Guida al governo che non c’è

Ci sarà? Cosa sta succedendo e cosa può succedere per uscire dallo stallo

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)
(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Venerdì è terminato il secondo giro di consultazioni dopo le elezioni del 4 marzo e la varie forze politiche non sono riuscite ad accordarsi per trovare una maggioranza parlamentare in grado di dare la fiducia a un nuovo governo. In un brevissimo discorso al termine degli incontri, il presidente della Repubblica ha detto che a più di un mese dal voto «non sono stati fatti passi in avanti» e che si prenderà ancora qualche giorno per decidere come provare a risolvere la questione. Cerchiamo di capire perché le trattative sono fallite e cosa possono fare Mattarella e i partiti per uscire da questa situazione.

Cosa è successo nelle ultime settimane?
Le elezioni del 4 marzo hanno eletto un Parlamento senza una chiara maggioranza politica. Per dare fiducia a un governo c’è quindi bisogno di accordi trasversali tra partiti avversari. Le combinazioni possibili che possono garantire una maggioranza sono:

– Movimento 5 Stelle più centrodestra (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia);
– Movimento 5 Stelle più Lega;
– Movimento 5 Stelle più Partito Democratico;
– Partito Democratico più centrodestra.

Il problema di queste settimane è che ognuna di queste combinazioni ha ricevuto il veto di uno o più dei suoi possibili sostenitori, bloccando le trattative e impedendo la formazione di un governo.

Il più ovvio dei possibili governi è quello tra le forze che sono andate meglio alle ultime elezioni (Movimento 5 Stelle e centrodestra), che peraltro si sono già accordate con successo per decidere le presidenze delle camere e delle commissioni parlamentari speciali. Ma questa soluzione ha ricevuto un netto veto da parte del Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento, ha detto in diverse occasioni – l’ultima giovedì sera dopo aver incontrato il presidente della Repubblica – che il Movimento 5 Stelle non è disposto a governare né con Silvio Berlusconi né con Forza Italia, ma solo e soltanto con la Lega.

Rimane quindi l’ipotesi di governo Movimento 5 Stelle più Lega, ma questa possibilità ha incontrato il veto del segretario della Lega. Matteo Salvini ha detto che l’unico governo possibile dopo le elezioni del 4 marzo è quello del centrodestra (tutto intero) insieme al Movimento 5 Stelle: dopo le ultime consultazioni, Berlusconi ha criticato il veto su di lui imposto da Di Maio, e Salvini ha dovuto provare a mediare chiedendo a Forza Italia e M5S di essere “responsabili”: «se continua così, se continuano a bisticciare, si stuferanno gli italiani, mi stuferò io e tra un mese si tornerà alle urne, quindi: o la smettono o si vota». Anche Salvini ha ripetuto le sue condizioni dopo aver terminato il colloquio con il presidente Mattarella, aggiungendo che esclude assolutamente un governo con il Partito Democratico.

Dietro questo doppio veto ci sono probabilmente considerazioni sia di opportunità che di tattica politica. Il Movimento 5 Stelle non vuole che del governo facciano parte Berlusconi e Forza Italia in parte perché teme il contraccolpo che questo potrebbe avere sui suoi elettori. Ma è importante considerare che la coalizione di centrodestra unita ha molti più parlamentari del Movimento 5 Stelle, e quindi sarebbe la forza principale del governo (al contrario, il M5S sarebbe la forza maggioritaria di un’alleanza con la sola Lega).

Questo significherebbe che Di Maio dovrebbe rinunciare alla presidenza del Consiglio, una condizione che sin dal 4 marzo ha sempre definito irrinunciabile. Salvini, probabilmente, ha il timore opposto. La Lega da sola ha meno parlamentari del Movimento e quindi, se accettasse di formare un governo senza Forza Italia, sarebbe la forza di minoranza e dovrebbe probabilmente cedere le principali posizioni di governo. Proprio ieri Salvini ha ripetuto che per lui l’unico governo possibile è quello di cui la Lega indichi il presidente del Consiglio.

Resta quindi un’ultima alternativa: quella di un governo PD più Movimento 5 Stelle. Luigi Di Maio ha più volte provato a percorrere questa strada e numerosi parlamentari del PD raccontano di un improvviso atteggiamento amichevole da parte dei colleghi del Movimento a partire dal 4 marzo. Fino a questo momento, però, il PD ha nettamente escluso la possibilità di raggiungere un simile accordo. Nonostante non tutti i dirigenti del partito si oppongano con la medesima intensità, fino a questo momento il PD non ha accettato nemmeno di incontrare il leader del Movimento per discutere della possibilità di governare insieme, e da parte del Movimento sono arrivati solo appelli generici al dialogo e non una vera proposta di compromesso.

