partecipano alla guerra siriana. Il regime di Erdoğan, inoltre, si è opposto alle sanzioni che gli Stati Uniti hanno di recente reintrodotto contro l’Iran – sanzioni invece appoggiate dall’Arabia Saudita (per i sauditi, l’Iran è il nemico numero uno).

Fatte queste premesse, e tornando al punto, si vede come Erdoğan fosse interessato a migliorare le sue relazioni con gli Stati Uniti e allo stesso tempo provocare una rottura nei rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Ci è riuscito solo a metà. Nelle ultime settimane i rapporti tra americani e turchi sono migliorati, ma l’amicizia tra americani e sauditi non si è rotta: con un comunicato diffuso mercoledì dalla Casa Bianca, Trump ha riaffermato il suo appoggio a Mohammed bin Salman e in pratica ha detto che non importa quali responsabilità abbia l’Arabia Saudita nell’omicidio di Khashoggi, gli Stati Uniti continueranno ad appoggiarla.

L’impressione è che Erdoğan abbia ancora spazio per provocare una eventuale rottura tra americani e sauditi, comunque molto improbabile vista la posizione dell’amministrazione Trump: potrebbe diffondere le registrazioni audio dell’omicidio di Khashoggi, mossa che diversi analisti definiscono “opzione nucleare”, e dimostrare definitivamente il coinvolgimento del regime saudita. A quel punto però, ha scritto il New York Times, Erdoğan vedrebbe ridotto il suo potere nell’intera vicenda e rischierebbe di perdere il capitale politico guadagnato finora.

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