(Storytel)

Scendere con gli sci dal K2

Dal 22 luglio è una delle cose su cui l'umanità ha messo la spunta, grazie al polacco Andrzej Bargiel

(Storytel)

Il 22 luglio il polacco Andrzej Bargiel è sceso con gli sci dalla cima del K2 fino al campo base: cioè dagli 8.609 metri della seconda e più pericolosa montagna del mondo fino a circa 5.000 metri. Nessuno l’aveva mai fatto prima. Per salire ci ha messo qualche giorno; per scendere è bastata qualche ora, arrivando al campo base in tempo per la cena. Bargiel ha 30 anni ed è uno dei migliori e più forti praticanti dello sci alpinismo: la disciplina di quelli che, non accontentandosi di salire a piedi o scendere con gli sci dalle montagne, fanno entrambe le cose. Se lo sci alpinismo si fa su montagne alte e difficili come il K2 si parla, in gergo, di sci ripido d’altissima quota, che rende bene l’idea.

Quello che ha fatto Bargiel è notevole anche perché, giorno dopo giorno, lo ha raccontato a Storytel, una piattaforma online che offre un servizio di abbonamento simile a quello di Netflix, ma per audiolibri e serie originali. Mentre saliva e dopo essere sceso con gli sci, Bargiel ha raccontato dal vivo e in presa diretta cosa gli succedeva e cosa pensava. Il risultato è ATAK2 – Assalto al K2: una serie originale audio di tre ore, divisa in cinque episodi.

ATAK2 – Assalto al K2 c’è anche in italiano, letto da Matteo de Mojana.

ATAK2 inizia da un fallimento. Racconta infatti di come Bargiel tentò l’assalto al K2 già nell’estate del 2017, dovendo però rinunciare per i problemi fisici di un compagno di spedizione, fondamentale nell’aiutarlo nell’approccio alla vetta, e per l’alto rischio di valanghe. «Il K2 è una vera sfida e questa volta la montagna non ha voluto farci arrivare in cima», scrisse Bargiel su Instagram: «I sogni e la passione sono fondamentali, ma la mia vita e quella dei miei compagni è più importante».

Prima ancora che per come racconta chi è una persona che riesce a fare quello che ha fatto Bargiel, ATAK2 si fa notare per come spiega com’è che qualcuno arrivi anche solo a pensare di poterlo fare, e com’è che ci si prepara per qualcosa del genere. L’arrivo sul K2 è poco prima della fine del quarto episodio e alla discesa – l’evento che rende unica e non solo rara questa impresa – è dedicata meno della metà dell’ultimo. Prima c’è tutto il resto: gli allenamenti, la pianificazione i permessi da ottenere, la squadra da creare, i calcoli da fare, i materiali da scegliere, preparare e provare, l’acclimatamento in quota e la costante necessità di analizzare ogni aspetto della scalata, finendo spesso per fare qualcosa di molto diverso da ciò che era stato previsto, per colpa del tempo o di tutto quello che può succedere sulla montagna più difficile del mondo. In particolare dopo che si superano gli ottomila metri: “la zona della morte”, in cui tutto è incredibilmente complicato e facilmente mortale.

Bargiel ne ha parlato con il Post in una mattina di fine ottobre, alcune ore prima di partecipare a un evento del Milano Montagna Festival, in cui il suo nome era quello di cartellone per uno degli eventi più attesi. Ha gli occhi chiari, parla con voce profonda e ha un fisico da atleta, definito ma non particolarmente massiccio. È vestito tutto di nero, con mocassini senza calze: forse perché, per i suoi parametri, il freddo è un’altra cosa. È riservato, ma non timido. Il viso è comprensibilmente meno asciutto rispetto alle foto di un paio di mesi fa.

Facendosi aiutare da un interprete – l’inglese lo capisce, ma non si sente sicuro a parlarlo – Bargiel racconta che iniziò a sciare a sei anni, usando scii di legno per andare dove capitava, bastava ci fosse neve. Spiega che è cresciuto sui monti Tatra, in mezzo alla neve ma lontano dagli impianti sciistici, e che l’idea di scendere dal K2 con gli sci gli venne intorno ai 12 anni: «Guardavo in tv, con alcuni amici, un resoconto di una spedizione polacca e pensai solo questo: “C’è neve, si può scendere sciando”». Si è appassionato di alpinismo grazie al fratello maggiore e a 16 anni ha iniziato a fare gare di sci alpinismo, competendo a livello mondiale fino a dopo i 20. Ha scalato alcune delle 13 vette oltre gli ottomila metri e prima del K2 era sceso con gli sci da tre: lo Shishapangma, il Manaslu e il Broad Peak. ATAK2 parla anche di quando vinse una lunga gara arrivando prima che i giudici si fossero preparati e prima che il traguardo fosse stato montato. Per misurare il suo tempo di salita usarono il GPS che aveva con sé, e per avere delle immagini da mostrare i giudici gli chiesero, dopo essere arrivato, se per favore poteva simulare un nuovo arrivo.

