• Cultura
  • mercoledì 16 agosto 2017

Il film che cambiò i film, 50 anni fa

È "Bonnie and Clyde", quello con Faye Dunaway e Warren Beatty, che magari conoscete come "Gangster Story": se no, è il caso di vederlo

di Gabriele Gargantini

Bonnie and Clyde – che in Italia divenne Gangster Story – uscì 50 anni fa, e cambiò il cinema. Per farlo ci mise però qualche mese. Fu mostrato in anteprima il 4 agosto 1967 e dieci giorni dopo uscì nei primi cinema statunitensi: andarono a vederlo in pochi, perché i film di gangster erano considerati una cosa un po’ vecchia, e la maggior parte dei critici che lo videro ne parlarono tra il male e il malissimo: mischiava scene quasi comiche a momenti sessualmente espliciti (a loro modo) e estremamente violenti, ed era diverso da gran parte di quello che si era visto fino a quel momento. Bosley Crowther del New York Times scrisse: «Questo miscuglio tra buffonate e omicidi brutali è senza senso e fatto senza gusto». Crowther aveva 62 anni, lavorava al New York Times dagli anni Quaranta ed era considerato il più influente critico di cinema degli Stati Uniti. Parlò del film in più di un articolo, anche in altre recensioni, per dire che rappresentava il miglior esempio di dove non sarebbe dovuto andare il cinema del futuro.

Invece Bonnie and Clyde è oggi considerato un film che fece un’ottima sintesi di quanto era stato fatto prima – negli Stati Uniti e soprattutto in Europa – e che per molti versi riuscì ad anticipare e influenzare il cinema del futuro. Come ha scritto – nel 2017, un paio di giorni fa – Luis Menand del New Yorker: «È uno dei più vecchi film americani che si possono guardare oggi senza avere la sensazione di stare davanti a un vecchio film». Secondo Luke Buckmaster, che ha parlato del film sul sito della BBC, per spiegare come Bonnie and Clyde cambiò il cinema basta l’ultima scena: quella in cui i due rapinatori di banche Bonnie Parker e Clyde Barrow vengono uccisi da moltissimi proiettili, dopo un agguato dell’FBI. Si vede anche un pezzo di cervello di Clyde uscirgli dalla testa: è da intendersi come un riferimento al modo in cui, quattro anni prima, morì John Fitzgerald Kennedy.

Bonnie e Clyde, quelli veri, morirono il 23 maggio 1934, a 23 e 25 anni. Negli anni Trenta divennero famosissimi per le loro rapine ma soprattutto per una serie di storie – alcune vere, alcune vere a metà, altre finte – su di loro e sulla loro banda. Non fu il film a renderli famosi, ma di certo contribuì a farli restare così famosi: anche perché a interpretarli erano un’attrice e un attore bellissimi, oltre che bravi: Faye Dunaway e Warren Beatty (gli incolpevoli protagonisti del pasticcio degli ultimi Oscar, tra l’altro). Il film fu scritto da David Newman e Robert Benton – che lavoravano per Esquire e non avevano nessuna esperienza di sceneggiatura o cinema – e tra gli attori facili da riconoscere ci sono Gene Hackman (il fratello di Clyde) e Gene Wilder, quello a cui Bonnie e Clyde rubano l’auto e che poi, più o meno, sequestrano per un po’. Il regista è Arthur Penn, che avrebbe poi diretto anche Il piccolo grande uomo e che è morto nel 2010. Parlando di Bonnie and Clyde per il suo trentesimo anniversario, disse: «È davvero un bel film. Sono orgoglioso e sorpreso di averlo fatto. Facendolo ho sorpreso anche tante altre persone».

Che Bonnie and Clyde fosse un film diverso lo si capiva in realtà già ben prima dell’ultima scena. Nella prima scena Bonnie è nuda ed è difficile non notare le metafore falliche della pistola di Clyde, soprattutto la prima volta che la mostra a Bonnie e, hanno scritto molti critici, per il modo in cui lei beve dalla bottiglia di Coca Cola. Il film è pieno di allusioni sessuali ma non di sesso, perché Clyde è impotente. Una cosa notevole, ha scritto Danny Leigh del Guardian, «per il film preferito della rivoluzione sessuale». Secondo Leigh il sesso in Bonnie and Clyde «era tutto ciò che contava e, allo stesso tempo, una cosa da poco».

