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  • venerdì 17 novembre 2017

Poteva fare il prete o il gangster, ha fatto il regista

di Gabriele Gargantini

Oggi compie 75 anni Martin Scorsese, uno dei più grandi

Martin Scorsese ai premi EE British Academy, il 16 febbraio 2014 alla Royal Opera House di Londra (Tim P. Whitby/Getty Images)

È pieno di registi, anche grandissimi, la cui essenza sta in tre o quattro film, in uno stile preciso, in un tema. Di certo hanno fatto anche altro, ma sono soprattutto quella cosa lì, e per quella saranno ricordati. Martin Scorsese no. Non è un regista famoso per un solo tipo di inquadratura, per i film fatti in quell’unico magico decennio, per quel genere. Quel genere, volendo, ci sarebbe: i film di gangster. Ma Scorsese ha fatto quasi 50 film e solo cinque sono film di gangster. Sarebbe famoso anche senza. Sarebbe un grande regista anche solo se prendessimo i film che ha fatto prima di compiere quarant’anni; o solo quelli fatti dopo i sessanta. Forse, sapremmo chi è anche se avesse fatto solo documentari e se facesse l’insegnante e l’esperto di cinema. Scorsese è un regista che è, e resterà, nella storia del cinema. Ma è anche uno di quelli che la conosce meglio. Nel 2011 Rick Tetzeli lo intervistò per Fast Company. I due parlarono per quattro ore e mezza e dopo l’uscita dell’intervista Tetzeli si mise a contare tutti i film che Scorsese aveva citato. Erano, tolti i suoi, 85.

Martin Scorsese compie oggi 75 anni e ha fatto così tante cose che non si può prenderne un pezzo e basta. Bisogna partire dall’inizio e – fermandosi dove serve –arrivare alla fine. Che, per ora, è rappresentata da un film – di gangster – con Joe Pesci, Robert De Niro e Al Pacino.

Martin Charles Scorsese è nato nel Queens, a New York, il 17 novembre il 1942; ma la sua parte di New York è un’altra. Quando era piccolo i genitori Luciano Charles Scorsese e Catherine Cappa – entrambi operai nel Garment District, entrambi siciliani, entrambi cattolicissimi, entrambi arrivati in America a inizio secolo – si spostarono a Manhattan. Nella parte nota come Little Italy, in Elizabeth Street. Scorsese ne ha parlato come di ««un piccolo paesello siciliano preso e trasportato così com’era a New York». C’è un suo documentario del 1974 dedicato ai genitori. Parlano un po’ di tutto e in quella che oggi chiameremmo post-credit scene, quella dopo i titoli di coda, c’è la ricetta di sua mamma per la pasta al sugo con le polpette.

Scorsese ha raccontato che quando era ragazzo – negli anni Cinquanta, a Little Italy – la scelta era tra fare il gangster e fare il prete. Lui optò per la seconda. «Mi fidavo della Chiesa perché quello che insegnava e predicava aveva senso. Capivo che c’era un altro modo di pensare, di guardare fuori e oltre al mondo duro in cui stavo crescendo». Da adolescente si mise a studiare per diventare prete ma, pare per via di una ragazza, abbandonò la cosa dopo pochi mesi.

Anche perché il cinema già gli piaceva tanto. Non che avesse molte alternative, perché ha detto che a casa non c’erano libri e per via dell’asma non poteva fare sport. Il primo film che ricorda di aver visto è il western Duello al sole. Decise di studiare cinema «per stare con altri con la stessa passione, non per diventare regista». Nel 1960 si iscrisse alla Tisch School of the Arts dell’università di New York e ha detto che dopo due semestri di studio fece un saggio sul film Il terzo uomo di Carol Reed. Ha raccontato che era convinto di aver scritto una cosa perfetta, piena di rilevanti e acute osservazioni. Il professore gli diede un voto non particolarmente alto e gli scrisse, come commento, «ricordati che è solo un thriller». Un paio di semestri dopo iniziò il corso pratico, in cui il professore disse agli studenti che una delle poche regole era «non presentare una sceneggiatura che contenesse una pistola». Ma Scorsese era già un po’ Scorsese e se ne fregò. Alla New York University ci è poi tornato per insegnare cinema, tra gli altri a Spike Lee.

La prima cosa da vedere di Scorsese è La grande rasatura, un cortometraggio del 1967. Dura cinque minuti: la canzone è “I Can’t Get Started”, del 1937; finisce con molto sangue. Il titolo di lavorazione era Viet 67.