Oltre che per come scende con gli sci, Bargiel nello sci alpinismo è noto infatti per la velocità con cui arriva in vetta, sempre senza ossigeno ausiliario. Racconta che sono state le gare con arrivo oltre i cinquemila metri a fargli capire che il suo corpo regge bene l’altitudine estrema, ma anche che non gli piace partecipare a lunghe spedizioni invernali in cui per arrivare in vetta ci vogliono molti giorni. Preferisce fare più cose in più posti, spesso salendo d’estate (la neve, comunque, non manca), quasi sempre per poi scendere con gli sci. Racconta che tra la salita e la discesa preferisce di gran lunga la seconda: la vetta, dice, «non è che un giro di boa».

Bargiel dice che per allenarsi, oltre a sciare, va molto in bicicletta – perché è uno sforzo continuo e tendenzialmente costante – e che spesso scia di notte, «per rendere le cose più difficili». Quando si allena vicino a casa, sui monti Tatra, sale e scende più volte dalla stessa montagna: con gran stupore dei turisti che, mentre salgono, si vedono superare da lui due o più volte. Dice di aver deciso di provarci sul serio col K2 dopo averne visto la cima dal Broad Peak: un’altra montagna del gruppo montuoso del Karakorum, un tempo nota come K3.

Quando Bargiel parla di ciò che ha fatto, raramente passano due frasi senza che citi la sua squadra e quelli che l’hanno aiutato nell’impresa, e dice di non sentire nessuna «dipendenza dall’adrenalina», ma di essere mosso solo dal «piacere di una sfida con me stesso». Non pensa nemmeno di avere doti fisiche o fuori dal comune: parla di un po’ di «talento», di una «buona predisposizione» e, soprattutto, di come sia necessario unire un buon allenamento e «mettere insieme ogni altra cosa per essere nel posto giusto al momento giusto». È capitato ad esempio, durante la sua discesa dal K2, che da cinque diversi enti e di diverse nazioni, arrivassero informazioni meteo contrastanti, e che lui dovesse decidere a quale dare fiducia.

Molti alpinisti e giornalisti usano grandi parole per parlare del K2 e potreste averne sentito parlare come della “montagna selvaggia”. Bargiel, parlandone, si concentra però quasi solo sul suo fascino e sul fatto che gli abbia concesso, nella discesa, «di disegnare la sua via per la discesa, senza seguire quella di nessun altro». Se gli si chiede cosa pensi di come è stata raccontata la sua impresa, o di quali altre imprese siano paragonabili alla sua, dice che in entrambi i casi «non è necessario». Dice che nelle altrui imprese – di resistenza, esplorazione, velismo o arrampicata – è affascinato soprattutto dal «capire il sacrificio che ci sta dietro»; e che comunque gli capita di pensare, di alcune, «che sono cose che nemmeno riesco a concepire».

Se gli si chiede cosa pensino di lui sul K2 i parenti e i suoi tanti fratelli, lui ride ma non risponde. Al suo posto risponde Bartek, il più piccolo dei suoi fratelli, che l’ha accompagnato fino quasi alla cima del K2 (ma poi è sceso a piedi) e che era accanto a lui a Milano: dice che sono tutti tranquilli perché sanno che Andrzej Bargiel se la sa cavare. Bartek non parla quasi mai durante l’intervista, ma si accende se si parla di droni. Ne è molto appassionato, e accompagna il fratello per riprenderlo dall’alto, con i suoi droni, e per mandarli avanti così da aiutare Andrzej a studiare le linee di discesa.

Bartek ha modificato il software dei suoi droni – buoni, ma non i migliori possibili sul mercato – per farli salire di più e più in fretta del previsto, e anche lui ha un record: è stato il primo a mandare un drone fin oltre la cima del K2, per riprenderne la vetta. In ATAK2 i droni di Bartek tornano spesso utili anche per altro: per portare provviste, batterie o medicine, ma anche per aiutare nelle ricerche di altri alpinisti di cui si sono perse le tracce. Andrzej ci tiene tra l’altro a far sapere che la sua discesa con gli sci dal K2 l’ha fatta portandosi nello zaino uno dei due droni del fratello e che, forse, tutta l’impresa è stata fatta solo perché Bartek aveva bisogno di qualcuno che gli riportasse indietro il suo drone, dopo averlo fatto scaricare in cima al K2.

Intanto, Andrzej dice di volersi godere la stagione invernale sciando dove gli va, ma che già sta pensando a una spedizione verso l’Everest. Bartek racconta invece che bisogna ancora mettere ordine ai circa cinque terabyte di foto e riprese fatte per raccontare l’impresa del fratello.

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