(AP Photo/Steve Helber)
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  • domenica 18 marzo 2018

Il posto ideale per estrarre bitcoin

Com'è cambiato negli ultimi anni un posto negli Stati Uniti che ha affitti molto bassi ed energia elettrica economica, e per questo ha attirato i "miners"

(AP Photo/Steve Helber)

In alcune aree dello stato di Washington, nel nord-ovest degli Stati Uniti, ci sono pochi abitanti e, grazie ad alcune centrali idroelettriche, l’energia elettrica costa molto poco. Fino a qualche anno fa quell’elettricità, ricavata dal fiume Columbia, veniva principalmente venduta alle aree più popolose della costa ovest degli Stati Uniti. Da un po’ di tempo le cose sono cambiate: l’elettricità a basso costo è infatti fondamentale per far funzionare migliaia di computer necessari per estrarre bitcoin e altre criptovalute. In alcune località dello stato di Washington sono quindi arrivati numerosi miners, cioè estrattori di criptovalute. In un lungo articolo di Politico Magazine Paul Roberts ha raccontato “Cosa succede quando gli estrattori di bitcoin si prendono la tua città“.

La versione breve è questa:

L’area sta assistendo con sospetto mentre una delle sue più grandi risorse naturali – un gigante surplus di energia idroelettrica – viene risucchiata da un settore che cinque anni fa esisteva a malapena e che oggi è preso in giro come la prossima bolla che scoppierà, come la versione di questo secolo della bolla olandese dei tulipani, o, per usare le parole di Paul Krugman, editorialista del New York Times, di uno schema Ponzi.

La versione lunga ha bisogno di molte più informazioni: sullo strano e quasi crudele meccanismo dell’estrazione dei bitcoin, sull’andamento delle criptovalute dal 2012 a oggi (e sui conseguenti ottimismi e disfattismi) e su come alcune aree dello stato di Washington siano finite in mezzo a tutto questo, con grande gioia e arricchimento di qualcuno e con perplessità di qualcun altro.

Estrarre bitcoin
Ogni operazione economica fatta con bitcoin o molte altre simili criptovalute avviene grazie a un complicato processo che consuma energia. Ogni operazione è infatti un messaggio elettronico criptato che per diventare un effettivo pagamento ha bisogno di essere verificato dal sistema Bitcoin, di cui può far parte chiunque possegga bitcoin: la verifica avviene attraverso la soluzione di un problema crittografico. Non serve che tutti i computer lo confermino: basta che lo faccia uno, comunicandolo agli altri.

Per funzionare in modo efficace e sicuro, il sistema Bitcoin ha quindi bisogno di computer che facciano queste verifiche: che risolvano problemi crittografici complessi. Per convincere qualcuno a impegnare il proprio computer in un’attività di questo tipo, il sistema prevede una ricompensa. La ricompensa sono dei bitcoin “regalati” in cambio del lavoro svolto al computer che si dimostra più veloce – e fortunato – nel risolvere il problema crittografico. Sono problemi così difficili che l’unico modo per risolverli è formulare tantissime risposte in pochissimo tempo, sperando di trovare quella giusta prima di tutti. Per risolvere il problema crittografico i computer di qualche anno fa riuscivano a ipotizzare 12 milioni di risposte al secondo; i server di oggi sono mille volte più veloci.

La ricerca della soluzione al problema crittografico è detta mining (estrazione); gli estrattori, quelli che posseggono i computer impegnati nell’attività, sono miners (estrattori). Sono persone che affittano locali molto grandi, li riempiono di computer e, consumando molta energia per far funzionare sempre quei computer, sperano di rientrare dalle loro spese e guadagnare molto altro vincendo bitcoin.

Roberts ha spiegato su Politico che la «bizzarra e ingegnosa ostinazione dei bitcoin» è che più si va avanti, più «la vita degli estrattori diventa complicata». Nei primi anni si vincevano 50 bitcoin per volta; dalla fine del 2012 se ne vincono 25 e, più o meno intorno al 2020 se ne vinceranno 12,5. Più si va avanti e meno si vince. Ma non solo: più si va avanti e più difficile diventa arrivare alla soluzione prima di tutti, perché il calcolo è più difficile e perché a provare a risolverlo ci sono sempre più computer. Però nel frattempo il valore dei bitcoin è aumentato.