Se per quanto riguarda la formazione del governo nessuno ha voluto collaborare con nessuno, in altri ambiti ci sono stati parecchi accordi che hanno avuto successo. Movimento 5 Stelle e centrodestra sono riusciti infatti ad accordarsi per dividersi quasi tutti gli incarichi parlamentari. Hanno votato insieme la presidente del Senato, che è andata al centrodestra, e quello della Camera, che è andato al Movimento 5 Stelle. Si sono spartiti anche quasi tutti gli incarichi degli uffici di presidenza, l’organo parlamentare che aiuta i presidenti delle camere, lasciando a PD e altre forze soltanto pochissimi posti. Si sono divisi anche le presidenze delle Commissioni speciali, che svolgeranno una serie di importanti incarichi fino all’insediamento del governo.

Quindi come se ne esce?
La fase di trattative per formare il governo può durare un tempo indeterminato. A differenza di altri paesi europei, infatti, in Italia non ci sono norme che impongono di tornare alle urne se non si dovesse riuscire a formare un governo entro una certa data. In teoria, quindi, si potrebbe continuare nell’attuale situazione per tutti i cinque anni di legislatura. Questo però appare uno scenario estremo: il governo Gentiloni nel frattempo resta in carica per gli “affari correnti”, definizione vaga ma che esclude azioni e riforme di grande rilevanza politica, anche perché non avrebbero probabilmente una maggioranza in parlamento per essere approvate. È più probabile che nelle prossime settimane si formi un governo, oppure che il presidente della Repubblica decida di sciogliere le camere e convocare nuove elezioni.

La prima strada, però, quella che porta alla formazione di un governo, sembra particolarmente difficile a meno che una delle principali forze in campo non decida di abbandonare – e quindi contraddire clamorosamente – i veti che ha posto fino a questo momento. Un’altra possibilità è un progressivo avvicinamento delle reciproche posizioni. Berlusconi, per esempio, potrebbe decidere di compiere un gesto simbolico per soddisfare le richieste del Movimento (nelle scorse settimane si parlava della nomina di un coordinatore di Forza Italia che potrebbe fare le sue veci come leader di partito).

A quel punto il Movimento 5 Stelle potrebbe accettare una qualche forma di appoggio da parte del partito di Berlusconi, ma senza più Berlusconi, e così dare il via a un governo. Anche in questa circostanza, però, rimane il problema di decidere chi sarà il capo del governo, un diritto che rivendicano con forza sia la Lega che il Movimento; e in ogni caso Di Maio qualche giorno fa ha detto che «Forza Italia è Berlusconi» e quindi un passo indietro di Berlusconi non sarebbe sufficiente. Questo scenario, sostengono alcuni, potrebbe diventare più probabile dopo le elezioni regionali in Molise, il prossimo 22 aprile, e in Friuli Venezia Giulia, il 29. Se il Movimento dovesse ottenere un cattivo risultato in Molise e se invece la Lega dovesse andare molto bene in Friuli, la posizione di Salvini ne uscirebbe rafforzata e quella del Movimento e di Berlusconi indebolita, rendendo così più facile il superamento parziale dei veti e la formazione del governo.

Un’altra possibilità, per quanto estrema, è la nascita di un governo di minoranza, cioè che sopravvive grazie all’astensione di uno o più partiti al momento del voto di fiducia. Sarebbe la prima volta nella storia della Seconda Repubblica e rappresenterebbe un ritorno ai cosiddetti “governi della non sfiducia” della Prima, quelli che sopravvivevano grazie all’astensione dei partiti di opposizione che avrebbero potuto farli cadere se gli avessero votato contro.

Un’altra possibilità, ancora più remota, è che si formi un cosiddetto “governo del presidente”, cioè un governo senza particolare colore politico, espressione della volontà del presidente della Repubblica e appoggiato da una larghissima coalizione. Al momento sia Lega che Movimento 5 Stelle (che da soli hanno più del cinquanta per cento dei seggi in entrambe le camere) hanno escluso apertamente questa possibilità, che gode del sostegno del solo PD: sembra quindi difficile immaginare che un simile governo possa raccogliere i voti necessari a ottenere la fiducia. Alcuni però ipotizzano che, se l’alternativa fossero le elezioni anticipate, numerosi parlamentari che temono per la loro rielezione potrebbero correre in soccorso di un eventuale governo del presidente e dargli così i numeri necessari a sopravvivere.

In ogni caso, è sicuro che nelle prossime settimane ci saranno ancora discussioni e trattative. Non è chiaro invece in che forma queste avverranno. Il presidente Mattarella ha detto che aspetterà alcuni giorni prima di comunicare come intende gestire la questione in futuro. Mattarella potrebbe decidere di condurre in prima persona una terza sessione di consultazioni oppure potrebbe decidere di affidare l’incarico a una figura istituzionale, come la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. In questi casi si dice, in gergo, che il presidente affida un “mandato esplorativo”. Se tutte le trattative dovessero fallire, la decisione su cosa fare rimarrà comunque di Mattarella. La Costituzione gli dà il potere di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Secondo quasi tutti gli esperti, attualmente la prima data utile per il voto sarebbe il prossimo ottobre. E certo: con un elettorato diviso fra tre poli, l’esito delle nuove elezioni potrebbe essere sovrapponibile a quello delle vecchie elezioni, col risultato di trovarsi daccapo.