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  • mercoledì 10 ottobre 2018

Breve storia di Generoso Pope

Un imprenditore italo-americano, legato a Mussolini e a vari gangster: uno dei personaggi realmente esistiti sullo sfondo del nuovo romanzo di Enrico Deaglio

Militari dell'aviazione italiana, guidati dal generale Italo Balbo, accolti nella piazza davanti al municipio di New York, il 21 luglio 1933; di fronte ai soldati, in prima fila, il primo da sinistra è l'italo-americano Generoso Pope, il secondo il sindaco di allora John P. O’Brien e il terzo Balbo (AP Photo)

A fine settembre la casa editrice Sellerio ha pubblicato un nuovo libro del giornalista Enrico Deaglio: si intitola La zia Irene e l’anarchico Tresca ed è un romanzo. È ambientato negli anni Venti – quelli del prossimo futuro, però – e parla dell’indagine di un analista finanziario su un omicidio realmente avvenuto negli anni Quaranta del Novecento a New York. La vittima dell’omicidio fu il sindacalista e giornalista anarchico italo-americano Carlo Tresca: l’11 gennaio 1943 un uomo gli sparò mentre attraversava Fifth Avenue a Manhattan. Nessuno fu mai incriminato, anche se si sospettò che c’entrassero due boss mafiosi.

Marcello Eucaliptus, il protagonista di La zia Irene e l’anarchico Tresca, si trova a indagare sull’omicidio dopo aver ricevuto in eredità da una zia, ex agente dei servizi segreti italiani, una valigetta piena di documenti che indicano un collegamento tra il vecchio crimine e la crisi finanziaria del 2008. Il romanzo mette insieme le conoscenze enciclopediche di Deaglio sulla storia d’Italia – e quindi le vicende di molte persone ormai dimenticate, come lo stesso Carlo Tresca, popolarissimo tra gli italo-americani ai suoi tempi – a una serie di personaggi inventati da film di spionaggio.

Pubblichiamo un estratto del quinto capitolo, in cui si parla di uno dei personaggi storici tirati fuori da Deaglio: l’imprenditore, politico ed editore italo-americano Generoso Pope, prima sostenitore del fascismo e poi della Democrazia Cristiana, che con Tresca non andava d’accordo.

***

Marcello si alzò in piedi e spiegò, una a una, le foto a Rita e a Cucki. Aveva una bacchetta in mano, era in maniche di camicia e con le bretelle.
Questo il briefing.

«Arrivò a New York a quindici anni nel 1906, solo e senza un soldo. Si chiamava Generoso Papa, veniva da un paesino miserrimo alle porte di Benevento. Trent’anni dopo era uno dei dieci uomini più ricchi e potenti di New York. Il più importante palazzinaro della metropoli. Editore di giornali e radio. Fascistissimo, amico personale di Mussolini; decisivo collettore di voti per il partito democratico americano e, dopo la guerra, per la Democrazia Cristiana italiana. Direi che se c’è stato uno che ha modellato l’Italia così come è adesso – nel bene e nel male, sia chiaro – quello è stato Generoso Pope. Uno così si dovrebbe studiare nelle scuole. E invece, proprio come Tresca, non lo conosce nessuno».

Rita si alzò dal divano e andò a guardare le foto da vicino. «Uhm… Un vero italiano, con la scriminatura in mezzo, la brillantina, il doppiopetto grigio, il Borsalino…».

Generoso Pope (Wikimedia Commons)