Risparmiare sulla bolletta
Anni fa bastava un normale computer per essere un estrattore e sperare di ottenere bitcoin. Da un paio d’anni per essere competitivi serve aprire quelle che qualcuno chiama fabbriche, che valgono la pena di essere costruite solo se i costi sono minori dei ricavi. Un affitto di un edificio nel centro di Milano, con i costi dell’elettricità del centro di Milano, renderebbe impossibile la prospettiva di guadagnare facendo mining. È il motivo per cui molte fabbriche di bitcoin (e altre criptovalute) si trovano in Cina, dove sia l’affitto che l’elettricità costano poco.

Oppure, come ha raccontato Roberts, in quello che negli Stati Uniti è noto come Mid-Columbia Basin. È un’area dello stato di Washington formata da tre contee – Chelan, Grant e Douglas – che si trovano nel bacino di drenaggio del fiume Columbia, uno dei più grandi degli Stati Uniti. Le tre contee hanno un’area di quasi 20mila chilometri quadrati (come il Veneto) e sono abitate in tutto da circa 200mila persone (in Veneto vivono quasi cinque milioni di persone). Roberts ha scritto che il Mid-Columbia Basin è una delle località (una delle poche tra Europa e Stati Uniti) in cui «il regno virtuale delle criptovalute sbatte contro il mondo vero dei megawatt e del costo dei terreni».

L’area si trova a tre ore di macchina da Seattle, è nota per le sue mele e, scrive Roberts, «i suoi paesaggi da film western». Poi ci sono cinque centrali idroelettriche sul fiume Columbia, che hanno una portata di 7.500 metri cubi al secondo e producono il 44 per cento dell’energia idroelettrica degli Stati Uniti. Secondo alcune stime entro la fine del 2018 tra il 15 e il 30 per cento dei bitcoin estratti nel mondo saranno estratti nel Mid-Columbia Basin; senza contare tutte le altre criptovalute estratte da quelle parti.

La diga Grand Coulee, nello stato di Washington, sul fiume Columbia (David McNew/Newsmakers)

Usare l’asciugacapelli o estrarre bitcoin
È il momento in cui torna comodo un esempio. Roberts parla di David Carlson, un ex programmatore di 47 anni, che nel 2012 iniziò a estrarre bitcoin con il computer che usava per i videogiochi. Poco dopo costruì la sua prima “trivella” (in inglese rig), un computer con l’unico scopo di estrarre bitcoin: consumava 1.200 watt, come un microonde o un asciugacapelli. Carlson viveva a Seattle e ogni bitcoin estratto gli costava in media due dollari, in un tempo in cui un bitcoin valeva circa 10 dollari. All’aumentare dei costi necessari, Carlson fu tra i primi a capire che nel Mid-Columbia Basin, a tre ore da Seattle, c’era un posto in cui gli affitti costavano meno e l’elettricità costava 2,5 centesimi per kilowattora, un quarto di quanto costava a Seattle e un quinto del costo medio negli Stati Uniti.

Roberts ha scritto che da quelle parti veniva usato solo un sesto dell’energia prodotta dalle centrali idroelettriche e che «l’elettricità costa così poco che la gente la usa per riscaldare casa». Per i minatori l’area presentava altri due vantaggi non indifferenti: c’era una connessione internet veloce, in fibra ottica, e in genere fa freddo, cosa che permette di risparmiare sugli impianti di ventilazione per evitare il surriscaldamento dei computer. Già negli anni dopo il Duemila alcune società tecnologiche, tra cui Microsoft, avevano tra l’altro scelto di aprire data center nell’area.

L’arrivo dei primi estrattori, nel 2013
Lauren Miehe ha 38 anni e – oltre ad avere una sua fabbrica di bitcoin – si è specializzato nel farsi pagare per trovare locali che altri possano usare per estrarre criptovalute. Iniziò nel 2013 e ha spiegato che nel primo periodo bisognava cercare locali già esistenti, perché costruirli da zero sarebbe costato troppo (i bitcoin valevano ancora poco, i guadagni non erano immensi). Ha detto che «serviva giusto lo spazio per mettere qualche centinaio di server ultra veloci», che consumavano in genere non più di mezzo megawatt, quello che serve per illuminare circa 200 case. I luoghi migliori erano gli ex depositi di mele, ma finirono presto. Poi gli aspiranti estrattori comprarono e occuparono qualsiasi cosa trovarono: Roberts ha raccontato di aver girato in macchina per l’area con Miehe, che a un certo punto ha guardato un ex autolavaggio e, dopo aver fatto qualche calcolo, ha detto: «Potrebbe essere una miniera di bitcoin». In quei mesi pochi abitanti dell’area si accorsero della novità: quasi solo quelli che avevano locali da vendere o affittare.

