Nel frattempo, dentro il PD

Dietro la discussione sull'atteggiamento da tenere con il Movimento 5 Stelle c'è la scelta su chi guiderà il partito in futuro

(ANSA)

Ieri, all’uscita dall’incontro con il presidente della Repubblica durante il secondo giorno di consultazioni, il segretario “reggente” del PD Maurizio Martina ha detto che il suo partito non intende partecipare alla formazione del futuro governo. Anche se il partito è disposto a dialogare su una serie di punti, ha spiegato Martina, il posto del PD rimane all’opposizione. Poche ore dopo Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento 5 Stelle, ha invitato sia Matteo Salvini della Lega che lo stesso Martina a incontrarlo per discutere del possibile programma di un futuro governo.

Da allora, Martina non ha più fatto dichiarazioni pubbliche. La ragione ufficiale è perché non ha ancora ricevuto un invito ufficiale dal Movimento. Quella ufficiosa è perché il partito è profondamente diviso su come trattare l’offerta di Di Maio. La parte più vicina all’ex segretario Renzi non vuole nemmeno incontrarlo. Un’altra parte sostiene che invece si debba almeno sentire cosa offre. Dietro la questione si nasconde lo scontro ben più profondo per decidere chi dovrà guidare il partito in futuro.

Dalle dimissioni di Renzi, lo scorso 5 marzo, il partito è stato temporaneamente affidato al vicesegretario Martina. Lo statuto del partito prevede all’articolo 3 che in questa situazione venga convocata l’assemblea nazionale, cioè il massimo organo del partito formato da circa 1.500 delegati, che può fare due scelte. Può eleggere un nuovo segretario, oppure può convocare un congresso che si concluda con l’elezione di un nuovo segretario tramite primarie. Fino a pochi giorni fa l’esito dell’assemblea era dato da tutti per scontato: il massimo organo del PD avrebbe confermato Martina segretario, in attesa di convocare il congresso in un momento più tranquillo. Oggi, invece, l’apertura del Movimento 5 Stelle ha contribuito a rendere la situazione più complicata e le voci che chiedono un congresso si sono moltiplicate.

I principali quotidiani e le agenzie di stampa hanno raccontato che ieri c’è stata una riunione tra i principali dirigenti dei cosiddetti “renziani” proprio su questo tema. Maria Teresa Meli, una giornalista del Corriere ritenuta informata su Renzi, ha scritto che alla riunione hanno partecipato, oltre a Renzi, i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci, il presidente del partito Matteo Orfini, Maria Elena Boschi, Luca Lotti e il tesoriere del partito Francesco Bonifazi. Secondo Meli e gli altri giornalisti, nel corso della riunione si sarebbe riaffermata la decisione di bloccare ogni trattativa con il Movimento 5 Stelle e, per fare pressioni su Martina, si sarebbe deciso di minacciare la richiesta di un nuovo congresso. Proprio questa mattina uno dei dirigenti indicati come partecipanti alla riunione, il ministro delle Infrastrutture e capogruppo alla Camera Delrio, ha detto a Rai Radio 1: «Io sono per fare il congresso».

Un’altra parte del partito, invece, non è così ostile all’idea di ascoltare cosa ha da dire il Movimento 5 Stelle. Ieri sera durante la trasmissione Piazza Pulita il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che è anche leader della minoranza che ha raccolto circa il 20 per cento dei voti all’ultimo congresso, è stato abbastanza in difficoltà nel rispondere alle domande sulla sua intenzione di fare un accordo con il Movimento. Ha escluso nettamente la possibilità di accordarsi con il centrodestra, poi ha definito «impossibile» quella di allearsi con il Movimento 5 Stelle per poi correggersi e definirla «molto difficile». Ha fatto comunque capire che, secondo lui, il leader del Movimento andrebbe perlomeno incontrato. Orlando oggi ha duramente criticato la riunione dei “renziani” di cui hanno parlato i giornali e ha detto ai giornalisti che se Renzi vuole continuare a guidare il partito basta che ritiri le proprie dimissioni e che continui a fare il segretario.

