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  • martedì 17 luglio 2018

C’è stato un nuovo naufragio nel Mediterraneo, è stata trovata un’unica sopravvissuta

È una storia strana e straziante: la sta raccontando su Internazionale la giornalista Annalisa Camilli, che è a bordo della nave

Tre soccorritori di Open Arms tirano fuori dall'acqua l'unica sopravvissuta al naufragio (PAU BARRENA/AFP/Getty Images)

Martedì mattina la nave della ong spagnola Open Arms ha soccorso una donna che è stata trovata a pancia in giù attaccata al fondo di un gommone, al largo delle coste della Libia. Sul gommone viaggiavano decine di altre persone, ma Open Arms ha recuperato solo due cadaveri, tra cui uno di un bambino: è una storia strana, che sembra coinvolgere anche la controversa Guardia costiera libica, e che è stata raccontata su Internazionale dalla giornalista Annalisa Camilli. Le foto dei soccorsi – molto crude e impressionanti – sono qui.

È una donna, si chiama Josephine, è originaria del Camerun. È stata trovata a pancia in giù attaccata a una tavola, quello che resta del fondo del gommone su cui viaggiava insieme ad altre decine di persone. Ha aspettato per due giorni che arrivassero i soccorsi, con i vestiti bagnati attaccati alla pelle, poi alle 7.30 di mattina del 17 luglio, dal ponte della nave Open Arms, a 80 miglia dalla Libia, qualcuno ha visto i resti del gommone.

Un soccorritore spagnolo di 25 anni, Javier Filgueira, si è buttato in acqua dalla lancia di soccorso quando ha visto che Josephine poteva essere ancora viva. L’ha raggiunta a nuoto tra i detriti sperando che non fosse uno sforzo inutile. “Quando le ho preso le spalle per girarla speravo con tutto il mio cuore che fosse ancora viva”, racconta Filgueira, un volontario di Madrid, ancora scosso.

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Un successivo secondo articolo di Annalisa Camilli, che è a bordo della nave, contiene altre informazioni: la donna si chiama Josefa e non Josephine, è ancora sotto shock e dice che i libici hanno picchiato i migranti poi annegati.

Josefa ha occhi enormi, allungati e larghi. Mi guarda aprendo le palpebre lentamente. È sdraiata sul ponte della Open Arms. L’equipaggio ha messo dei giubbotti di salvataggio sotto alla sua schiena e l’ha coperta con dei teli termici che sembrano d’argento e d’oro. Il suo viso è sofferente, apre gli occhi per chiedere aiuto, li sgrana. Poi torna a chiudere le palpebre come per riposare.

“Sono del Camerun, sono scappata dal mio paese perché mio marito mi picchiava. Mi picchiava perché non potevo avere figli”, racconta Josefa (non Josephine, come si era capito inizialmente) con un filo di voce in un francese dolce. Si tocca la pancia. “Non potevo avere figli”, ripete. Ha il corpo robusto e le mani piccole ancora raggrinzite per essere stata in acqua tutta la notte.

Non riesce quasi a parlare, due occhiaie profonde le scavano gli occhi, le sue pupille sono di un nero intenso. Alza il braccio per salutarmi, poi mi stringe la mano. È ancora fredda, sembra che abbia ancora i brividi. Giovanna Scaccabarozzi, la dottoressa italiana di Open Arms, che da stamattina si sta prendendo cura di lei dice che ora è fuori pericolo, ma è ancora sotto shock. Ha i brividi, non si riesce a tranquillizzare, sembra stanchissima.

Non si ricorda nulla di cosa è successo e ha un unico timore. Non vuole essere portata in Libia

Una flebo di soluzione fisiologica è appesa sul palo del ponte della nave: goccia a goccia entra nelle vene di Josefa per reidratarla. “Siamo stati in mare due giorni e due notti”, racconta. Non si ricorda da dove sono partiti e non sa dove sono i suoi compagni di viaggio. “Sono arrivati i poliziotti libici”, dice. “E hanno cominciato a picchiarci”.

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