Fino al 2015, tutto bene
Roberts ha spiegato che nel 2014 «gli estrattori di bitcoin iniziarono a trovarsi nello stesso circolo vizioso dei veri miniatori, solo che con tempi molto più rapidi: per mantenere gli stessi livelli di produzione, gli estrattori dovevano comprare più server, ingrandire le loro fabbriche». Roberts ha scritto che «le fabbriche erano vecchie e superate ancor prima di essere costruite e l’unico modo di essere competitivi era ingrandirsi sempre», reinvestendo ogni volta i soldi guadagnati. Per far questo serviva però che il valore dei bitcoin aumentasse sempre e nel 2015 smisero di farlo per alcuni mesi. «I margini di guadagno si ridussero molto e in certi casi addirittura sparirono», ha scritto Roberts. Qualcuno abbandonò, qualcun altro provò a resistere.

Poi, nel 2017
Nel gennaio 2017 il valore di un singolo bitcoin superò i mille dollari; tra settembre e novembre superò i cinquemila, poco prima di Natale arrivò a quasi 20mila. Altre criptovalute aumentarono anche di migliaia di volte il loro valore. Marc Bevand, un informatico francese che ha fatto per un po’ di tempo l’estrattore, a dicembre disse a Roberts che «gli estrattori nuotavano nell’oro». Carlson, l’estrattore di Seattle che ora offre locali prefabbricati per minare criptovalute nel Mid-Columbia Basin, ha detto che qualcuno gli ha addirittura offerto una Lamborghini (che lui ha rifiutato) solo per metterlo in cima alla lista di quelli a cui assegnare i locali. Miehe ha detto che ora ci sono estrattori che costruiscono fabbriche da decine di migliaia di server, che consumano 30 megawatt (l’energia necessaria per circa 13mila case).

E ora?
Nei primi mesi del 2018 quasi tutte le criptovalute hanno perso valore, tornando in molti casi al livello di diversi mesi fa. Roberts ha scritto che il Mid-Columbia Basin è ora «pieno di persone che provano con ansia a rispondere a una domanda che per molti di noi è solo una divertente astrazione: che ne sarà dei bitcoin?». Molti estrattori sono convinti che le criptovalute torneranno ai livelli di fine dicembre e che molte andranno ben oltre.

Malachi Salcido è nato nel Mid-Columbia Basin, e dopo aver fatto il muratore ha iniziato a estrarre bitcoin nel 2014: ora ha una fabbrica che consuma 43 megawatt. Ha detto: «Abbiamo appena iniziato a scoprire cosa si può fare con la tecnologia dei bitcoin. Quest’area sta costruendo una piattaforma che tutto il mondo userà». Gli ottimisti credono che le criptovalute avranno un futuro e che l’area ne beneficerà in vario modo, perché arriveranno sempre più soldi, non solo per gli estrattori. Roberts ha scritto che molti estrattori «sono convinti che, oltre ad arricchirsi personalmente, contribuiranno a rendere questa ex-area dimenticata un centro – se non IL centro – di una rivoluzione tecnologica che sta per arrivare, con lavori ben pagati per tutti», come qualche anno fa successe ad aree come Seattle o San Francisco.

I pessimisti pensano invece che le criptovalute siano una bolla e che, finita la bolla, l’area sarà abbandonata, piena solo di immensi capannoni vuoti e, forse, persone senza più un soldo. C’è anche chi si preoccupa che l’improvviso aumento dei soldi in circolazione (anche se cripto-soldi) possa far aumentare la corruzione. Intanto ci sono problemi dovuti a chi prova a fare estrazione di criptovalute di nascosto, senza dichiarare che sta affittando un locale per farlo. La polizia li trova perché si accorge che certe case iniziano a consumare molta più energia del solito, o perché da certi garage spuntano dei condizionatori. Tra qualche tempo bisognerà anche iniziare a porsi di nuovo il problema dell’elettricità a disposizione, visto che nell’area è tanta ma non è illimitata, e dell’impatto ambientale di un uso così massiccio.

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