Come funzionano le nomine Rai

Sta arrivando quel momento in cui i partiti nominano i dirigenti della tv pubblica mentre dicono che i partiti devono stare fuori dalla tv pubblica

Il cavallo simbolo della RAI in Viale Mazzini a Roma (Fabio Cimaglia / LaPresse)

Il prossimo 30 giugno scadrà il mandato del Consiglio di amministrazione della Rai, e quindi governo e Parlamento dovranno nominare nuovi consiglieri e un nuovo direttore generale dell’azienda pubblica radiotelevisiva. È un momento delicato e atteso: la Rai è la principale televisione italiana per spettatori e dipendenti, e il fatto che sia sottoposta a uno stretto controllo politico ha spesso trasformato il momento delle nomine in una battaglia politica. Inoltre le nomine in Rai sono le più visibili e popolari mediaticamente – tra le molte altre che il governo dovrà affrontare nei prossimi mesi – e quindi sono quelle sottoposte al maggior numero di commenti e retroscena prima e dopo la loro ufficializzazione.

Matteo Salvini, ministro dell’Interno e segretario della Lega, ha detto che la Rai ha un atteggiamento pregiudiziale e fazioso nei suoi confronti, che gli ricorda i regimi dittatoriali degli anni Trenta. Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico oltre che capo politico del Movimento 5 Stelle, ha detto che intende “censire i raccomandati” in Rai. Entrambi hanno aggiunto – come fa praticamente ogni governo – che le nuove nomine nella televisione pubblica saranno fatte su base meritocratica e senza tenere conto delle affiliazioni politiche, ma quasi tutti i giornali sono concordi nel dire che il governo e la maggioranza parlamentare che lo sostiene intendono intervenire con energia sulla televisione pubblica.

Le nomine in Rai sono sempre state guidate dal cosiddetto principio della “lottizzazione”: Rai Uno in quota “filo-governativa”, cambiando quindi volta per volta; Rai Due in quota centrodestra; Rai Tre in quota centrosinistra. Inoltre di solito il consiglio di amministrazione è composto da persone designate da tutte le forze parlamentari. Molti scrivono che governo e maggioranza stavolta vorrebbero cambiare la situazione di Rai Tre e puntano a non assegnare nemmeno un consigliere di amministrazione al PD, lasciando che gli incarichi tradizionalmente affidati all’opposizione vengano occupati dalla sola Forza Italia. Ci sarà più chiarezza soltanto nel corso delle prossime settimane, dopo la scadenza dell’attuale cda e con l’avvio della procedura che porterà alle nomine.

La nomina più importante di tutte spetta al governo ed è quella del direttore generale, ruolo ricoperto attualmente dall’ex direttore del Tg2 e del Tg1 Mario Orfeo, molto criticato dal M5S in questi anni. Con la riforma della Rai voluta dal governo Renzi nel 2015, il direttore generale ha visto crescere molto i suoi poteri. Oggi nomina direttamente direttori di rete e delle testate giornalistiche, come i telegiornali; può assumere e promuovere dirigenti e firmare contratti fino a dieci milioni di euro senza dover consultare il consiglio d’amministrazione. La nomina del direttore generale spetta all’azionista di maggioranza della Rai, cioè il ministero dell’Economia, e sarà probabilmente concordata tra Lega e Movimento 5 Stelle.

Nel frattempo il Parlamento dovrà procedere all’elezione dei quattro membri del Consiglio di amministrazione che sono di sua competenza. Il consiglio di amministrazione è composto da sette membri e la riforma del 2015 ha limitato i suoi poteri. Il principale potere che gli rimane è quello che gli consente la sfiducia del direttore generale, che altrimenti può operare senza consultare il consiglio in gran parte delle circostanze (visto però che sia il direttore generale che la maggioranza del consiglio sono espressione delle stesse forze politiche, questo potere non serve più di tanto).

Lo statuto della Rai stabilisce che due consiglieri debbano essere eletti dalla Camera e due dal Senato. Altri due consiglieri sono nominati dal governo, mentre il settimo viene scelto dai dipendenti della Rai. In passato alcuni posti di consiglieri Rai erano riservati ai vari partiti di opposizione. Secondo indiscrezioni di cui si sono occupati molti giornali, questa volta Lega e Movimento 5 Stelle puntano ad accogliere nel consiglio soltanto un consigliere indicato da Forza Italia, lasciando fuori il PD, l’altro principale partito di opposizione. In questo caso la maggioranza esprimerebbe tra governo e Parlamento cinque consiglieri su sette, oltre al direttore generale.

In ogni caso, i consiglieri andranno scelti tra i candidati che hanno inviato il loro curriculum per partecipare alla selezione pubblica. Le candidature pervenute sono più di duecento (qui potete consultare quelle arrivate alla Camera e qui quelle arrivate al Senato). Tra gli altri, hanno presentato la candidatura i giornalisti Michele Santoro, Giovanni Minoli e Fabrizio Del Noce, Dino Giarrusso (l’ex inviato delle Iene e candidato non eletto del Movimento 5 Stelle alle ultime elezioni) e quasi tutti i componenti del precedente consiglio, escluso Guelfo Guelfi: quindi Rita Borioni, Carlo Freccero, Arturo Diaconale, Giancarlo Mazzuca e Franco Siddi.

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