«Già», fece Marcello. «E le guardie del corpo, le automobili blindate. E tutto questo senza che gli si siano conosciuti nemici, se non Carlo Tresca. Una volta eliminato lui, non ebbe più ostacoli. Mussolini lo omaggiava; finita la guerra, la “nuova Italia” corse anch’essa ad omaggiarlo, perché passavano attraverso lui, e più tardi attraverso suo figlio, i soldi del piano Marshall; il suo giornale, Il Progresso Italo-Americano, ebbe un grosso peso nelle elezioni politiche del 1948 in Italia, quelle della sconfitta dell’asse socialisti-comunisti; attraverso i suoi canali arrivarono miliardi alla Democrazia Cristiana. Suo figlio, Fortune Pope, diventò ufficialmente l’incaricato della CIA per gli affari italiani e nel 1957 fece un viaggio trionfale, da vincitore, nel paese di origine, portandosi dietro tutti i gangster che il padre aveva allevato: i Costello, i Bonanno, i Galante, i Garofalo… I ministri democristiani andarono ad omaggiare sia lui che i suoi gangster. Quel viaggio pose le basi per la trasformazione della Sicilia in un’isola totalmente controllata dalla mafia, che ottenne di poterla usare come “libero territorio”, e in particolare come base per la raffinazione dell’eroina su scala internazionale. Ovvero, il più grande affare dell’epoca dopo il petrolio. Insieme agli impianti di produzione, venne trasferito lì un raffinato sistema per nascondere i profitti, in una rete di decine di banche locali. Queste, che traboccavano di denaro, furono una dopo l’altra comprate da grandi istituti di credito, quelli che adesso scoprono di avere voragini di crediti deteriorati. Il problema che oggi sta trattando Amilcare Binack».

«Ammazza, oh», fece Rita. «Marcè, nun è che te stai a allargà?».

Marcello sorrise. «Non credo, anzi. Però adesso senti tutta la storia dall’inizio. Come ti ho detto, arrivò a New York da solo, nel 1906, uno dei milioni. Da un paesello del beneventano, Arpaise. La sua fortuna fu di essere vissuto all’inferno. Il primo lavoro che trovò consisteva nel dare acqua agli operai che scavavano i tunnel della metropolitana. Lui non scavava, ma era come se lo facesse. Per guadagnare qualche dollaro in più, si trasferì a Long Island dove all’epoca c’erano gigantesche cave di sabbia. Era sabbia buona e avevano inventato una macchina, la washing machine, che ne separava gli ingredienti, e forniva il necessario alle due grandi invenzioni dell’epoca, il cemento e il calcestruzzo. Generoso truffò sull’età, aveva appena sedici anni, e lo assunsero come scavatore. Il lavoro era mostruoso, ho detto inferno non a caso. Gli operai scavavano con il badile, i carretti portavano la sabbia fino alle chiatte, che attraversavano un profondo fiordo e arrivavano in Connecticut, nel New Jersey, a New York. Era frequente che sotto le badilate cominciasse una frana e che degli operai ci restassero, come con una valanga in montagna. In quel caso, il lavoro veniva fermato per pochi minuti, gli operai si toglievano il cappello, poi ricominciavano a scavare. Era frequente che ci fossero incendi. Durante l’inverno, infatti, lo scavo si fermava per la neve e il ghiaccio e gli operai dormivano sulle chiatte, che diventavano delle affollatissime case mobili. Si scaldavano con la carbonella: di qui i fuochi».

Rita e Frank lo ascoltavano attenti, senza perdersi una parola.

«Intorno alle cave di Long Island stava crescendo la più grande città del mondo. Sempre meno in pietra, in legno o in mattoni, sempre più in cemento. Generoso era un ragazzo vigoroso e con carisma. Nelle cave si fece una fama di lavoratore forte, anzi fin troppo forte. Scavava talmente in fretta che i compagni gli fecero sapere che non apprezzavano, perché i capi lo imponevano ad esempio. Ma Generoso non era nato operaio, era nato capo. Al primo sciopero, si schierò dalla parte del padrone, che infatti lo fece capo. Generoso aveva un amico, coetaneo, che aveva incontrato al suo arrivo. Si chiamava Francesco Castiglia, veniva dalla provincia di Cosenza e truffava la gente con i dadi agli angoli delle strade. Anche “Frank” era nato capo. Era andato in galera per furti e rapine, ma ne era uscito. Aveva cambiato nome in Costello, e ormai dirigeva una banda. Generoso andò a parlargli. La ditta del suo capo non andava bene, la stavano buttando fuori dal mercato. I concorrenti, gli irlandesi Gallagher, gli aizzavano contro i creditori e i fornitori. Generoso aveva in mente un piano: se fosse riuscito a risollevargli la proprietà, il padrone gli avrebbe ceduto il 50 per cento. Gli uomini di Frank Costello si misero all’opera e contattarono i 400 creditori e fornitori. Proposero loro di incassare, non subito, metà dei loro crediti. Altrimenti? “Altrimenti non prenderete niente”. Accettarono. E così Generoso si prese il 50 per cento della ditta…».

