(ANDREW CABALLERO-REYNOLDS/AFP/Getty Images)
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  • martedì 26 Giugno 2018

La Corte Suprema ha dato ragione a Trump sul “travel ban”

Le limitazioni dei visti per i cittadini di sette paesi resteranno in vigore, hanno deciso i giudici con un solo voto di scarto

(ANDREW CABALLERO-REYNOLDS/AFP/Getty Images)

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione al presidente Donald Trump sul cosiddetto “travel ban”, decidendo con 5 voti a favore e 4 contrari che l’ultima versione della dura e contestata misura di controllo degli ingressi nel paese può rimanere in vigore. È la prima decisione della Corte Suprema che legittima un’iniziativa politica di Trump, ed è una vittoria politica importante per l’amministrazione.

Il “travel ban” aveva avuto una storia lunga e complicata, tra ricorsi e sospensioni da parte di tribunali federali, ed era stato modificato più volte dall’amministrazione Trump fino alla versione approvata come decreto presidenziale lo scorso settembre, che manteneva le rigide limitazioni alla concessione di visti per l’ingresso nel paese ai cittadini di sette paesi: Iran, Libia, Somalia, Siria e Yemen, a maggioranza musulmana, più Corea del Nord e Venezuela. Il Ciad era stato escluso all’ultimo dal divieto, dopo esserci entrato apparentemente senza motivo.

La Corte Suprema ha una maggioranza di giudici conservatori, nominati da presidenti Repubblicani, anche perché durante la scorsa legislatura i Repubblicani al Congresso tennero a lungo un seggio vacante pur di non permettere al presidente Obama di nominare il giudice mancante. La linea che ha prevalso tra i giudici sostiene che sia stata una decisione di sicurezza nazionale, e in quanto tale entro la pertinenza del presidente; i giudici di minoranza hanno sostenuto che le moltissime dichiarazioni di Trump contro i musulmani – in campagna elettorale aveva promesso un divieto di ingresso su base religiosa – rivelassero le reali intenzioni discriminatorie dell’amministrazione.

Una prima versione del travel ban era stata introdotta poche settimane dopo l’insediamento di Trump: provocò grandissime proteste e sofferenze tra le persone che ne furono colpite, e fu bloccata dalle decisioni di diversi tribunali federali negli Stati Uniti. Una seconda versione, arrivata due settimane dopo, fu nuovamente bloccata da alcuni tribunali e terminò i suoi effetti lo scorso ottobre. La parte dell’ultima versione che si riferisce ai paesi a maggioranza musulmana, quella su cui si è espressa martedì la Corte Suprema, fu contestata in tribunale dallo stato delle Hawaii, da alcuni cittadini privati e da un gruppo religioso musulmano. Vinsero la causa in un tribunale federale e poi in una corte d’appello a San Francisco, che decise che Trump aveva sconfinato dai poteri sull’immigrazione che gli erano stati delegati dal Congresso, e che aveva violato le leggi sull’immigrazione che vietano le discriminazioni nella concessione dei visti. Queste interpretazioni sono state bocciate dalla decisione della Corte Suprema.