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  • giovedì 23 agosto 2018

In Australia c’è una crisi politica che sembra Game of Thrones

Un'agguerrita minoranza del Partito Liberale sta provando a fare fuori il suo primo ministro, Malcolm Turnbull, che sta facendo di tutto per non perdere il posto

Malcolm Turnbull (FRANCOIS NASCIMBENI/AFP/Getty Images)

Venerdì l’Australia potrebbe perdere il suo sesto primo ministro in 10 anni. Una grossa crisi politica all’interno del Partito Liberale ha ridotto all’osso il sostegno per il primo ministro Malcolm Turnbull, che è sopravvissuto per un pelo a un voto di sfiducia lunedì ma che potrebbe avere meno fortuna domani, quando i suoi oppositori avranno probabilmente un’altra occasione per cacciarlo. Turnbull si sta dando molto da fare per non perdere l’incarico, ha attaccato l’opposizione interna al suo partito e ha velatamente accusato le televisioni e i giornali di Rupert Murdoch di aver organizzato una sorta di complotto contro di lui. Intanto però le cose sono degenerate: diversi membri del governo si sono dimessi in polemica con Turnbull e il governo ha dovuto sospendere i lavori della Camera, sostanzialmente perché nessuno ci capiva più niente.

Malcolm Turnbull, un conservatore moderato, è primo ministro dal 2015, quando riuscì a prendere il posto del suo predecessore Tony Abbott vincendo quella che viene chiamata leadership challenge: un voto interno al partito per eleggerne un nuovo leader, che automaticamente – se quel partito ha la maggioranza ed è al governo – diventa primo ministro. È un sistema simile a quello britannico, che portò al potere Theresa May dopo le dimissioni di David Cameron. Ora, con lo stesso meccanismo, l’ex ministro dell’Interno Peter Dutton – un ex agente di polizia con posizioni molto di destra – sta provando a prendere il posto di Turnbull, accusato del tracollo del Partito Liberale nei sondaggi in vista delle elezioni politiche del 2019.

L’ex ministro dell’Interno Peter Dutton, che si è dimesso dal suo incarico lunedì per poter più liberamente fare campagna contro il primo ministro Malcolm Turnbull, di cui vuole prendere il posto (SEAN DAVEY/AFP/Getty Images)

Dopo settimane di ipotesi e voci, lunedì Turnbull ha accettato una leadership challenge e si è formalmente dimesso da capo del partito, in modo che i parlamentari Liberali potessero sceglierne uno nuovo. Tra Turnbull e Dutton ha vinto Turnbull, con 48 voti a favore e 35 contro: non molti, per un primo ministro in carica, da cui ci si aspetta (e che ha bisogno di) un vasto consenso all’interno del partito. Il risultato risicato ha incoraggiato Dutton, che ha continuato a lavorare (si può dire “tramare”, in questo caso) per guadagnare quegli 8 voti che gli sono mancati lunedì. Mercoledì sera Dutton ha detto a Turnbull di averli trovati e ha chiesto un nuovo voto. Turnbull ha rifiutato di farlo immediatamente e ha sfidato Dutton a produrre una lettera firmata da 43 parlamentari liberali a favore di un nuovo voto: Dutton ha tempo fino a mezzogiorno di venerdì per trovare le firme, in quel caso Turnbull sarebbe costretto a permettere un nuovo voto e – probabilmente – lo perderebbe.

Capire cosa sta succedendo esattamente dentro al partito di Turnbull non è facilissimo. Quello che si vede da fuori, e che descrivono anche i giornalisti australiani, è “caos”. E probabilmente è quello su cui sta puntando Dutton per convincere i suoi colleghi dell’inadeguatezza di Turnbull come primo ministro. Per ora sta funzionando: tredici membri del governo si sono dimessi in poche ore in polemica con Turnbull e hanno costretto il governo a prendere la decisione estrema di sospendere per due settimane i lavori alla Camera bassa del Parlamento. In parte perché di fatto nessuno ci stava capendo più niente – al punto che nel governo non si capiva più chi dovesse rispondere a quali domande, dopo le molte dimissioni – in parte perché la maggioranza ha un solo voto in più alla Camera e in un momento così delicato avrebbe rischiato di perdere un voto di fiducia (che avrebbe portato alle elezioni anticipate).

Il primo ministro australiano Malcolm Turnbull in parlamento a Canberra il 12 agosto (Michael Masters/Getty Images)

Turnbull – che governa sostenuto da un’alleanza tra il Partito Liberale e il Partito Nazionale d’Australia, molo di destra – sta comunque provando a difendersi. Dalla sua parte ha ancora (o almeno aveva fino a lunedì) la maggioranza del partito e nelle ultime ore si è giocato anche la sua carta più forte: ha annunciato che se perderà il ruolo di primo ministro si dimetterà anche da parlamentare, costringendo il suo successore a fare subito i conti con un’elezione suppletiva. Turnbull è stato eletto alla Camera: se il suo seggio passasse alle opposizioni (improbabile, ma possibile) il governo perderebbe la maggioranza. Una specie di ricatto. L’altra carta forte in mano a Turnbull è che su Dutton è in corso un procedimento parlamentare che potrebbe portare alla sua decadenza per conflitto di interessi: Turnbull spera quindi che i suoi colleghi non si prenderanno il rischio di eleggere un primo ministro che potrebbe essere dichiarato ineleggibile tra poche settimane.

Se Turnbull dovesse perdere il voto di venerdì, comunque, diventerebbe il sesto primo ministro australiano a perdere il posto in circa dieci anni, un periodo in cui nessun primo ministro è riuscito a stare al suo posto per una legislatura intera. Tra i suoi più fieri oppositori e critici c’è proprio il suo predecessore Tony Abbott, che molti descrivono come alla ricerca di “vendetta”. In una conferenza stampa, Turnbull ha accusato lui e gli altri oppositori di fare parte di una minoranza che con il sostegno di forze fuori dal Parlamento (un riferimento alle tv e ai giornali dell’imprenditore conservatore australiano Rupert Murdoch) stanno provando a bullizzare i parlamentari liberali per prendere il controllo del partito. Venerdì mattina si dovrebbe capire se ci sono riusciti.

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