«E subito dopo buttò fuori il padrone, vuoi vedere?» si intromise Rita.

«Proprio così. La mossa successiva fu andare all’assalto dei Gallagher. E ce la fecero. Nel 1918, ovvero dodici anni dopo il suo arrivo, Generoso Pope era il padrone della Colonial Sand & Stone, il monopolista di sabbia, ghiaia e cemento, proprietario di una flotta di betoniere e, soprattutto, l’interlocutore necessario di qualsiasi piano edilizio. Se si voleva costruire un ponte, una linea metropolitana, un grattacielo, un’autostrada, un viadotto, un tunnel, bisognava passare da lui. Il nostro uomo diventò l’interfaccia del più famoso architetto-costruttore del mondo moderno, Robert Moses, l’uomo che sventrò e ricostruì Bronx e Queens, che costruì 13 autostrade a quattro corsie in mezzo alla metropoli, che inventò le case popolari e i suburbi, che disponeva di tale potenza finanziaria da poter emettere i propri bond. Generoso Pope partecipò a tutto questo titanismo urbanistico da par suo. I suoi camion scaricavano la sabbia con cui venne costruito il Rockefeller Center, Radio City Music Hall, l’Empire State Building, lo Yankee Stadium. Divenne ricchissimo e potentissimo. Nessuno dei concorrenti pareva resistergli. Generoso, quando voleva concludere un affare, in genere portava il cliente o il futuro socio in uno dei suoi cantieri, per fargli vedere da vicino l’attività. E mentre chiacchieravano, succedeva che si sentissero delle urla provenire da non si sa dove. Il cliente si incuriosiva, poi si allarmava e alla fine ne chiedeva conto a Generoso. Il quale, con noncuranza, faceva: oh niente, è un fornitore (o un sindacalista, o un camionista) che non vuole stare ai patti. Se ne stanno occupando i ragazzi…».

Marcello spiegò poi quali fossero i rapporti tra Generoso e il fascismo. Generoso Pope fu da subito un ammiratore di Mussolini. Gli piaceva soprattutto come aveva trattato i comunisti in Italia, i sovversivi. Gli piaceva come aveva messo ordine, gli piaceva l’idea che i bistrattati immigrati italiani adesso potessero avere qualcuno di cui andare fieri. Nel 1928 ebbe un colpo di genio. Insieme a Frank Costello, che nel frattempo era diventato un affermato gangster e il grande industriale delle slot-machine, comprò un modesto giornale, Il Progresso Italo-Americano, che abbiamo già incontrato più volte, per la cifra fantasmagorica di due milioni di dollari. Ne offrì immediatamente i servigi a Mussolini, che accordò al Progresso le notizie in esclusiva del fascismo italiano. Il quotidiano si assestò sulle 250.000 copie vendute a New York. Generoso Pope e Costello fecero altri grossi investimenti in giornali a Philadelphia e in una stazione radio. Il messaggio era sempre lo stesso: gli immigrati italiani sono fieri sostenitori di Mussolini e della sua eccezionale azione politica; e nello stesso tempo sono leali cittadini americani che votano per il partito democratico. Pope si vantava di portare a Roosevelt il voto di un milione e mezzo di italiani. Ed era vero. Il Progresso divenne così l’avamposto diplomatico in America del regime italiano e della sua rete di spionaggio. Il peso di Pope si dimostrò in occasione dell’invasione fascista dell’Etiopia nel 1935, che venne condannata dalla Lega delle Nazioni (e che a New York fu occasione di scontri di piazza tra immigrati italiani e africani). Il Progresso difese le ragioni dell’Italia e il suo diritto al «posto al sole», organizzò una campagna di lettere a Roosevelt e ottenne, da parte del presidente, che gli Stati Uniti non partecipassero attivamente alle sanzioni contro l’Italia e che anzi fornissero di straforo il carburante necessario all’esercito e all’aviazione italiana per massacrare gli etiopi. Il Progresso difese poi l’alleanza di Mussolini con Hitler, le giuste ragioni dei tedeschi nei Sudeti e l’invasione della Polonia nel 1939. Erano tempi, quelli, in cui l’America era ancora in dubbio sul suo futuro e sulla sopravvivenza della democrazia in Europa.