È dal giorno successivo alle elezioni che Orlando e una parte del partito sono accusati di volersi accordare con il Movimento 5 Stelle. Oltre alla minoranza guidata da Orlando, anche il ministro della Cultura Dario Franceschini è spesso accusato più o meno apertamente di voler fare un accordo con il Movimento, così come alcuni “padri nobili” del PD come Walter Veltroni. Orlando, Franceschini e Veltroni hanno sempre smentito di voler fare un governo con il Movimento ma sostengono che il PD non debba chiudersi alle trattative e dovrebbe essere pronto a rispondere con le sue offerte e, se fosse necessario, partecipare a un cosiddetto “governo del presidente”, cioè un governo di larghissima maggioranza per superare lo stallo causato dalle elezioni.

Inoltre, nel corso di queste settimane, numerosi giornalisti e intellettuali hanno chiesto al PD di prendere in considerazione la possibilità di fare un governo con il Movimento, anche per evitare quello che molti considerano un governo peggiore, quello di Lega e Movimento 5 Stelle. Molti altri, invece, hanno chiesto al PD di fare l’esatto contrario e restare all’opposizione, anche per evitare la perdita di consenso che, almeno negli ultimi anni, è sempre toccata a quei partiti che, in Europa, hanno fatto da partner di minoranza all’interno di un governo di larga coalizione. In ogni caso, l’ipotesi di un governo Movimento 5 Stelle-PD sembra oggi remotissima. Sarebbe possibile sole se i gruppi parlamentari del PD votassero compattamente per il nuovo governo, e anche così i margini sarebbero molto sottili. I gruppi però sono ancora controllati dall’area maggioritaria del partito, che non ha intenzione di fare accordi simili.

Le trattative con il Movimento, quindi, sembrano per il momento destinate a non andare da nessuna parte. Molto più importante è invece chi deciderà di partecipare al congresso del partito che, anche se l’assemblea decidesse di eleggere Martina, si dovrà comunque celebrare entro un periodo di tempo non troppo lungo. Possono ancora cambiare molte cose, ma alcuni dirigenti del partito hanno già fatto capire le loro intenzioni. Renzi ha detto che non intende ricandidarsi alla segreteria (sarebbe la terza volta, dopo le vittorie del 2013 e del 2017). Il leader della sua area che si è più esposto è Matteo Richetti, attuale portavoce del partito. Sabato 7 aprile Richetti ha organizzato un evento a Roma chiamato “Harambee”, che molti giudicano un primo tentativo di preparare la sua candidatura alla guida del partito (“Harambee” è una parola in swahili che significa “mettere insieme”, oltre al nome di un gorilla ucciso in uno zoo nel 2016). Non è chiaro se la sua iniziativa sia apertamente sostenuta da Renzi (già in passato Richetti aveva tentato “fughe in avanti”, candidandosi alla primarie per la scelta del presidente dell’Emilia-Romagna e venendo poi costretto da Renzi a ritirarsi).

Un’altra potenziale candidatura che proviene dall’area di maggioranza del partito – ma più vicina a Franceschini che organica ai cosiddetti renziani – è quella della presidente uscente della regione Friuli-Venezia Giulia Debora Serracchiani, che proprio ieri ha detto che potrebbe candidarsi alle prossime primarie del partito. Nello stesso giorno ha inviato una lettera al quotidiano Repubblica in cui critica duramente l’attuale posizione del PD, accusato di essere entrato in “letargo” e di aver smesso di “fare politica, di esprimere idee e di avanzare proposte”. Serracchiani ha anche attaccato la riforma della Costituzione voluta da Renzi e bocciata nel referendum del 2016, scrivendo: «Non abbiamo capito che in questa fase di duro passaggio gli italiani non si aspettavano da noi la creazione di un nuovo assetto tecnico delle istituzioni», ha scritto Serracchiani. «Mentre si alzava la marea degli sbarchi e non calava l’incertezza sul lavoro, l’impegno di abolire il Senato non poteva essere la risposta».

Nel frattempo qualcosa si muove anche all’interno della sinistra del partito. Contemporaneamente all’evento di Richetti, si terrà a Roma l’incontro “Sinistra Anno Zero” organizzato da Giuseppe Provenzano, ricercatore dello Svimez, esperto di questione meridionale ed esponente della direzione nazionale estremamente critico con la linea seguita dal partito negli ultimi anni. All’incontro parteciperanno anche Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, un altro leader della minoranza del PD. Ci sarà un intervento anche del segretario Martina (che dovrebbe partecipare anche all’incontro con Richetti) e ci saranno interventi anche di chi ha abbandonato il PD: dovrebbero parlare alcuni dirigenti di Liberi e Uguali come il presidente della Toscana, Enrico Rossi, e l’ex deputato Alfredo D’Attorre.

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