Oltre che per i richiami al sesso, il film si fece notare per la sua violenza. Quella della scena finale è notevole perché è cruda e tragica, ma anche perché arriva dopo un film in cui era spesso trattata in modo quasi giocoso: con una musica tutt’altro che tragica, con movimenti (dei personaggi e della cinepresa) che ricordano le buffe commedie (magari di Buster Keaton) più che i film drammatici. In Bonnie and Clyde ci sono scene violente – per esempio un proiettile sparato in un occhio – ma i protagonisti non si fanno grandi problemi per le persone che uccidono, e in genere lo stesso succede a chi guarda il film.

Il film cambia spesso tono, dal comico al serio, e lo fa da una scena all’altra: una cosa che fino a quel momento avevano fatto quasi solo i registi francesi della Nouvelle Vague, una delle più influenti correnti cinematografiche della storia. Dalla Nouvelle Vague Bonnie and Clyde prese anche un montaggio agitato, dinamico, che si faceva notare. E poi il film uscì nel 1967, cioè un anno prima del Sessantotto: Bonnie fu presa come modello per certi vestiti (soprattutto per i suoi cappelli) e lo spirito di fondo dei due protagonisti fu spesso inteso come una ribellione ai borghesi, una specie di affermazione controculturale.

Sotto vari punti di vista – tecnici e non – il film era diverso da tutto quello che c’era stato prima e, soprattutto, riusciva a essere sia un film colto che un film vivace, che non chiedeva particolare sforzo o competenze per essere apprezzato. Menand, il critico del New Yorker, ha scritto: «Aveva qualcosa del cinema d’autore. Ma allo stesso tempo non era un film artistico […]. Era intrattenimento». Come ha invece scritto Buckmaster per BBC, «Bonnie and Clyde segnò l’arrivo di una nuova ondata di film americani ispirati a quelli europei, pieni di sensibilità contemporanee, e spesso ciniche».

Quella nuova ondata è nota come “Nuova Hollywood”: il periodo del cinema americano, iniziato anche con Easy Rider e Il laureato, di cui fanno parte i primi film di registi come Martin Scorsese, Brian De Palma e Francis Ford Coppola. Buckmaster ha citato anche Stanley Kubrick, Robert Altman, Steven Spielberg e George Lucas, e ha scritto che «ognuno di loro deve qualcosa a Bonnie and Clyde» e che altrimenti «è praticamente impossibile immaginarsi Sonny Corleone sotto una pioggia di proiettili nel Padrino o Tony Montana in Scarface».

Restano due domande: perché Bonnie and Clyde riuscì a fare cose che nessuno aveva fatto prima? E perché, dopo che pochissimi andarono a vederlo e che i critici lo snobbarono e schifarono, divenne uno dei film che cambiarono il modo di fare film, apprezzatissimo e stracitato?

Bonnie and Clyde andò oltre certe regole tecniche per il coraggio e la creatività di chi ci lavorò, ma superò certi tabù su sesso e violenza soprattutto perché usci in una specie di vuoto normativo. Un paio di anni prima lo avrebbero censurato, e forse avrebbero fatto la stessa cosa un paio di anni dopo. Uscì invece quando il cosiddetto “Codice Hays” – un insieme di linee guida molto rigide istituite negli anni Trenta, in pratica per censurare certe cose di certi film – aveva praticamente smesso di esistere, e un anno prima che venisse creato il nuovo sistema di controllo sui contenuti dei film, quelli più o meno in vigore ancora oggi.

È un po’ più difficile dire come, quando e perché Bonnie and Clyde passò dall’essere percepito come un mezzo fallimento all’essere considerato un capolavoro senza tempo. Dopo il poco successo negli Stati Uniti uscì nel Regno Unito, dove – forse perché lì si era già più vicini al Sessantotto – andò benissimo. Fu quindi fatto di nuovo uscire anche negli Stati Uniti, dove andò benissimo – fu anche nominato a 10 Oscar (vincendone solo due) – e dove altri critici iniziarono a parlarne altrettanto bene. La recensione più famosa del film è quella, lunga settemila parole, scritta da Pauline Kael, che lavorava come freelance e la propose al New Yorker, dove poi sarebbe finita a lavorare. Indiewire ha scritto che la recensione/trattato di Kael sta alle recensioni così come Bonnie and Clyde sta al cinema. Negli ultimi mesi del 1967, Crowther, l’influente critico del New York Times, smise di collaborare con il giornale.

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