«Il disastro, per il nostro Generoso, fu l’attacco giapponese a Pearl Harbor e la successiva dichiarazione di guerra di Mussolini all’America». Marcello continuava a raccontare, sembrava un fiume in piena. «Secondo la versione che diede mezzo secolo dopo il nipote, Generoso Pope si preparava ad essere arrestato e ad avere i suoi beni confiscati. Passò alcune giornate terribili, chiuso nel suo magnifico attico sulla 5a Strada, fino a quando fu convocato a Washington dal presidente. Roosevelt lo accolse come un vecchio amico e gli mostrò un rapporto su tutte le sue attività criminali consegnatogli dal capo dell’FBI Edgar J. Hoover. Gli disse che Hoover aveva due scelte: farlo arrestare confiscandogli i beni, oppure non fare niente. Roosevelt sapeva quanto aveva fatto Generoso Pope per farlo eleggere, l’influenza dei suoi giornali e le sue radio sulla popolazione italoamericana. Gli disse che per gli americani l’Italia non era sullo stesso piano della Germania, anzi volevano toglierla il prima possibile dalla guerra. Ed ecco la sua proposta: il Progresso sarebbe diventato un giornale antifascista, Pope li avrebbe aiutati a ripulire la città dalle spie di Mussolini, mettendo generosamente a disposizione le sue ricchezze e quelle dei suoi amici per sostenere lo sforzo bellico e così avrebbe partecipato alla costruzione della nuova Italia. Generoso non credeva alle sue orecchie. Era stato salvato sull’orlo dell’abisso e gli si aprivano davanti nuove prospettive di affari e di potere».

«E la fedeltà al Duce, l’amicizia che li legava?» chiese Rita, che già sapeva la risposta.

«Del Duce… del Duce chi se ne frega, no? Come sapete», Marcello si rivolse a Rita e Frank, «Generoso aveva un solo nemico: Carlo Tresca. Il Duce stesso gli aveva chiesto di farlo ammazzare, e Tresca lo sapeva. Il suo giornale, Il Martello, lo accusava ogni giorno di essere a capo della mafia fascista in America. Beh, nel 1943, Generoso Pope era pronto a dare la sua benedizione a un governo provvisorio italiano. E sapete con chi? Con il partito comunista italiano. Siete stupiti? D’altra parte, Roosevelt e Stalin erano alleati, no? L’unico che denunciò il patto e che poteva farlo andare a monte era Tresca. E noi sappiamo come è andata a finire».

Il funerale di Carlo Tresca, al Manhattan Center Auditorium, il 16 gennaio 1943 (AP Photo/John Lindsay)

Rita si era alzata per andare a vedere le fotografie da vicino. «Ha una faccia strana, come uno che sta sempre vigile, che si traveste, che non ha movimenti sciolti. Questo è un uomo che non digerisce bene; ed è l’unica persona a cui sta male il doppiopetto».

«Sai quanti ne aveva, di doppiopetto?» fece Marcello. «Ottantadue. Praticamente tutti uguali, sfumature di grigio. Li teneva allineati in una stanza armadio del suo attico nel più bell’edificio della 5a Strada, con diciassette camere da letto. Era un tipo molto antipatico, senza interessi. Aveva grossi problemi con la moglie, ed altrettanti con i figli. Era ossessionato dall’idea di diventare ricco; sognava di tornare al paesello da padrone, dopo che ne era partito con le pezze al culo; aveva piccole vendette da compiere. Se pensi che uno così è stato l’uomo più importante d’Italia…».

«C’è un’altra cosa», disse Bonacci, con un sorriso. «Un regalo, da parte di mio padre».
Era una copia, fragilissima e ingiallita del New York Times del 12 settembre 1926. Con molta attenzione – le pagine si erano rese sottili e croccanti – lo sfogliarono fino ad arrivare alla cronaca cittadina. Un grosso titolo: Una giornata dura per la polizia di New York e sotto due articoli: in uno si dava conto della tumultuosa sparatoria tra fascisti e anarchici per le vie di East Harlem (era quella seguita all’incursione nella Funeral Home per rendere onore a Rodolfo Valentino, al tempo in cui si cementò l’amicizia tra Carlo Tresca e Vittorio Vidali, nel giornale citato con il suo nome falso, Enea Sormenti); nell’altro si raccontava dell’intervento della forza pubblica contro una manifestazione, sempre a East Harlem, del Ku Klux Klan che aveva sfilato contro l’invasione di neri e di immigrati in città.