Il primo vero film di Scorsese è però Chi sta bussando alla mia porta, del 1967. Parla di ragazzi italoamericani che bevono e cazzeggiano a New York, e di uno di loro, Harvey Keitel, che si innamora. C’è una scena erotica: gliela fecero mettere i produttori. Scorsese aveva 25 anni e il critico Roger Ebert vide il film e scrisse: «Non ho remore nel descriverlo come un grande momento per il cinema americano». Il primo minuto del primo film di Scorsese è così:

Prima di fare altri film Scorsese fece l’aiuto regista e il montatore per il documentario Woodstock e ne diresse uno: Scena di strada del 1970, sulle proteste contro la guerra del Vietnam. Nel 1973 diresse Mean Streets: un altro film sugli italoamericani a New York, e il primo film con Robert De Niro. Per chi non dovesse averlo mai visto: meglio vedere Chi sta bussando alla mia porta, prima. Anche questo piacque a Ebert: «Feroce, doloroso, profondamente sentito capolavoro», scrisse. Uscì un anno dopo Il Padrino e, intervistato nel 1990 da Rolling Stone, Scorsese disse: «Volevo fare uno studio antropologico su me e i miei amici. Pensai che anno dopo anno la gente l’avrebbe visto e guardandolo avrebbero capito come gli americani – non i grandi boss, non i padrini – vivevano ogni giorno. Parlavano così, si vestivano così, vivevano così».

Scorsese finì gli anni Settanta con Alice non abita più qui, con una donna protagonista, con Taxi Driver e New York, New York. I primi due, diversissimi, andarono bene. E Scorsese ha detto che quello femminista, tra i due, è Taxi Driver: «Chi ha detto che un film femminista deve parlare di donne?». New York, New York uscì nel 1977, con De Niro e Liza Minnelli, e andò malissimo. Anche perché uscì nei cinema nella stessa settimana di Star Wars. E comunque, dice Scorsese, non bisogna chiamarlo musical, ma «film con la musica»; «non è un musical se non c’è gente che canta in contesti in cui non ti aspetteresti che lo faccia».

Negli anni Settanta Scorsese divenne anche uno di quelli della “Nuova Hollywood”: il periodo del cinema americano – iniziato con Easy Rider, Il laureato e Bonnie and Clyde nato anche grazie a Brian De Palma e Francis Ford Coppola, Steven Spielberg e George Lucas. Erano registi giovani – li chiamarono movie brats, mocciosi del cinema – che erano cresciuti guardando il cinema europeo e che provarono a fare film diversi, che spesso mettevano a disagio. Scorsese ha detto: «Non sono un regista di Hollywood, sono un regista nonostante Hollywood». Negli anni Settanta, Scorsese, quello che da ragazzo voleva fare il prete, rischiò anche di morire per la troppa cocaina.

Nel 1980 tornò con Toro scatenato, film biografico sul pugile Jake LaMotta: «Ci misi tutto quello che ero e sentivo, e pensavo davvero che sarebbe stato il mio ultimo film», disse nel 2000 al New Yorker. Negli anni Novanta il critico Gene Siskel chiese a Scorsese quale fosse la scena più emblematica tra tutte quelle che aveva girato. Rispose che erano i titoli di testa di Toro scatenato.

Dopo Toro Scatenato arrivarono Re per una notte, ancora con De Niro, Fuori orario Il colore dei soldi. È il seguito di Lo Spaccone, ci sono Tom Cruise e Paul Newman ed è uno dei pochi film di Scorsese che durano meno di due ore. Lo girò perché sapeva che dopo voleva un film difficile: L’ultima tentazione di Cristo, uscito nel 1988. È quello in cui Gesù immagina di fare sesso con Maria Maddalena. Mark Singer del New Yorker scrisse che Scorsese «pensava di essere nato proprio per fare questo film». Scorsese ha detto che il suo più grande rimpianto è averlo fatto con molti meno soldi di quelli che gli sarebbero serviti. Ma ha anche detto che gli è successo solo per un paio di film di aver avuto tutti i soldi che voleva e di non aver sperato di avere altri dieci giorni per fare altre riprese.

Nel 1990 Scorsese tornò ai film di gangster con Quei bravi ragazzi. Brian De Palma lo vide e gli disse: «Hai fatto Toro Scatenato, il più bel film degli anni Ottanta. Sono appena iniziati i Novanta e hai già fatto il più bel film di questo decennio». Quei bravi ragazzi è quello con la frase «Per me fare il gangster è sempre stato meglio che fare il presidente degli Stati Uniti» e con uno dei migliori piano-sequenza della storia del cinema. Quello in cui il protagonista Henry Hill accompagna la sua fidanzata al Copacabana, un ristorante e nightclub a cui accedono dal retro, passando per le cucine.

