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  • mercoledì 18 luglio 2018

La storia della donna trovata nel Mediterraneo

Quello che sappiamo, messo in ordine: l'intervento della ong Open Arms, il recupero di due cadaveri, le accuse alla Guardia costiera libica e a Matteo Salvini

Tre soccorritori di Open Arms tirano fuori dall'acqua l'unica sopravvissuta al naufragio (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

Martedì mattina la nave della ong spagnola Open Arms ha soccorso una donna al largo delle coste della Libia. La donna, l’unica trovata viva dalla ong dopo il naufragio di un barcone di migranti, si chiama Josefa (e non Josephine, come detto inizialmente), è originaria del Camerun, ha 40 anni ed è ancora in stato in shock: prima di essere tirata fuori dall’acqua era rimasta per due giorni in mare attaccata a una tavola, quello che restava del fondo del gommone su cui viaggiava insieme ad altre decine di persone. Insieme a lei, i soccorritori hanno trovato altre due persone: una donna, morta da diverse ore, e un bambino di età stimata tra i 3 e i 5 anni, morto probabilmente un’ora prima dell’arrivo dei soccorsi. Le foto dei soccorsi, molto crude e impressionanti, si possono vedere qui.

Da ieri Josefa viene curata per ipotermia e ha cominciato a raccontare quello che è successo: una storia che sembra coinvolgere la Guardia costiera libica, ma con diversi punti ancora poco chiari, e che ha già provocato un duro scontro tra Open Arms e il ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini. Per esempio non è chiaro cosa sia successo al barcone, trovato in mille pezzi dopo un intervento delle autorità libiche, così come non è chiaro il motivo per cui siano state trovate sul luogo del naufragio solo tre persone.

I soccorsi sono iniziati martedì mattina alle 7.30, ha raccontato la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli, che si trova a bordo della nave di Open Arms. Camilli ha scritto che un soccorritore spagnolo di 25 anni, Javier Filgueira, «si è buttato in acqua dalla lancia di soccorso» quando ha visto che Josefa era ancora viva: l’ha raggiunta a nuoto tra i detriti, lei gli ha preso il braccio e si è aggrappata a lui. Josefa è stata trasportata sul gommone di soccorso, sollevata e portata sulla lancia: le è stata diagnosticata l’ipotermia ed è stata fatta sdraiare sul ponte della nave di Open Arms, con dei giubbotti di salvataggio sotto la sua schiena e dei teli termici per coprirla e riscaldarla. «Il viso è sofferente, apre gli occhi per chiedere aiuto, li sgrana. Poi torna a chiudere le palpebre come per riposare», ha raccontato Camilli.

Durante il salvataggio a bordo della nave di Open Arms c’era anche il campione di basket NBA Marc Gasol, giocatore dei Memphis Grizzlies e della nazionale spagnola. Gasol ha scritto su Twitter lo stesso messaggio in tre lingue, catalano, spagnolo e inglese: «Frustrazione, rabbia e molta impotenza. Incredibile che si abbandonino le persone in mezzo al mare. Ammirazione profonda per quelli che in questi giorni sono miei compagni di squadra, Open Arms». Gasol ha pubblicato una foto del momento del salvataggio: lui è il primo sulla sinistra.

Dopo il soccorso, i membri dell’equipaggio hanno cominciato a parlare con Josefa per capire cosa fosse successo a lei, al barcone e agli altri migranti a bordo. Josefa, ha raccontato Camilli, ha detto di essere scappata dal suo paese, il Camerun, perché suo marito la picchiava, e la picchiava perché non poteva avere figli. «Siamo stati in mare due giorni e due notti. Sono arrivati i poliziotti libici e hanno cominciato a picchiarci». Josefa, ancora sotto shock, ha detto di non ricordare da dove fossero partiti e di non sapere dove siano finiti i suoi compagni di viaggio. «Sul braccio ha ancora i segni di una bruciatura», dice Camilli: «Non oso chiederle chi o cosa le ha lasciato questo segno. Dice di avere dolore dappertutto». E dice di non voler tornare in Libia per nessuna ragione al mondo.

Martedì la ong Open Arms ha accusato le autorità libiche di omissione di soccorso, cioè di avere lasciato in mare Josefa, l’altra donna e il bambino perché si erano rifiutati di salire sulla motovedetta libica e tornare in Libia. Non c’è solo la testimonianza di Josefa a far pensare a un’omissione di soccorso dei libici.

Riccardo Gatti, portavoce di Open Arms, ha detto che il 16 luglio ha ascoltato per tutto il giorno una conversazione alla radio tra un mercantile e la Guardia costiera libica: si parlava di due gommoni in difficoltà a circa 80 miglia dalle coste della Libia, una distanza simile a quella dove è stata soccorsa Josefa. Il mercantile diceva di essere stato allertato dalla Guardia costiera italiana, ha raccontato in un altro articolo Annalisa Camilli, e chiamava la Guardia costiera libica per intervenire in soccorso dei gommoni. In serata i libici avevano detto al mercantile di ripartire: sarebbero intervenuti loro. Gatti ha detto: «Quello che ipotizziamo è che i libici siano intervenuti, ma non riusciamo a spiegarci cosa sia successo perché abbiamo trovato i resti di un gommone affondato, due morti e solo un sopravvissuto».

Oscar Camps, fondatore di Open Arms, ha usato toni molto più duri in due tweet pubblicati martedì. Nel primo ha scritto: «La Guardia costiera libica ha annunciato di avere intercettato una barca con 158 persone a bordo e di avere fornito assistenza medica e umanitaria. Quello che non ha detto è che ha lasciato due donne e un bambino a bordo e poi ha affondato la barca, perché le tre persone non volevano salire a bordo delle motovedette libiche». Poi ha aggiunto: «Quando siamo arrivati, abbiamo trovato una delle donne ancora in vita, ma non abbiamo potuto fare niente per salvare l’altra donna e il bambino che era morto poche ore prima. Per quanto tempo ancora dovremmo avere a che fare con gli assassini arruolati dal governo italiano per uccidere?» (I tweet sono qui, ma attenzione, contengono fotografie molto crude).

Dopo qualche ora Salvini ha risposto alle accuse di Open Arms – non le prime della ong al governo italiano – e ha detto: «Bugie e insulti di qualche ong straniera confermano che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina. Io tengo duro». In realtà le parole di Salvini non corrispondono alla realtà. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, l’agenzia dell’ONU che si occupa di rifugiati, nei primi sei mesi dell’anno i morti in mare hanno già raggiunto quota mille. Nel mese di giugno una persona è morta per ogni sette che hanno tentato la traversata e nei primi sei mesi del 2018, i morti sono stati uno per ogni 19, esattamente il doppio di quelli registrati durante i primi sei mesi del 2017: la traversata del Mediterraneo centrale raramente è stata così pericolosa.

Secondo fonti del ministero dell’Interno citate da Repubblica, nelle prossime ore verrà resa pubblica la versione di osservatori terzi che smentiscono la notizia secondo cui i libici non avrebbero fornito assistenza ai migranti. Intanto Open Arms ha fatto sapere che dopo le 23 di martedì sera le autorità italiane avevano indicato Catania come porto di sbarco, ma ha aggiunto di preferire fare rotta verso la Spagna, soprattutto a causa delle dichiarazioni di Salvini contro la ong.

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