«Guardate qui». Bonacci indicò un nome, sepolto nel testo, in mezzo ad un elenco dei fermati appartenenti al KKK: «Fred Trump, residente a… Sapete chi era? Il padre del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, sì… il famoso Donald Trump. Le sue idee razziali, evidentemente, le ha prese dal padre. Ma c’è dell’altro. Voi state indagando su che cosa è rimasto oggi di quei tempi, beh, sappiate che… è rimasto parecchio. Generoso Pope era il maggior fornitore di cemento di New York, Fred Trump fece la sua fortuna tirando su casermoni popolari nel Queens e a East Harlem, con licenze e concessioni del governo. Fu un sodalizio che continuò per decenni: fascismo, razzismo – il vecchio Trump non affittava ai “negri” –, corruzione, e la mafia del cemento che a New York è di antica tradizione. Negli anni Sessanta arrivò il figlio, Donald, ma la compagnia di giro non cambiò».

Bonacci aveva anche una storia che riguardava la famosa Trump Tower, sulla 56a, quella che era diventata «il simbolo mondiale del cattivo gusto andato al potere»; e che ora era stata svuotata, perquisita ed esposta al pubblico, per trovare tracce degli incontri tra riciclatori di denaro, mafiosi russi, spie di ogni genere. Se nel passato i grandi avvenimenti erano avvenuti nelle cattedrali, nei castelli, negli stadi, nelle piazze di pietra di Norimberga, ora si scopriva, settimana dopo settimana, che il grande complotto che aveva cambiato il volto della democrazia nel mondo era avvenuto ai vari piani di quella torre; nell’attico art déco del presidente – quello copiato dalle cabine di prima classe del transatlantico Normandie, per cui Rita si era quasi presa una zoccolata –, tra ottoni, stucchi, dorature, vasi monumentali, fiori finti, fregi, barocchismi sfrenati. Sotto il nome TRUMP scritto in oro, in caratteri imperiali, con il suo faccione e la scritta: «Il mio modo di vivere è l’unico modo di vivere che vale la pena».
Cucki Bonacci si mise a ridere. «Altro che Tresca! Mio padre mi ha detto che il suo mondo, al tempo dell’omicidio dell’anarchico, era diviso. Anche chi sapeva, abbozzò; ora, invece, le cose sono andate talmente avanti che persino nella mafia c’è chi parteggia con l’FBI. A proposito», concluse, «credo che questo vi serva per la vostra indagine. A differenza di tutti gli altri grattacieli di New York, che si erano orientati verso l’acciaio e il vetro, la Trump Tower fu costruita interamente in cemento. Questo permise a Trump di bypassare un sacco di collaudi molto costosi. Il cemento, o meglio un tipo nuovo di calcestruzzo, lo fornivano due imprese, di proprietà delle famiglie Bonanno e Gambino. Una era di Paul – il famoso Big Pauly – Castellano, l’altra di Anthony “Fat” Salerno. Il sindacato degli edili era controllato direttamente da loro e il problema era serio, perché Trump si era convinto ad usare quel sistema per ragioni esclusivamente economiche. Aveva chiesto finanziamenti – e stiamo parlando di cifre enormi, naturalmente – sulla scorta della velocità di realizzazione, e di vendita degli appartamenti. “La Trump Tower salirà di un piano ogni due giorni” aveva proclamato. E per farlo ci voleva un calcestruzzo capace di diventare resistente in tempi rapidi, così da poter sopportare subito il peso del piano superiore. E si capisce dunque che uno sciopero, anche solo di poche ore, poteva mandare a monte tutto. Eravamo nel 1983, c’erano scioperi ogni giorno nei cantieri di Manhattan, ma non alla Trump Tower. E sapete perché? Trump, Salerno e Castellano avevano lo stesso avvocato. Si chiamava Roy Cohn, passato alla storia come l’uomo più malvagio d’America; e anche uno dei più potenti. Su di lui, proprio come simbolo del Male, hanno fatto anche un’opera teatrale: morì di Aids, negli anni dell’epidemia, ma pensava di essere talmente potente che tutti gli altri sarebbero morti e lui no. Cohn mise d’accordo i due soci e così nacque la Trump Tower. Nel 2017, quando già dava segni di pazzia, un giorno Donald Trump si mise a urlare: “Dov’è Roy, dov’è Roy ora che ho bisogno di lui!”».