Cape Fear, del 1991, è un altro di quei film che Scorsese ha fatto più per soldi che per altro. L’età dell’innocenza, del 1993, è uno dei suoi pochi senza violenza esplicita ed è ambientato a fine Ottocento. Lui ne ha parlato come di un omaggio al regista italiano Luchino Visconti.

Il regista Wes Anderson ha detto che «così tante idee di Scorsese sono state poi usate da così tanti altri che non sembrano più essere cose di Scorsese, perché sono ormai parte della grammatica del cinema». Anderson ha parlato di movimenti di camera, uso della musica ma anche dello «stile da documentario» dei suoi film, che ogni tanto si fermano per un paio di minuti, per spiegare qualcosa. Succede per esempio in Casinò, del 1996.

Sul New Yorker, Singer spiegò che Scorsese «riesce a scomporre i riti e i codici di ogni sottocultura su cui si concentra». Lo ha fatto con la Little Italy degli anni Sessanta, con i gangster e pure con il Tibet, in Kundun, del 1997.

Dopo il Duemila Scorsese ha fatto Gangs of New York, The Aviator e The Departed. Tutti con Leonardo DiCaprio. Per The Departed Scorsese ha finalmente vinto, nel 2006, l’Oscar per la Miglior regia. Il fatto che Scorsese non avesse mai vinto l’Oscar, era diventato ormai un tormentone. Per quelli abbastanza giovani da non ricordarselo: era un po’ come per DiCaprio prima di The Revenant, ma senza meme. Quando Spielberg, Coppola e Lucas glielo consegnarono, lui disse di controllare di nuovo la busta e che ormai anche quando andava a fare le visite in ospedale la gente gli chiedeva perché non avesse ancora vinto l’Oscar. Tra l’altro, quando DiCaprio vinse finalmente il suo Oscar, per un film di Alejandro González Iñárritu, ringraziò Scorsese per avergli insegnato «così tanto sulla forma d’arte che è il cinema».

The Departed è anche il film di Scorsese che ha incassato di più: circa 300 milioni di dollari. Ma Scorsese non è un regista i cui film incassano tantissimo. Un qualsiasi film di supereroi che vada discretamente bene incassa di più, e Spielberg ha fatto sette-otto film che hanno fatto più soldi di The Departed.

Negli ultimi anni sono arrivati Shutter Island, Hugo Cabret – Scorsese ha fatto a 67 anni il suo primo film in 3D e ha detto che così almeno aveva un suo film da poter mostrare alla figlia più giovane, nata nel 1999 – The Wolf of Wall Street e Silence.

Tra La grande rasatura e Silence, Scorsese si è sposato cinque volte, ha prodotto e diretto i primi episodi di Vinyl e Boardwalk Empire, ha girato documentari sul cinema italiano e americano, e su The Band, Bob Dylan e i Rolling Stones.  Gimme Shelter degli Stones, pubblicata nel 1969 nell’album Let It Bleed, l’ha usata in Casino, Quei bravi ragazzi e The Departed.

Scorsese ha anche recitato in Il pap’occhio di Renzo Arbore, ha creato un’associazione che ha salvato e restaurato più di 500 film e ha diretto un video musicale di Michael Jackson. E se sei Martin Scorsese che dirige un video musicale di Michael Jackson puoi anche farlo durare 16 minuti.

Scorsese lo si può anche prendere per temi e non per film: New York, gli specchi, la religione, le inquadrature degli occhi, le inquadrature dall’alto, le musiche, i silenzi, gli zoom veloci, i primi o primissimi piani, le scene a rallentatore, le voci narranti, la scena che a un certo punto diventa fermo immagine, per far concentrare lo spettatore sulle parole.

È da almeno vent’anni che sempre più persone parlano di Scorsese come del “più grande regista americano vivente” e come ha scritto Tetzeli in quell’intervista da 85 film citati, «nessuno sa parlare di cinema come Scorsese». Gli piacciono tantissimo la Nouvelle Vague francese, Alfred Hitchcock («un film dei suoi vale dieci degli altri»), Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e tantissimi cose italiane fatte negli anni Cinquanta e Sessanta. Scorsese fa a gara forse solo con Quentin Tarantino per quello a cui chiedono più spesso i suoi film preferiti. Ha detto quali sono i film non americani che consiglierebbe, i suoi film di gangster preferiti, i suoi film horror preferiti, e, nel 2012, i suoi film preferiti in assoluto.

Cos’è per lui il cinema, lo raccontò qui:

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