(…) «Ah, c’è ancora dell’altro», disse Cucki. «Roy Cohn fu anche l’avvocato di Carmine Galante, il castellammarese che sparò a Carlo Tresca. Galante con quell’omicidio fece fortuna, fino a diventare il più gran- de importatore di eroina di New York. Mio padre mi raccomanda di ricordarvi che Galante fu ucciso a New York nel luglio del 1979, pochi giorni prima della partenza di Michele Sindona per la Sicilia. E che Roy Cohn fu uno dei pochi che si presentò ai suoi funerali. Quando passò il feretro di Galante, un uomo gli si avvicinò, sputò sul legno e gridò: “Hai ucciso un santo e dato il veleno ai ragazzi”. Spero di esservi stato utile».

Seguì un po’ di silenzio. Poi Rita fece: «Marcello, c’è qualcosa che non mi torna. Voglio dire, tu sei bravo e hai scoperto questa storia… Benissimo, ma scusa, come mai nessuno c’era arrivato prima? Non lo trovi strano? Perché quell’allegro club di vecchietti del Biondo Tevere ti ha consegnato questa valigia? Cosa vogliono da te?».
Marcello guardò l’orologio. A Roma era il tramonto. «Sai che c’è? Proviamo a chiamarli». Prese il telefono e chiamò Cirincione, il vecchio. Tra sé e sé aveva preso a chiamarlo il «Grande Vecchio».

Parlarono guardandosi in faccia, con WhatsApp. Cirincione stava passeggiando, da solo, al giardino degli Aranci.

Nella Roma disastrata di quei giorni, con la monnezza sul Lungotevere ormai al primo piano delle case, la serie di omicidi rituali sul fiume, con i cadaveri dei maghrebini trovati impigliati nella rete intorno all’Isola Tiberina – quella rete che il ministro dell’Interno aveva chiamato «il nostro migliore muro» – il Giardino era ancora un posto civile e romantico. La città stava ancora lì; e chi l’avrebbe mai distrutta? Il Cupolone bello pieno superava qualsiasi minareto.

Marcello gli raccontò quello che aveva scoperto nel suo sopralluogo americano.
«Mi sembra roba importante, e anche molto delicata. Non voglio dire che mi sento inadeguato, perché ho una certa idea di me stesso, ma non vorrei essere mandato allo sbaraglio. Qui c’è un bell’intrigo politico. Al momento ho trovato un grosso cementiere di New York negli anni Quaranta, ma inevitabilmente, se lo seguo, arriverò ai giorni nostri, alla DC, agli scandali, ai misteri… Lo dica chiaramente, Cirincione: è questo quello che volete da me?».

Salvatore Cirincione stette in silenzio e girò il telefonino per fargli vedere la bellezza di Roma.

Eucaliptus era ammirato dalla sua calma. Fin dalla prima volta che l’aveva visto, al Biondo Tevere, aveva avuto una buona impressione. Una persona che aveva vissuto una vita nei servizi segreti, o come si dice adesso, nell’Intelligence, in un paese che forse lui stesso stentava ormai a riconoscere. Ecco cos’era Cirincione: un buon vecchio democristiano. Non lo dichiarava, probabilmente non ne aveva neanche nostalgia. Ma, osservandolo, Marcello gli riconosceva una dignità.

(…) Cirincione spense il mozzicone della sigaretta in una scatolina di metallo che mise in una tasca interna della giacca.

«Eucaliptus, le voglio raccontare una storia… Una quarantina di anni fa, tutta l’Amministrazione fu messa sotto pressione per un evento eccezionale. Un famoso pentito, lei lo ricorderà sicuramente, quello che chiamarono “il boss dei due mondi”, decise di saltare il fosso e si mise a parlare di mafia, crimine, politica, traffico di eroina, banche, rapporti internazionali, colpi di Stato. Non c’era argomento su cui non fosse preparato. Sapeva troppo. Fu un caso abbastanza unico nella storia dell’Intelligence mondiale. Certo, adesso abbiamo Julian Assange e Edward Snowden, abbiamo tonnellate di conti bancari dei Panama Papers, abbiamo gli hackers di Putin che distruggono gli Stati Uniti senza sparare un colpo… Ci abbiamo quasi fatto il callo. Ma, allora, certe cose – diciamo così – facevano più effetto. Sì, qualche cosa di Generoso Pope la sappiamo. E certo nessuno aveva voglia, all’epoca, di renderla troppo nota. Segreti di guerra. E poi, subito dopo, segreti di guerra fredda. Però, pensi allo shock che può avvenire quando si presenta un personaggio come Tommaso Buscetta, che – dopo aver raccontato come andò realmente l’occupazione americana della Sicilia – accusa Giulio Andreotti, ovvero il più importante politico italiano, il garante della NATO, il depositario dei segreti della guerra, di essere il referente politico di un impero del crimine che spazia tra l’Italia, gli Stati Uniti, il Venezuela, Panama, il Canada, l’Australia. Perché, come lei forse non sa, di questo si trattava».

Marcello, Rita e Bonacci ascoltavano attenti, immobili, sembravano quasi non respirare.

«Dottor Eucaliptus, adesso le racconto una cosa. Nel corso di uno di questi interrogatori, venne fuori una storia strana. Il cadavere di un mafioso – un personaggio secondario che aveva commesso uno sgarro finanziario, di media entità – era stato sotterrato nel cemento nei piloni di una grande villa in Sicilia. La villa apparteneva a una famiglia molto importante. Non ho mai voluto sapere quale fosse, ma stiamo parlando di persone che hanno fatto la storia della nostra Repubblica. La presenza di questo cadavere nelle fondamenta di quella villa avrebbe non solo confermato le affermazioni del boss, ma gettato una luce nuova sugli avvenimenti del dopoguerra. Ora le chiedo: come ci si comporta in simili circostanze? Si scava? Si chiede rispettosamente il permesso a una grande autorità dello Stato di compiere un sopralluogo nelle sue proprietà? E tutto questo sulle parole di un criminale? Si mantiene il segreto, o lo si comunica al magistrato di turno, che – come purtroppo avviene spesso – è un cretino patentato? Creda a me, Eucaliptus: non si fa niente. Non si scrive niente, non si mette niente a verbale, non si registra niente. E ci si assicura che il “propalatore” di quella assurdità non la ripeta mai più. A nessuno. D’altra parte: chi sa se aveva detto la verità? Ma scusi se ho divagato. Tutto questo mi è venuto in mente perché lei ha parlato di Generoso Pope – personaggio ben noto all’Amministrazione, le assicuro! – e del fatto che fosse un grande boss del cemento. Un palazzinaro, come diciamo noi a Roma. Dicono che i suoi eredi vorrebbero tanto costruire il ponte sullo Stretto di Messina. E allora mi è venuto in mente quanti poveri cristi saranno sepolti nelle fondamenta di qualche grande villa. Certo che ’sti palazzinari, di danni ne hanno fatti. E adesso gli americani hanno avuto la grande idea di andare a vedere i segreti della torre di Trump! Che errore! E se ci trovano qualcosa che non avrebbero voluto trovare?».

Si era fatto tardi. Due soldati con degli enormi mitra si presentarono al Giardino e intimarono a tutti, coppiette, adolescenti, solitari, turisti e persino a Salvatore Cirincione, di uscire in cinque minuti. Si era pur sempre in un clima di guerra, perbacco.

Marcello sentiva i suoi passi sulla ghiaia del giardino degli Aranci. Ghiaia, suole solide di scarpe, strade percorse da secoli, per abitudine, mai per caso.

«Cerchi, cerchi, Eucaliptus… Ma non abbia l’ansia di scoprire tutto, di scoprire la famosa Verità… Sa, ce ne sono tante, e qualche volta, quando la si trova non si è contenti. Come diceva Caterina Caselli, si ricorda? “La verità ti fa male, lo sai…”. A proposito, quando torna? Siamo tutti curiosi di sentire la sua relazione sulla valigia dei tesori. Specialmente su quel pacchetto così ben sigillato…».
Qui la comunicazione si interruppe.

2018 © Sellerio editore

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